Mai ho fatto del male a un eroe in copertina

Mai ho fatto del male a un eroe in copertina

ANTOLOGIA VOL. 105

Iannozzi Giuseppe

Ernest Hemingway

(R)eESISTERE

Si nasce
Si vive
Si muore
da soli
Penso così,
come gli esistenzialisti
Non ci sono
perché
né per le domande
né per le risposte
Solo specchi
contro uguali specchi
che riflettono
nostra immagine
e la distorcono
all’imperfetto occhio
che è nostro,
che è d’animale

QUAL DOLORE MI PRENDE

Qual dolor mi prende
ora che verso qui argento
e lacrime tante e impotenti!

Della tua bella chioma al vento
sol mi resta la carezza sul volto,
ricordo che giorno dopo giorno
si fa sempre più fievole

Dei tuoi amati occhi
la luce sostengo colla cecità
che non mi restituisce la verità

Della tua bocca di sapori
più nulla, solo la pesantezza
dell’affanno nel petto straziato

Qual dolore, qual dolore
tu non sai; eppure t’amo ancora
come allora, a dispetto dell’onta
che mi gettasti addosso,
lasciandomi a vivere su questa terra
sì negra e avida d’infinite paure

LA PIÙ TEMUTA DELLE MALATTIE

Sulle nuvole i sogni abbandoniamo
come lasciassimo una barca
all’impeto dell’Acheronte affidata
I sogni che oggi vediamo
domani non è detto siano uguali
Eppure a ogni dì del cielo i segni
tentiamo di divinare, per quei mali
che assediano l’alma e più nell’intimo
la carne – che se non domani
quello appresso prenderà su di sé vermi
e forma della più temuta delle malattie,
l’Eternità

NON POETA MA UOMO

Un pugno
alla bocca dello stomaco
l’Amore che nel sangue
dell’Avversario soffoca
Morire in piedi
o tentar al tappeto la sorte
In ogni caso
non farla troppo lunga:
sempre squallida la Morte
di fronte a un pubblico pagante
o in solitudine di fronte
al nudo tuo riflesso allo specchio

Non poeta ma uomo

Se ami una bocca
ama le carie e la gromma,
e l’alito pesante anche,
pesante di sicuro
più di quell’anima
che ci si ostina a pregar eterna
conteggio dopo conteggio
ripresa dopo ripresa
difesa dopo difesa
attacco dopo attacco

I.

Rapite nel pallore furono quelle rose
che ci vestirono di vitali dolori e colori,
quando morte per sempre ci avvolse
nel prepotente suo abbraccio d’amore

II.

T’ho aspettata
completamente nudo
finché vita e speranza
in petto pulsanti schiave

T’ho amata così,
sempre mettendo a nudo
il mio pensiero di te
in un leggero petalo
maldestramente affidato
alle vorticose leggi
del vento vagabondo

III.

In fondo alla valle dormiremo
Insieme eternamente moriremo
La fragilità che fu nostra dolcezza
la lasciamo oggi al mondo morente
perché in futuro sia ancora seme
per una vita d’amore o una di niente

IV.

Sbandato amore giovanile,
ti ricordo vestito di tragedia:
perché rifiutasti il passo mio
accanto al tuo di danza drogato?

V.

Dammi la mano e il bianco tuo guanto
Ho da tempo la ghigliottina pronta
Aspetto soltanto di scrivere la parola fine
nel rosso sangue per un amore criminale

MORTALI

nasciamo angeli
soltanto perché
l’età adulta
ci sveli diavoli,
poveri mortali

ALZATEVI, IMPUTATO!

Alzatevi, imputato! Non avete
gli occhi azzurri, non un cielo blu,
non un cortile che stilli delle troie il miele
Imputato, non è questa questione
di dir qui oggi se siete voi colpevole
o no; più facilmente questa corte
vi ha giudicato e giudicato bene,
per mille e mille anni in esilio lassù
dove mai si muove una foglia una,
dove finiscono i sogni prima
d’un abbaiare che non è giusto,
che è sbagliato
fin dall’inizio il gioco bruto

Che dire, Vostro onore?! Sul mio onore
mai ho fatto del male a un eroe in copertina
o al povero operaio che mai lo sa
dove e come gli andrà domani
a finire la mano; e di tutto questo si,
sono colpevole fra i colpevoli
ché poesie e illusioni ne ho cantate assai
per un momento o due di felicità

Per questo, per tutto questo, Vostro onore,
m’è dolce la condanna qui emessa
al lume della stupidità; e per buona misura
siano in sovrappiù sulla gobba mia beduina
altri mille anni per l’offesa
con dispettoso gusto
alla corte tutta qui oggi arrecata

GRAFFI E SCHIAFFI

Mi nutro, di seni
e di vita dai lombi in su
perché altro non c’è
E lo sai tu e pure Gesù
Mi nutro, di pochi pianti,
di graffi e veloci schiaffi
perché la vita è tutta in su
proiettata oltre la vita
per incontrare la punta
del naso, di Pulcinella
Mi nutro perché temo
quando la solitudine
macera la sua vita in me
Mi nutro per non incontrare
quel volto smorto e pallido,
che ombre disegna sui muri
e fa rantolo la voce nella strozza
E fa cancro il cuore
nel petto costretto
Mi nutro per non trovare calcate
le sue orme sulle mie,
di lei che è Solitudine suprema,
suprema fobia che fa la Morte
a suo confronto uno scherzo
E non cosa che valga di più

Mi nutro di tutto l’umano calore
perché reggano le gambe la stretta
e la libertà di lunghe gambe amanti

IMPORTANTE

Se ora
abbracci un altro
con quegli occhi
che furono miei,
e mi serbi disprezzo
come a un ratto,
ti raccolgo
lo stesso
fra le braccia mie
impotenti
sussurrando appena
che eri per me
importante
nonostante il cattivo
e il bel tempo
della mia pazzia

UN TUO BACIO

tornata durante la notte
perché non hai bussato
alla mia povera porta?

oh, l’aria si muove
nuvole e lampi e tuoni
e un dio che se la ride
oh, per un tuo bacio
all’inferno il mio cuore

perché un momento addormentato
non hai bussato alla mia porta
ma io mi giuro insonne per sempre
se un tuo bacio, se un tuo fuoco

ALLA CORTE DEL RE

A Corte córte abbiam le gambe:
“Accorti, accorti, in piedi
o tutti giù per terra! Alé Buffone,
tu che della Corte sei il Preferito,
fa’ un po’ vedere come li metti
in riga ‘sti volgari impenitenti
con le tue belle palle volanti”

A Corte lunghi abbiamo i nasi,
ma la lacrima facile a divertire:
“Avanti, avanti, in ginocchio
o alla pecorina! Buon Dio,
Buffone mio, che fai? le braghe
ti cali proprio davanti a me
che son la tua più alta Maestà?”

A Corte sempre un gran casino:
“Che volete, Altezza! Le scudisciate
mi dannano al male come bestia
infernale; e alla fine sol mi resta
di prestarvi di me la parte più bassa
allargandola in un gran sorriso
perché almeno Voi possiate ridere
di quello che avete sotto al naso!”

L’ADDIO DI KAFKA

Amore,
piango lacrime
Piango sangue
E non sono santo
E non sono maledetto
Soltanto sono solo
come un cane
Prego Dio ogni giorno,
ma ogni raggio di luce
mi ferisce l’anima
a fondo
per dirottarmi
nel più atroce delitto
– la cravatta al cielo
legata
a una verità kafkiana,
e il mio cuore che smette
il battito suo
in un sospiro appena

Amore,
credevo
che le donne
fossero il paradiso
Oggi però scopro
che sono ancora con me
Così credo
che morirò
flirtando
e danzando
fra le fiamme
della Bibbia

LASCIATI ANDARE

Dammi la mano, andiamo lontano
dove con un dito terra e cielo si toccano
Dammi la vita, andremo lontano
dove giacciono insieme paradiso e inferno
Non ti leggerò il futuro,
ti dirò soltanto quel che so:
son morti fra i tarocchi gli angeli
e non ha più voluto che saperne
la Morte per l’eternità
S’è fatto Dio prigioniero sull’Olimpo
e da mane a sera con Zeus gioca
E continuano a fare i diavoli
pentole e coperchi ma male sempre
– giusto dei mercenari,
dei poveri di spirito
Così dammi ascolto, lasciati andare
e vieni via con me, anche se ho molto
poco da offrirti, la mia favola
e le sue pagine che prendono il volo

SANT’ELENA

Sant’Elena cos’è?
Un posto che c’è e non c’è
Un dove e un nessundove
per un dio pagano,
per un ubriaco Odisseo cristiano
Un cuscino dove un tiranno riposa,
e un film porno anche
e un’avaria d’amore,
e un’eclissi di sole e una di luna
Sant’Elena un segreto per te
Soltanto un posto segreto,
una guerra eterna soltanto

L’abisso anarchico richiusi,
e il caos districai:
la Rivoluzione ripulii,
i popoli consolidai e i re nobilitai,
tutte le emulazioni eccitai,
tutti i meriti premiai,
e della gloria i limiti allargai (*)

Ma anonimi tra anonimi
nascono tutti e muoiono tutti
A Sant’Elena tutti uguali,
al ritratto delle passioni
in seno nutrite uguali
Sant’Elena che c’è e non c’è,
osceno segreto, Eterno insano

(*) Riadattamento di alcune parole dette da Napoleone Bonaparte, Longwood (Sant’Elena) 1° Maggio 1816

RADICI

Le mie radici
ben in fondo al cuor tuo
lascerò che s’insinuino per sempre
ché il solo nutrimento
che ho bisogno è dove il tuo seno
Così t’amo profondamente
sino a che morte o cattiva sorte
non ci separi
Ma anche se destino avverso
si dovesse a noi mostrare
col suo ghigno più tristo,
insieme lo sfideremo
con frustate di foglie e radici,
mio solo Dolore

BIANCO CIGNO

bianco cigno,
che sullo specchio dell’acqua scivoli
sotto l’occhio mio vigile,
non pensare che abbia dimenticata
la tua bella verginità,
l’angelicato candore di ali
che al cielo doni con timidezza
e speranza
per un mondo più libero

bianco cigno,
pensiero libero che fra le nuvole
ti confondi per pochi attimi d’infinito,
ancor ti amo
e non importa quanto forte il suono
delle campane a festa o a lutto

bianco cigno,
ho le scarpe rotte e malandate,
piene soltanto di sassolini
che a ogni passo mi torturano,
ma non ce la faccio a smettere
d’inseguirti sotto i colori del cielo,
sotto i capricci degli uomini
e delle stagioni

bianco cigno,
il mattino prego di vederti in bianchezza
sulla mia pelle che fredda è di paura,
di notti passate nell’incubo d’un buio eterno
senza te

bianco cigno,
non dimenticare
che non ho dimenticata la bianca tenerezza
del tuo volo a metà per indecisione,
per lasciarmi di te un bacio soltanto
su labbra appena sfiorate

bianco cigno,
che voli libero, t’inseguo
secondo dopo secondo
per assomigliarti almeno un poco
nella goffaggine che il cuore mi dà

SENZA SCAMPO CERCARE TE

Ti ho cercata, non avevo scampo
Tra la voglia d’un’imperfetta solitudine
e quella d’un eterno rimpianto,
i giorni miei perdevano colpi su colpi,
e l’orologio al polso invecchiava troppo,
troppo in fretta, trascinando via con sé
quel maledetto orgoglio che sol ieri
ci portò lontani da noi, dagli affetti veri

che siamo stati l’uno per l’altra

Son certo che mi capisci ora
che con faccia di stagno
ti dico che non avevo altra scelta
se non quella di tornare da te
per far prigione l’ostinata libertà,
quella tua ostinata libertà
che ho amato più di te
perdendoti fra le lancette del tempo
– fra gli assurdi incessanti battiti
che la pioggia suona nelle pozzanghere
a tarda sera per gl’innamorati

Ti ho cercata, ti ho braccata
per non lasciarti più la scusa
di dirmi ancora di no
Per non offrirti più l’altra guancia
e la possibilità di farla franca
Ti ho cercata, non avevo scampo

Son certo che mi capisci ora,
perché tutto quello che volevamo
ieri era d’esser gioco e tortura

l’uno per l’altra

Lo vedo bene che piangi per me,
che piangi per quel che sarà
Ma non possiamo più tornare
indietro – la dobbiamo a noi
la prova ultima che oggi
ci porterà alla deriva, a una verità

che sia uguale per me e per te

BINARI PARALLELI

Binari paralleli
O solo bottiglie
ubriache
che s’accompagnano
per rompersi
a tarda notte
e confondersi,
per essere infine
pezzi di vetro
tra altri uguali

Siamo paralleli
io e te
C’incontriamo però
per un bacio
e un sonoro schiaffo
in mezzo alla stazione
da dove altri treni
partiranno senza di noi

Troppi impegnati
ad abbracciarci
Troppo impegnati
a dimenticarci
di chi arriva
e di chi invece parte
in cerca di speranza
nel nome d’un dio
cui non credono

NEL DIFFICILE

E’ un momento difficile.
Ma è nel difficile
che si verifica la Resistenza,
che si vede quanto forte
la necessità di una Libertà
che non sia d’apparenza
o di convenienza scontata

No grazie,
non serve coalizione alla tedesca
che sarebbe orgia d’interessi
senza alcun reale cambiamento

E’ il fascismo serpente insito
nel grembo di metà paese almeno;
ma non per questo
ci dobbiamo lasciar scoraggiare
Non per questo
dobbiamo lasciare che ci morda
i piedi, o in maniera più vigliacca
alle spalle

Il lavoro che ci aspetta
è uno e uno soltanto:
ricostruire daccapo per il buono
e annichilire ogni segno littorio
che in Casa nostra è stato eretto
Solo così la Casa che è di terra,
che è di sangue – di uomini -,
sarà libera bandiera, indiscusso successo

PERDERE LA TESTA
(prima versione)

Quando la notte spenge le sue poche luci
e ogni angolo è di buio e di silenzio senza Dio
Quando le labbra balbettano a vuoto amore
e non c’è chi raccolga la tua richiesta d’aiuto
Quando il sonno non viene e il corpo è freddo
e un volto di donna appare e scompare sempre
Quando le lacrime ti seducono in debolezza
e sarebbe facile arrendersi senza più respirare
Quando la paura è la sola compagna in vista
che nel buio ti stringe con le sue fredde mani
Quando ogni piccolo segno è una ipocondria
che vuota di parole ti riempie il cuore di paure
Quando, quando tutto questo accade,
allora cominci a sospettare di te stesso
Stai dando di matto per raccogliere i cocci
rimasti sulla bilancia della persa ragione

Non è difficile da capire,
lo capisce anche il più povero dei diavoli
Hai la corda legata al collo,
lo capisce anche il più stronzo degli angeli

PERDERE LA TESTA
(seconda versione)

Quando la notte le sue poche luci le spenge
e ogni angolo è di buio e di silenzio senza dio
Quando le labbra a vuoto balbettano “amore”
e non c’è chi raccolga la tua richiesta d’aiuto
Quando il sonno non viene e freddo è il corpo
e un volto di donna appare e scompare sempre
Quando le lacrime in debolezza ti seducono
e facile sarebbe arrendersi senza più respirare
Quando è la paura compagnia in prima linea
che con le fredde sue mani nel buio ti stringe
Quando ogni piccolo segno è ipocondria
che vuota di parole il cuore riempie di paure
Quando, quando tutto questo accade,
allora cominci a sospettare dell’ombra tua
che ti seduce e lei soltanto lo sa per quale male
Stai perdendo la testa per una festa tutta tua
Stai dando di matto per raccogliere i cocci
rimasti sulla bilancia della persa ragione

Non è difficile da capire,
lo capisce anche il più povero dei diavoli
La corda l’hai legata al collo e il cielo se ne frega,
lo capisce anche il più basso degli angeli

Più non hai niente da perdere,
proprio più niente davvero
E non è poi male tutto il male
che viene per nuocere
Che viene per metterti alla prova

PER SEMPRE SULL’ULTIMO BINARIO

Sono qui con un mazzetto di mimose,
ma troppo bella sei per un po’ di biondo
Così sol mi resta l’amore di amarti
da lontano, sospirando e sospirando
mentre i fiori in mano mi si disfano

Sono qui che su i binari di ruggine attendo
Aspetto l’ultimo treno perché mi travolga
insieme a tutti i sogni miei (troppo veloci)
e a quelli che avrei voluto condividere
sul tuo cuore – come un bambino che spera
e che sa che carezza non gli verrà

Sono qui per te, per te che sei bella
Che sei la sola mia impossibile speranza
che fra i fischi dei treni in partenza
per sempre sfuma, verso il non-ritorno

Sono qui: arrivati sono tutti i treni
Attendo io l’ultimo che mi travolga
per sempre

L’ASSENZA

Fino all’ultimo
ho sperato
che fosse sbagliata
l’assenza tua
E invece
eccola ormai
qui determinata

Ma ovunque tu sia,
che almeno stasera
ti giunga il mio
primo virginale bacio

TRA I CORRIDOI DELL’OSPIZIO

Le prime volte la porta era scucita in un filo d’ombra:
avevi tutti i tuoi giochi a portata di mano e un Babau
– i tuoi ricordi più belli, gli stupri da giovane subiti
Non hai adesso più niente a parte quel femore rotto
che accarezzi come un figlio – come un aborto dovuto
Dove sono finiti gli amanti che ti presero d’assalto,
dove le angosce che ti resero stella?
Negli anni che sono passati inesorabili sbattendo la porta
Negli anni che nel profondo freddo ti hanno sepolta

Eri da tutti corteggiata, eri da tutti regalata ad altri uomini
che dalla tua fica di miele e seta pretendevano il meglio
Eri da tutti guardata con invidia, eri porcellana perfetta
Ma non riuscivi a essere contenta mai, sempre volevi di più
E che cosa ti rimane oggi? Un fuoco fatuo, le ali strappate
d’una farfalla, mentre fra i corridoi dell’Ospizio zoppichi
in cerca d’un bicchiere d’acqua e d’un dottore che ti spogli
per una radiografia da appiccare in faccia alla carta d’identità

NIHIL

Persino una marcia nuziale
è più di noi.
Un dramma a teatro
è più di noi.
Una bugia
in bocca a un monello
è sempre più di noi.
Persino la parola d’un assassino
è migliore di noi.
Un mimo sotto infarto
è più di noi.
Ogni cosa in cielo e in terra
è in ogni caso più di noi,
che siamo meno
d’un pugno di cenere,
d’un frusto crisantemo
dimenticato
sugli algidi avelli
sconosciuti ai più.

LAMA DI COLTELLO

L’amore è la lama di un coltello che ti entra dentro (a tradimento), e non si sa davvero come e quando uscirà dal tuo corpo e dalla tua anima.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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4 risposte a Mai ho fatto del male a un eroe in copertina

  1. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Grazie. Sono tutte un po’ datate, ma ci sono versioni alternative di poesie e testi un po’ rari, anche se sono uno scrittore piccolo piccolo, per cui credo che le mie rarità interessino ben poco. 🤗

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    E difatti in una poesia, “Esilio a Sant’Elena”, specifico che è un Eterno insano.

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