Il nostro tempo l’ho sprecato

Il nostro tempo l’ho sprecato

ANTOLOGIA VOL. 98

Iannozzi Giuseppe

Rubens Pieter Paul - Bacco ebbro

FRA GLI ABISSI DI MARY

Per te dal francese traducevo
le più amare e avare poesie;
per te le Alpi scalavo e scendevo
con la colpevole consapevolezza
che qualcun altro amavi e odiavi,
ché con carezze di piombo
ti carezzava le spalle la Nera Signora

Nell’occhio destro quel tic
che a un semaforo collassato
tenero ti prostituiva
Eravamo giovani allora
Mi raccontavi sempre la sua storia e la sua fine,
di come nell’esercizio della sua divisa s’inabissò
Eri tu un angelo, un angelo bruno caduto
In un tempo lontano a tutti sconosciuto,
delle ali il peso dalla schiena scucisti via,
continuando a credere
– con una punta di dubbio
nel labirinto dei pensieri tuoi –
che le ombre non restano ombre
per sempre

Per me che t’amavo mai provasti
un po’ di pietà, neanche quando
fra funghi chiodini e pozzanghere di sole,
ridendo sguardi addosso a lui in ombra,
l’amor mio me lo seppellisti in faccia

Per questo, per questo
di punto in bianco
smisi di tradurre escrementi e brutture
Fra gli incidenti del passato
perdemmo entrambi qualcuno,
e tu forse qualcosa di più
Tu forse qualcosa di più

Col suo carico scimmiesco
ti cavalcava la Nera Signora;
diventavi piccola, così piccola
mentre t’ingobbivi
a ogni minuto un po’ di più

Nonostante la confusione del momento, Mary,
dei denti lo avvertivo anch’io lo stridio violento,
per questo solamente lo sgarbo oggi ti perdono

Ti perdo oggi e non ieri, perché ti perdono
Ti perdono e ti perdo, ti perdono e ti perdo
Ti perdo

TU NON SAI, NON IMMAGINI

Tu non sai, non immagini
perché mai hai immaginato
il Caos dell’Ebreo sul Sinai
a spazzar via le antiche leggi,
le bugie balzate in arcione
ad angeli vuoti di dolore

Tu non sai quanto profonda la noia
quando ogni cosa dall’inizio sbagliata

Tu non sai che più del prossimo,
che dalla fortuna guidato ogni strada taglia,
si ama lo sconosciuto dalla terra vomitato
e Caino il cane che lo accompagna

Non immagini l’aspetto supremo
Non la immagini proprio
l’innata e ben rifinita colpa
che la schiena di Dio schiantò;
non sai, niente sai che non sia
compreso compresso e compromesso
nell’insegnamento ricevuto

Mai, mai hai conosciuto il poeta
che in perfetto silenzio
un singolo imperfetto verso scrisse
in diecimila bui anni consumandosi
Mai, mai hai saputo
che nel dolente petto d’una donna
al mondo intero sconosciuta
infine lui lo riversò

E mai, mai hai conosciuto quell’uomo
che con un semplice timido sguardo
l’imperfetta finitezza dell’infinito
in milioni di stelle la tagliò
Mai hai saputo distinguere quel Dio
che con lacrime di diamante
la donna in catene più di sé amò

Così tanta bellezza non l’hai mai vista tu,
così tanta pienezza mai l’hai conosciuta

SUL CORPO DELL’ADDIO

Un uomo gentile pareva
Quando sulla sua strada
incontrò te,
teneva una mano nuda,
e un guanto bianco
lo stringeva nell’altra

Un paio di guanti aveva
– uno bianco, l’altro nero -,
le mani e il cervello
A tutti diceva
che amava così,
che non conosceva
un modo migliore
per accusare le sconfitte
e prendere l’amore
Era un uomo
che ne aveva viste tante
In chiesa ci andava
solo per confessare
d’aver dimenticato Gesù
quand’era ancora innocente,
un bambino

Un uomo gentile pareva
E un giorno gli spararono
in pieno petto
regalandogli una rosa rossa

Sulla bara non uno pianse
Nel nero erano abbottonate
le donne, e i fazzoletti bianchi
sventolavano al vento
come un capriccio
che rideva sul corpo dell’Addio

DOVE VOGLIO ANDARE

Dipende da dove voglio andare
C’è qui un pezzetto di paradiso
e un tappeto rosso d’Inferno
E briciole del mondo sono, lo so
E tanta fame ho e altro non ho,
solo il poco che passa il mondo
Inutile girarci attorno
Dipende, sì…
da dove voglio andare

CULLA I MIEI BACI

Se i baci miei di fame li ami,
se davvero li cullerai
per farne fiamme e fantasie,
allora sì, seguirò il tuo cammino,
perché è tondo il mondo
e da sé va a fondo
e più non ho voglia io
d’affondare da solo

OCCHI DI FIAMMA

Salii sull’altare,
incontrando
la bocca tua muta
Salii a incontrare
il prete nero
che ci avrebbe uniti
per tutta la vita
fino alla morte
E con occhi di fiamma
mi pregasti tu
di recitare una preghiera,
di scacciare ogni dubbio
e ogni diavolo dalla mente
Con timidezza quasi
ti presi allora sull’altare
la bellezza e la verginità
E pianse la croce
lacrime vere
uguali alle nostre
Solo il prete rimase strano,
morto stecchito,
con occhi spaiati, annegati
in due coppe di sangue

BEETHOVEN E WAGNER

Che strano, amica mia!
Non ha frenato il mondo la sua corsa
e si stringono strette strette le coppiette
e gli piove addosso il cielo,
la stella di Betlemme e un Niagara

Che strano, amica mia!
E’ tornato a casa il soldato
e non ha trovato nessuno
pronto a raccogliere la sua ferita
Ha acceso una sigaretta,
il niente è rimasto ad ascoltare

Che strano, amica mia!
Ha sorriso Gesù sulla croce
ed era solo un uomo col suo dolore
Gli han voltato le spalle i poeti,
ma prima la fine gli hanno inferto
con un spugna d’aceto

Che strano, amica mia!
Usa mio padre ancora la cinta e il ferro
con mia madre stanca di morire ogni giorno
per un tozzo di pane e un vecchio pesce
Ma brillano le stelle in cielo
e fingono sia normale,
fingono sia normale

Che strano, amica mia!
Ho nel cuore una musica
e un’altra nell’anima,
e non vanno d’accordo mai

Che strano, amica mia!
Partirò domani per un posto lontano
Cercherò me a ogni ciglio di strada
sempre sbattendo le ciglia per stupore
o per quattro spiccioli

Amica mia, amica mia
Strano forse che ti dica che è vero,
che così è l’uomo? insaziabile e vile,
sempre in compagnia di Solitudine?

Amica mia, Beethoven e Wagner
ancora cercano botte a notte fonda,
e non posso io cambiare la musica
E non posso io voltargli le spalle

HO ASPETTATO IN PIEDI
IL TUO AMORE A SEDERE

Ho aspettato laggiù, quasi in fondo all’uscita
Dalle loro stesse battute divorati ridevano i comici
E di loro ridevano sgraziate le donne fumando
sigarette mentolate, lanciando distratti sguardi
a destra e a manca in cerca d’un cavaliere

Ho aspettato laggiù, dove s’accalca la folla
quando lo spettacolo è finito e rimane il fumo:
in sala non c’era più anima viva tranne la tua
Ero nel foyer e sulle lancette contavo la noia
Aspettavo che tu facessi il primo passo
e corressi da me per abbracciarmi
o con un pianto e una risata schiaffeggiarmi

Ho aspettato una vita, sempre, pur sapendo
che s’era perso il nostro amore
fra le fila dei posti a sedere

Ho aspettato una vita per una tirata infinita
che potesse risorgere dall’ombra l’amore
Tutto fu invano; non è bastato affatto
che m’improvvisassi infantile comico
dentro alle scarpe troppo grandi di Chaplin

Ho aspettato perché avevo tempo e sapevo
che il tuo stringeva e fra le paillettes ti soffocava
Ti sapevo lì, a spettacolo finito, in sala
Mai ho avuto il coraggio d’arrivare
fino in fondo al tuo sguardo; temevo di trovarmi
di fronte al tuo pianto, e questa è la realtà – la verità –
anche se adesso rido al pari d’una scimmia,
lasciandomi prendere in giro da comici e donne

Ho aspettato tutta la vita, sempre, pur sapendo
che s’era perso fra le fila dei posti a sedere l’amore,
perché io solo riuscivo a stare in piedi
nell’ubriacatura coatta di mille chiacchiere a vuoto

In piedi ho aspettato il tuo amore a sedere
Troppo a lungo ho aspettato di pizzicare
un’ultima volta la rotonda bellezza del tuo sedere

In piedi ho aspettato il tuo amore a sedere
Il nostro tempo l’ho sprecato e tu sei ancora lì,
invecchiata e con mille sogni ridotti a pezzi

INNOCENZA NON C’È

innocenza un nome
allo stesso modo tutti colpevoli
la gogna meritano tutti
e una manica di scudisciate

nel riflesso dei lunghi coltelli
stanno gli occhi dell’assassino
nella posa del caffè
stanno i cadaveri di mille morti di fame

IN CERTI MOMENTI

Isabella Difronzo

In certi momenti sei capace di volare alto,
quasi tocchi il grido dell’aquila in cielo;
certe volte invece pensi che sei così giù
che non val la pena di guardare il sole.

Alti e bassi van giù con il whisky;
la stanchezza impazza
e le finestre aperte sembrano indicarti
che la soluzione è a portata di mano
se solo sapessi saltare,
se solo sapessi volare più in alto
della tua anima che ti schianta a terra.

Ma il tramonto è già bell’e fatto
e nuvole bianche corteggiano la Luna
e uno spicchio di Venere,
così ti spogli della giarrettiera
e sul cuscino abbandoni biondi cernecchi
per sognare chi domani verrà a salvarti.

RAGAZZINA

Chi sei, chi se non…
chi allora?
Sarai mica quella ragazzina
che stanotte è venuta
a rimboccarmi le coperte
e poi leggero un bacio,
leggero leggero su la mia fronte
persa nei sogni?

Perché i miei occhi dormivano?
Quale tremenda sconfitta
non averti ammirata
in tutta la tua beltà

ANARCHIA

Ora non piangere
Le stelle alte in cielo
non hanno perso
ancora il loro lucore
Ma le tue lacrime
scivolano sulla rugiada
che bagna il mattino
Ma le tue lacrime
splendono sul verde
tutt’intorno,
mentre il sole s’avanza
col suo rosso divino
a romper dell’alba l’imene

Non c’è oblio
che l’amor non possa sanare
quando il vangelo
che leggi nella mia mano
diventa carezza per te
sul tuo vergine petto
dai singulti scosso

Così poi il tuo sorriso
di nuovo nasce per spandersi
tra infinito e infinito

E felice sorridi al mio sorriso
come un’anarchia senza fine

QUELLA BIMBA

Chi sei, chi se non…
chi allora?
Sarai mica quella bimba
che stanotte è venuta
a rimboccarmi le coperte
e poi leggero un bacio,
leggero leggero su la mia fronte
persa nei sogni?

Perché i miei occhi dormivano?
Quale tremenda sconfitta
non averti ammirata
in tutta la tua beltà

UNA STORIA NERA QUESTA

Una storia nera questa
Ero ancora bambino
quando me la raccontarono
E un uomo sono adesso
Non è cambiata la verità
E alla notte abbaiano i cani
E urlano bestemmie i dannati
E piangono le madri i figli
in guerra andati e mai tornati

Sbrendolo il peccatore
all’incuria del tempo affidato,
all’incubo di Giuda impiccato

E’ una storia nera questa,
sbrendolo di cui già segnata è la fine
E si manifesta in piazza per la libertà
E ciechi si ammazza per la bandiera
E tengono su gli uomini facce sì terribili
che persino Dio ne tiene paura
E in strada abortiscono le donne
un peccato e un figlio sfamato di fame
Ma della terra mai sazio è il grembo

E’ una storia questa a mille altre uguale
I vecchi alla mia famiglia la raccontavano
E’ una storia nera questa, uno sbrendolo:
in piedi non si regge e in cielo non sta,
e sempre trova il modo di mieter vittime

E’ una storia vera questa
Ero ancora innocente
quando le ali me le strapparono
e quaggiù mi precipitarono
E come tutti sono oggi un uomo
e non è cambiata la verità
Attaccano la rabbia al giorno i cani
E piangono le giovani spose i consorti
alla guerra comandati e mai tornati

E’ una sporca storia questa,
storia che non si dimentica
E a mio figlio la racconto anch’io
per metterlo in guardia da sé
E’ una storia nera come la notte questa
E’ una storia vera come il sangue questa
In piedi non si regge e in cielo non sta:
uno sbrendolo il peccatore
all’incuria del tempo
e all’incubo d’un uomo impiccato affidato

E’ questa una sporca storia,
una sporca storia davvero
perché mi hanno quaggiù precipitato
per rendermi uguale a chi prima di me,
per costringermi a essere rabbioso,
ad avere un figlio con la mia faccia
per sola eredità

30 MARZO 1972

Esplodano forti le risate di tutti,
si sputino via i denti e le carie
Bocca piena, bocca masticata;
ma è mia la bocca imbavagliata!

Soffocano gli anni dentro agli anni;
e si stemperano gli affanni
in una bottiglia stappata,
e il tappo si stappa in un cielo lontano
E ricordo quanti compleanni
e quanti capelli dimenticati – andati
E so perfettamente quanti m’hanno fatto le pulci
col pettine in mano
E so perfettamente tutti i nomi
dei tanti che me le hanno contate
in un ghigno lungo
dal trenta marzo del settantadue ad oggi
E so distintamente quante viltà
ho calpestato guardando avanti

Sempre tutti i nodi vengono al pettine:
il barbitonsore lo sa meglio di me
e dalla bocca mi strappa via il cerotto,
e mi lascia in poltrona accomodato

LIBERI PENSIERI

Non valgono i miei pensieri liberi un soldino: si danno via al vento, si lasciano raccogliere da chi li vuole condividere un po’ coi suoi. La Luna poi insegna me il Futuro in uno specchio d’acqua prigioniero d’un catino di zinco.

SULLA FALSITÀ

Il falso è d’un conio che quando lo prendi sotto i denti subito si spezza: non resiste, fa però danno al panorama dentario e al dizionario che in bocca mastichiamo.

SUL VIVERE

Non mi adorare: in fretta mi consumo. Sempre però inseguo l’alba dentro al tramonto perché il giorno appresso sia vivo nonostante le malinconie che alla sera.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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