Vi siete vergognati come cani

Vi siete vergognati come cani

ANTOLOGIA VOL. 99

Iannozzi Giuseppe

George Romney - Lady Hamilton (as Nature)

VI SIETE VERGOGNATI

Di me
vi siete vergognati
come cani alla catena
nello stomaco vuoti
nella carne castrati
nello spirito amputati
Con le ossa rotte
vi siete perdonati
sicuri d’averne spezzate
di più a quanti contro di voi
Urla bestemmie
e preghiere
nel nome del Signore
al cielo avete levato
tergendovi la fronte
di sangue madida
E la lingua avete schioccato
come frusta contro il palato
per un goccio di saliva
Non contenti vi siete spinti
fino alla Montagna Sacra
per spaccarne il cuore in due
e al Mercato Nero rivenderlo

E nulla è stato veramente
abbastanza
Giacete ora
in fila lunghi distesi
coi corvi a beccarvi giorno e notte
aspettando una ciotola di avanzi
Era questo che desideravate?
Era questo?

DURI A MORIRE

Così distante ti sento
Così distante
che paura mi fa il vento
che porta il tuo profumo

Così lontana
che basta un mio sospiro
per lasciarti morire

Dov’è la ragazza pazza
che con me un poco giocava
nelle giornate d’inverno?
Dov’è quell’amore
che mi usavi reggendomi
il capo sulla dolcezza
del tuo seno bianco?

Più niente è rimasto
Sparito ogni ardore,
nessuna eco né rumore
per questo stanco cuore
che ostinato in petto
resta come una malattia
– che mai può guarire

Eppur mi reggo in piedi

Affronto la vuota orma
dei tuoi dolci fianchi
un tempo addormentati
su queste seriche lenzuola
di vergini orgasmi,
duri a morire negl’istanti
proiettati verso l’ultimo
orizzonte

TRASPARENZA

Così dolente
nelle assenze portate
dimostrate
con quel sentimento
sospeso
nelle lacrime alla loro alba;
e la voce che dalla gola
non sa d’uscire
in rantolo leggero

E già è il tempo di dormire
con occhi
che il mondo l’han visto
prima vicino
uguale a graffi sulla pelle,
poi sol più lontano, velato
di forme e movimenti
in trasparenza quasi

Però i pugni ben stretti,
bianchi tanta la forza
che è del dolore

LA TAVERNA
(alla fine del Mondo)

Regalerò profumi di eterna morte
ai passanti, ai giovani ignari che qui
oggi il piè posano, in questa taverna
da dio dimenticata dove soltanto la luna
pigra, di tra le commessure, fa capolino
con pallidi raggi a raschiare,
per un momento appena,
volti spigolosi, e altri barbuti di denti marci
cui nemmeno la più sporca chellerina
oserebbe donar loro timida carezza.
Abominio del mondo, genti che vengono
di là dal mare o da deserti sconosciuti
qui si raccolgono a confabulare di delitti e di lemuri:
straparlano, bestemmiano, gridano cavernose parole
che un senso non ce l’hanno
se non per pochi iniziati, per chi a loro uguale.
Ah giovani, sempre troppo giovani,
che mai fate qui?
La morte andate corteggiando,
quasi fosse la più ambita delle cortigiane:
qui, qui si mesce vino rosso
che soltanto gole ardite e vecchie di tumori
possono ingollare senza subito perire.
Che fate, che cercate?
La luna non v’è complice,
né felice sarà la notte che avete scelto
perché vi faccia da ultimo letto.
Non li sentite forse addosso gli sguardi,
non le vedete tutte quelle bocche spalancate
che gli basta un momento per cacciarvi
dal petto il cuore, l’anima e la religione?
Ingenui che siete! Nella fortuna confidate,
come certi ciechi di lunga data
che, nel corso della lunga loro vita,
mari e monti hanno imbrogliato,
senza però incontrare pericoli più grandi
delle loro unghie incarnite negli alti stivali:
si svegliano poi un giorno e capiscono
che il cappio gli ha soffocato la parola
ben pria d’aver avuto modo di capire
il perché e il percome.

Così, questa notte,
voi che entrate portando ingenuità
dipinta sui volti ancor glabri,
di labbra mai baciate, scoprirete,
dando al mondo il vostro sangue,
la verità, la più elementare:
che ogni uomo da Caino ad Abele
è un tagliagole incallito,
che nella strozza non un rimorso
o un minimo nodo avverte.
Vengo da voi,
col sorriso rosso e il petto generoso
bene in vista sull’aperta scollatura;
vengo con le gonne quasi alzate,
perché almeno per un secondo vediate
la lussuria che v’è nelle vene. E che mai,
che mai e poi mai consumerete.

ECCETERA ECCETERA

Il vino, la bicicletta nuova e lucente
e il vento fra gli eccetera eccetera
E noi sempre nel buio cimitero
a cercare gemme nascoste,
angeli di freddo marmo un poco in carne
E sempre pensando
che il momento resta e resta
sul momento un bel niente,
un bel niente senza la fine
Ma iniziare le frasi con una “e”,
con un “ma” o un “però”;
Ci perdiamo così,
per una congiunzione
fra vita e morte, sole e luna,
poesia e distrazione

Bigi i colori,
la pazzia sulla tavolozza,
e Van Gogh ancora senza cognizione
del tempo, dello spazio
E noi qui sempre a ricordare, a ricordare
che ci siamo dimenticati di sistemare
il testo in testa all’attore,
all’insignificante commediante
che la lingua tiene lunga,
cadendo però, chi lo sa e chi no perché,
solo e sempre su Aida, mia dolce Aida

IN LUTTO LA SPERANZA

Ultima speranza
Ma tu lasciami
Il Lotto in lutto
Wow, Concerto Grosso!
Lasciami, lasciami dormire
finché non mi sveglierò
negl’imperfetti versi del giorno

Non teme il mio nome
di giudicare l’Indebito Autore
che l’innocuo suo lavoro spaccia
per quello di Dio, del gemello mio

Osi tu forse di chi è Caduto
sfidar la fama e l’immane fame?

Sappi però che i primi a cadere saranno gli stolti
poi, senza pietà, uno a uno tutti gli altri;
sol questa verità in piedi alla Fine del Secoli sarà

Cadono pesanti
le foglie
simili a lacrime di sogni infranti
Non le spazza via il vento
Sotto la sferza
d’una nuvolosa incontinenza
rimangono a macerare
Sul viale del tramonto
ha preso l’infarto il Vecchio Saggio;
senza un gemito
in ginocchio è caduto
Se incontrarlo vuoi,
ancor è al suo posto
a dar spettacolo delle vuote sue orbite

RE

Sa essere un Re
tanto amorevole
quanto ferale
con chiunque
osi versar sangue
al suo cospetto,
foss’anche Ginevra

ALLO SPECCHIO

Sempre la solita storia
in questa strana vita mia,
una metà parte, l’altra resta;
ma se poi sospettoso
allo specchio mi guardo
sempre trovo l’imago
che già conosco,
angelo e demone riuniti
ed entrambi di me
si fan beffe!

SULLA PIETRA DEL MIO ADDIO

Guardami, guarda
dentro agli occhi miei;
non distogliere
lo sguardo ora
per paura d’incontrare
in me la paura, la stessa
che pure tu avverti
– come di ossa spezzate –
con l’arrivo della sera
spessa di buio di guaiti
di pianti:
d’inenarrabili solitudini.
Sii forte almeno adesso;
nell’avvolgente silenzio
non dar corpo
all’ennesima menzogna
che più a lungo vive soltanto
l’uomo senza coraggio,
colui che d’ogni tragedia
umana e non
fa finta di niente
con ugual metro.
Provo anch’io sgomento
per ogni morto ammazzato
passato in cronaca nera
e tosto lì seppellito
e dimenticato: tentato sarei
di cercar rifugio
in un dire “non è affar
che mi riguardi”; però, per dio,
se oggi vivo da vigliacco
nessuno domani sarà
chino sulla pietra del mio addio,
manco un cane
col suo caldo piscio.

URLO

Quest’urlo disperato
già perso tra la sabbia
del tempo e l’infinito
non t’arriverà a sfiorar
l’amore né l’orecchio
Così io che qui resto
tra un succederà
e l’ennesima avemaria
perdo un colpo di cuore
e un altro sordo e tetro
come quello di campana
a morto rauca di bronzo
E un goccio di rosso bevo
perché la fine mi sia
se non lieve almeno almeno
di me più ubriaca

M’hai tu dimenticato
Ma non importa il fendente
che m’hai lasciato, un bacio,
triste eredità senza futuro

DAL NULLA VENIMMO

Come l’autunno siamo
foglie morte
in attesa d’un vento
qualsiasi che ci strappi
al tormento
d’essere ancora
Foglie brune
Concime per la terra
Poche parole
sugli algidi avelli
che memoria non hanno
nemmeno di sé

Dal Nulla venimmo
e nel suo grembo
torniamo
sempre troppo presto
senza alcun avvertimento
per chi ci ha visti allegri
o col pianto sulle ciglia
infine raccolto
con somma indifferenza
non da mano amica
ma soltanto dal freddo
della terra

DESTINO

A che serve il paradiso,
a che serve l’inferno
se non ci sei tu a darmi la pena da scontare?

A lungo ho navigato per mari di fuoco
e altrettanto a lungo a piedi in mezzo a deserti
che non puoi immaginare, sotto la luna
con la sola protezione dei miei pugni stretti
Mille sconosciuti ho abbracciato e baciato
Più d’una volta sono morto e risorto
Sempre ho camminato pensando
che prima o poi sarei arrivato a toccarti

A che servono le mani,
a che servono i piedi
se non ci sei tu pronta a legarli alla tortura?

Le mie parole le conosci troppo bene
Hai ragione a dire che sono meno d’un’inflazione
Solo un uomo in cerca d’un frammento d’eternità
Hai ragione a dire che la luna ha cancellato i miei passi
Il peso della mia ombra lo conosci troppo bene

Frustare l’asino con il ramo dove Giuda s’impiccò
Fare l’amore con una a ore
e mettere l’orologio al di sotto del mio ego
Non ha avuto mai alcun senso

E’ stato tutto nel tuo nome
E’ stato tutto per peccare in eterno

A che serve il paradiso,
a che serve l’inferno
se non ci sei tu a darmi al tuo peccato?

A che servono le mani,
a che servono i piedi
se non ci sei tu pronta a legarli al fato?

ANDATE A FARE IN CULO

E poi far la faccia convincente
E poi far la faccia che conviene
alla solita star di turno
che s’incazza di brutto
se non glielo dici almeno
almeno dieci volte al dì
che è proprio lei la migliore
E poi far la faccia così,
da buffone,
da perfetto coglione

Le mie parole se le venderanno
all’incanto, per un albergo a ore
Le diranno quelle d’un poeta,
di uno di talento, senza spavento
nella penna e in petto
Poi, la faccia mia su quella loro,
la mia faccia da perfetto buffone,
da coglione pari e pari,
questo sperano

A letto mi vorranno,
venduto a destra
e girato a sinistra,
e molleggiato al centro
Un perfetto, un perfetto buffone
Un perfetto, un perfetto coglione
che da tutti in culo
se lo dovrebbe prendere
senza fiatare,
a comando dell’acqua santa
e del diavolo di turno

Ma la faccia che loro vorrebbero,
da coglione, non gliela faccio
né ora né davanti a dio
E allora mandatemi a cagare,
senza manco in mancia un’avemaria;
e vada pure per una maledizione,
quella che di sicuro mi tirerete

E così, andate a fare in culo voi e la poesia
e tutto quello che conviene, che conviene
E tutto quello che conviene, che conviene
E tutto quello che conviene, che conviene

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
Questa voce è stata pubblicata in amicizia, amore, arte e cultura, attualità, cultura, eros, Iannozzi Giuseppe, passione, poesia, società e costume e contrassegnata con , , , , , , . Contrassegna il permalink.