Facciamo i nomi e i cognomi e così sia! – Con alcune poesie tratte da DONNE E PAROLE (Sulle orme di Leonard Cohen)

Facciamo i nomi e i cognomi e così sia!

ANTOLOGIA VOL. 96

Iannozzi Giuseppe

Jaco Pastorius

RIMBALZA L’OM

La palla che contro l’Om rimbalza
Il cavallo a dondolo che di sonno muore
Il giorno che di baci di fuoco s’infiamma
E noi qui sospesi e sospetti
come se mai avessimo visto il cielo cadere

La poesia morta, nel Getsemani sepolta
Vogliono sapere chi il corpo ha trafugato
Dicono che ciechi non siamo nati,
ma che a tirar per le lunghe ancora il discorso
potremmo presto noi baciar la sorte di Tiresia

Insistono che solo gli mancava la parola,
che troppi colpi alla testa e alla bocca dello stomaco
l’hanno inginocchiato
e che anche questa colpa la pagheremo
Ripetiamo ripetiamo che non sappiamo,
che Lazzaro non l’abbiamo noi di nuovo ucciso

Non ce la caveremo, questo lo sappiamo
La palla non continuerà a rimbalzare;
domani l’Om sarà infranto e piangeremo,
domani vana sarà per l’anima la preghiera
e nel cavo della morte finalmente capiremo

(da Donne e parole – di Iannozzi Giuseppe – Edizioni Il Foglio)

LUTTO

Non lo so perché amo te
e non un’altra
Ma tu, sempre,
hai pronunciato il mio nome
come un vieto lutto
Io, invece,
sempre in bocca il tuo
come un carnoso frutto

(da Donne e parole – di Iannozzi Giuseppe – Edizioni Il Foglio)

VUOTA PREGHIERA LA POESIA!
(versione alternativa)

Mai mi sono detto…
Confessa verità personali
la poesia,
mai e poi mai la realtà

Teneva viva una preghiera Gesù
e Giuda pure, forse più santa
Furono entrambi traditi
dalla stupidità d’un milione di sé
per finire fra pagine sacre
un po’ così e così – esasperanti

Non pregherò
per un serto un po’ così e così
o una corona di spine capovolte

E non pregherò
per le mie ginocchia stanche
Non darò via il sangue
seppur oggi freddo e acido
Sulla stessa bilancia
si bilanciano il torto e la ragione;
e umano, troppo umano,
in follia continuo
giorno dopo giorno,
poi solo accendo me,
un’altra rivoluzione…
tirata su
come una poesia,
come una preghiera

Non voglio in eterno scrivere
per esser poi decifrato
estremo d’un’irreale eternità
Solo desidero me, e non di vivere
in eterno ché mai mi son detto
santo poeta o traditore

Quello che voglio veramente,
quello di cui non posso fare a meno:
sapermi tiranno come sempre
finché fiato nel fiato dentro ai polmoni
Finché avrà ragione di battere il cuore
in petto – uguale a umana bestemmia
dalla terra raccolta per riderla forte
in fondo alla terra, alla fine d’una guerra

(da Donne e parole – di Iannozzi Giuseppe – Edizioni Il Foglio)

POESIE D’AMORE

Lei: “Non scrivi più poesie d’amore.”
Lui: “Ragazza mia, sono stanco di scrivere… non posso continuare ad andare avanti a seghe con la macchina per scrivere.”

Donne e parole - Iannozzi Giuseppe - Il Foglio letterario - 2a edizione

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PERSO NEL TUO NOME

Mi son perso
fra gli ombrelli
che cadevano nel vento
Mi son ricordato
del tuo volto,
e ho pianto tanto
sempre cadendo
insieme alla pioggia,
dentro a ogni pozzanghera
che su i Campi Elisi

Con amore infinito
mi son domandato di te
Come un poeta fallito
ho capito
che l’unico poeta buono
quello preso nell’inganno
dell’eternità sottoterra

Ma quanti qui cantano
uscendo dai bar a mezzanotte
E io nemmeno un franco
per sedurre il peccato
che nella notte scivola
dentro ai tombini
tracimanti il rosso e il nero
di questa piccola vita

E lo ammetto,
con dolorosa facilità,
che da quando m’hai lasciato
non c’è stata più luce alcuna
a incontrare il buio,
a marcire nei miei occhi…
in quegli occhi bambini
che conobbero l’accesa bellezza
delle tue lunghe bianche gambe

E lo ammetto,
con affannosa complicità,
che ho perso il respiro nel tuo
da quando m’hai lasciato a me
Perché sì,
in quella bocca mia smaniosa
– che moriva
lungo la linea della tua schiena
liscia innocente e seducente,
uguale al primo fiato benedetto
e condannato –
sempre e solo il tuo nome

(da Donne e parole – di Iannozzi Giuseppe – Edizioni Il Foglio)

SE ALLA MIA SPORCA VITA

Non lasciare baci
Sono con Giuda
a scolarmi una cantina
Sono pronto a tutto,
a tradire il Diavolo anche

E tu, gentil donzella,
non puoi davvero capir di più
di quello che vuoi oggi capire

Dovresti imparare
ad amarmi malato
come sono, come sono
Ma se non puoi
– te lo giuro su dio! –
non ti capirò io
né ti perdonerò

Non lasciarmi il cuore
se alla sporca mia vita
un poco ci tieni

Non lasciarmi il cuore
nell’ubriachezza del tuo
perché tutti gli anni
dell’insana gioventù
vadano in aceto
Non raccontarmi storie:
ne ho già sentite tante
– quasi tutte sante –
e nessuna vale niente
Non dirmi
che dovrei cercare
di cambiare, perché
sono fuori con Giuda
a impiccarmi l’ombra
a un salice piangente
sotto le carezze dell’autunno

E tu, tu sì santa,
non puoi farci niente

Non baciarmi,
non baciarmi
se ancor ci tieni
alla sporca mia vita

(da Donne e parole – di Iannozzi Giuseppe – Edizioni Il Foglio)

SUL TUO GREMBO

Piano m’inginocchierò ai tuoi piedi,
nuda anima sarò
Con le mie mani,
la testa dal busto spiccata ti donerò
come se mai fossi morto
per una lacrima
nascosta nel riflesso della tua lama

Come un fantasma
continuerò a vivere in te,
ma sempre tenendo
gli occhi chiusi sul tuo grembo

Per sempre
in questo tempo presente
uniti e divisi

(da Donne e parole – di Iannozzi Giuseppe – Edizioni Il Foglio)

NUVOLE DI TEMPESTA

no, perché? o sai forse che
si stanca la fatica e il passo lungo più della gamba
quando credi, quando il mondo nella mano

sì, si agitano i coriandoli all’aria affidati
mutano poi in nuvole di tempesta
e tutte le parole prendono il volo
e i sogni pure quando il tempo fuggito
dalla mano,
ma fra le gambe incastrato bastone

ALLA FINE LA FINE

Un giorno sarà così,
si uscirà per vedere
e vedremo nuvole su noi,
deserti baciati dal buio
e non una lama di luce
o il sorriso di una donna

Un giorno sarà così,
da Belfast a Berlino,
da New York a Tokyo,
e non una farfalla,
non una mosca da pizzicare
fra le estremità degli hashi

Un giorno sarà così,
si uscirà per finire la fine,
i giochi e i tradimenti,
brancolando in cerca
dell’albero di Giuda

(da Donne e parole – di Iannozzi Giuseppe – Edizioni Il Foglio)

POESIA NON SCRITTA

Prenderò quel treno
al volo, al volo nel vuoto.
Lascerò questo posto.
Farò ritorno da te
allontanandomi da te,
come la fiamma d’una candela,
come il cielo
che incontra
solo altro cielo blu. E
poi niente più.

Prenderò un giorno di primavera
e il primo suo boccio;
lo dirò il supremo mio errore.
E sul cuore l’appunterò
perché poesia non scritta
che sapevo da prima di me.

Di quale altro eterno sogno
hai ora bisogno?

Vedo sempre un po’ di Me
nei tuoi frammenti
e pezzi di Te:
giochi d’anima?
Non è questione d’età.

Prenderò quel treno
al volo, nei miei passi inciampando,
perché il sogno non svanisca
insieme alle prime luci dell’alba.

(da Donne e parole – di Iannozzi Giuseppe – Edizioni Il Foglio)

LA CADUTA DELL’INNOCENZA

Non seguire la cattiva strada, segui queste note invece:
perderai tutti i denti, perderai il rispetto della tua donna,
e ti terrà il tempo l’abbaiare d’un cane rognoso,
ti ricorderà che sei nato bastardo con la luna di traverso.
Non c’è altro da sapere. Non c’è altro jazz.

Non seguire la cattiva strada, segui queste note invece,
quelle d’un trombettista dannato, d’un grande condannato:
in una notte di primavera, in volo planando
sul selciato, da una finestra d’albergo di Amsterdam,
la caduta della vita nella tromba d’un’altra vita.

In una notte di primavera, non leggere come me
le note sul pentagramma, la caduta dell’innocenza.

Non c’è altro da sapere. Non c’è altro jazz da ballare.

(da Donne e parole – di Iannozzi Giuseppe – Edizioni Il Foglio)

CON QUESTA LUNA

Questa notte lasciami andare dalla mia Bella:
le ho fatto una promessa di pentole e coperchi
e lei ha scommesso il suo vestito più tragico
su me. Su di me, il suo nudo vestito. Su di me.

Con questa luna di sangue nella mia testa che sballa,
con questa luna svestita, lascia che tocchi con mano
se è vero quello che si dice in giro mentre sono via
nel tremore disperato d’un whisky a tarda sera.

Questa notte, con questa luna, un’altra solitudine.

(da Donne e parole – di Iannozzi Giuseppe – Edizioni Il Foglio)

UNA LACRIMA, UNA BARA

Ti lascio una sola lacrima
addormentata in una bara
e nulla più, niente di più
di quel piccolo Gesù
che m’albergava nel cuore
quando eri tu a scomporre
le trame delle gioie mie
per farle tue

Sol ti lascio questo Addio
d’infinito silenzio
perché Vergine Libertà
possa tu desiderare al di là
del mio sporco ricordo
– che mai più ti tormenterà
l’anima o le labbra

IL DIAVOLO SULLA GUANCIA

Con la mascella slogata
Con il diavolo impresso sulla guancia
Con gli occhi un po’ strabici
Con il naso rotto e storto di suo
Con il sorriso spezzato
Con i capelli scompigliati
uguali a quelli d’un qualunque delinquente
osservo il nostro amore prender fuoco
in un rogo che prima era un pagliaio

Non sbaglio
Hai gli occhi belli e dolenti
Non sbaglio, sei il solito diavolo
che m’innamora in una tempesta di guai

Sei la solita romantica
che mi tira per i capelli
Sei la sola che mi spacca in due
per poi lasciarmi vivere
senza una donna accanto

Sei l’unica capace
d’uno schiaffo
e d’un addio senza fine
E poi eccoti di nuovo qui
a me davanti con le mani sui fianchi
e gli occhi puntati addosso a me
uguali a due freddi coltelli
E poi eccoti di nuovo qui
che mi fai segno con l’indice
senza aprire bocca mai
per quel pagliaio che brucia ancora

Non sbaglio
Ho il diavolo impresso sulla guancia
E il tuo indice ne infiamma il segno
E la tua mano lo sfiora giorno dopo giorno

Non sbaglio
Hai gli occhi belli e ardenti
Non sbaglio, sei il solito diavolo
che m’innamora in una tempesta di gioie

Non sbaglio, sei la solita,
la sola che mi spacca in due
per lasciarmi attendere il tuo ritorno
giorno dopo giorno, giorno dopo giorno

Sei la sola che sempre si fa cercare
come un ago in un pagliaio
giorno dopo giorno, giorno dopo giorno

(da Donne e parole – di Iannozzi Giuseppe – Edizioni Il Foglio)

A CAZZOTTI CON DIO

Non bussare
alla porta
del mio cuore:
non ci sono
Sono altrove,
perso nell’Aldilà
a tagliare
le unghie a Dio,
come uno schiavo
rabbioso

Non mi cercare
Sono via lontano
in un posto
che tu non puoi
sapere
E se te lo dicessi
non mi crederesti,
perché
ancora una volta
ho fatto a cazzotti
e ne sono uscito
più salvo di prima
Perché
Gesù salva Tutti
recitando preghiere
con bocca di carie
al Padre
che l’ha tradito

Ma tu lasciami
dove sono
E non avrai guai

(da Donne e parole – di Iannozzi Giuseppe – Edizioni Il Foglio)

FACCIAMO I NOMI E I COGNOMI

E che c’avrai mai stamattina
Lo so, lo so che tutto scorre
Lo so, ti lascia sulla via in malattia
a dar retta alla faccia d’un criminale

E che c’avrai mai stamattina
La faccia t’assomiglia a un sorriso
da orecchio a orecchio,
non è però un portafortuna
Parli e resti muta e ti conti le dita,
i giorni che t’hanno tradita
per questa vita, per questa amnesia
che è tua ed è sale sulla ferita
Sulla ferita così simile alla mia

E che c’avrai mai, che c’avrai lo so
Facciamo i nomi e i cognomi
E piangono tutti per te, per me
E che c’hai lo sai: è tua la mano
che dal deserto spreme lacrime
E che c’hai lo sai: è tua l’anima
che trattiene quel sorriso così aperto
che fa male

Che c’avrai!
C’è il sole e picchia forte
Mi ricordi che era pure per me
E lo so, la conosco bene la colpa
e la storia del signore che prese la croce
per giocare in cielo un faccia a faccia,
per mettere una croce sulla croce
E che c’hai lo sai: la luce prende ombra
E che c’ho lo sai, e che c’ho lo sai

E’ che è così, testa o croce
E’ che è, e non basta il via in un amen
E’ così, anche se non l’hai accettato mai
E’ che è così
E che vuoi che sia!
Ma mai sia quel che sia

UN’ALTRA NUDITÀ

Quanta notte
costringe la notte
a farsi buia e profonda
fino al limite oscuro della fine

Quanti respiri
E quanti sospiri
– ingoiati –
che non sapevamo d’avere
E la sigaretta dopo l’amore
E i tuoi occhi lacrimanti
che però bruciano
e son brace di braci
mentre accarezzo la tua nudità
in cerca d’un’altra verità

CHAMPAGNE!

Della gioia, della gioia
in un calice di champagne
Berremo alla gioia con gioia
Poi il vetro lo daremo al fuoco
per riscaldarci maggiormente

MIA PERLA DI LABUAN

Di tanto in tanto,
quando il tempo brutto
e in cielo neanche
uno spicchio di Luna
a rischiarare
il volto mio torbido,
in punta di piedi
silente
a me ti presenti,
e sempre sei emozione,
tu, mia Perla di Labuan

DOPO DI TE

Dopo di te
Prima di far le valigie,
prima di portar via la gioia,
prima di dimenticare i peluche
che con passione al petto hai stretto,
ricorda che qualcuno ti ha amata
pur sapendo che sogni e incubi
insieme muoiono
con la nascita dell’alba
dietro alle calve colline dell’autunno

Prima di dire “mai più!”,
prima di lasciarmi qui
col cuore incatenato
a una foto che il tempo ingiallirà,
prima di portar via ogni cosa di noi,
ricorda di soffiarmi un bacio
che sia al di là dell’amore
e dell’odio
Ricorda di lasciare un segno di te,
una lacrima di blues

SCONFITTO

Sconfitto dal tuo sorriso
tra Roma e Gerusalemme
rimango all’angolo in croce
perché non sia più la noia
a dirti di me,
della vecchiaia incipiente
delle ossa a pezzi,
della pazzia spezzata
in camuffato genio

E della bruttezza
che in me resiste
da sempre

SANTO E TIRANNO

Come il più santo dei tiranni
negro sangue ho pianto
dall’orecchio sinistro;
con la sola forza della mutezza
ho strappata la catena d’oro
che al marmo mi teneva legato

Mi guardo adesso d’attorno,
scruto questo oscuro mondo
senza provar sorpresa o amore
per le pazze creature di dio
– per le affilate loro lingue
fragili di diabolica mortalità

COME IL VENTO

come il vento oggi soffia
non lo sa neanche dio
non lo sa neanche la terra
ma tutto s’alza in larghe spire
e vive una vita nuova
o – forse – solo la bellezza
che sottoterra
era rimasta a riposare

PAROLE

Parole:
son le mie,
oziose,
innocue nostalgie
e anestesie

Parole:
son le mie,
non valgono
trenta denari
Inutili sono
a me
come ai bari

DEA DI VENDETTA

Uccidimi, uccidimi adesso
Non ho niente da perdere
Il sangue e la croce fra i tuoi seni
non fanno più paura
all’alma mia da tempo persa
negli abissi dove mai ombra viene

I morti risorgono
con su maschere
che fan ridere;
e i carabinieri giocano
gli occhi su tre bussolotti
senza star fermi mai

Non c’è che questa specie di sogno
che mi regge ancora in piedi;
per quale ragione non dovresti farmi fuori
adesso che ho tutto perso
e il nulla ha ripulito da cima a fondo
questa città infestata dal Peccato?

Uccidimi adesso, adesso
che le vene sono più pallide
di quel Cristo in croce
in solitaria compagnia
di tanti uguali a lui persi
nel tempo e nello spazio

Uccidimi adesso
Non era forse questo
che aspettavi da una vita intera,
mia Dea?

I MIEI MITI

I miei miti così diversi
e le tue abitudini sempre uguali
a certi versi

E un poeta muore
e un uomo nasce
fra il tanfo della miseria,
nel cuore del rumore
che vomita insulsa poesia

I miei miti così
e la tua bellezza sempre
a condannare
chi fa il mestiere,
chi beve fino a tarda sera
perché sia la dimenticanza di sé
la compagna più sincera

I miei miti un po’ così e così
E tu, tu che gli occhi chiudi
sempre alla solita ora,
mentre io scarabocchio
e subito lo scritto straccio
pensandomi già marinaio
imbarcato verso il domani

ERA IERI

Al dolore ci accompagniamo
talvolta cercando compagnia
nel rosso d’una bottiglia,
altre ancora in quella
d’una combriccola
che da tempo i contatti ha perso
con quella scuola
dove tutti s’era compagni, banco
dopo banco, fianco a fianco, copiando
più per la felicità di sfidare il dolore
d’una rampogna
che per sentita necessità

un altro sabato sera

è solo un altro sabato sera
e non ricordo come ci sono arrivato
è solo un altro goccio buttato giù
e ogni peccato vuol passare
per la cruna di un ago

ma il regno dei cieli non ci appartiene
non è mai stato un posto buono per noi

non è mai stato un posto buono per noi
per questo nuotiamo in un lago di sangue
cercando con gli occhi l’infinito nero
che da sempre seppellisce le nostre teste

PECCATORE

Brucia il sangue nelle vene
il tramonto,
brucia la fragile vita che,
in chi ancor sano, resiste;
per chi invece malato,
come me destinato a sicura morte,
nemmeno il conforto di bruciare,
di bruciare lentamente
giorno dopo giorno;
la fine sul calendario segnata
per un infinito logoramento
in un tempo minimo.

UNA DONNA PER CUI UCCIDERE

Quando ci sei dentro ci sei dentro,
non ti servirà fare armi e bagagli:
da sempre il peccato ti scorre nelle vene
e tutto quello che desideri veramente è
un biglietto esplosivo di sola andata
fra sangue e pallottole, il piacere,
una donna per cui uccidere,
e una da uccidere senza pensarci su

fantasmi e miraggi

si morde la coda il cane
a piedi nudi scappo dal sole
il fantasma dell’opera intona un’aria stravagante
la metropolitana piena e dio siede in ogni dove
penso, penso che
qualcosa non va
solo il diavolo sa perché

domani giorno di paga
il rubinetto gocciola a pieno ritmo
nel sahara miraggi e oasi fantasma
immagino, immagino che
mi sono perso dentro tutto questo
mi scoppia la testa
e non ho ancora trovato un posto
dove seppellire il fondoschiena
dovrei fare qualcosa, qualcosa di giusto
come pregare o chiamare l’idraulico

a un angolo di strada vuoto di concorrenti
stendono la mano padre e figlio
qualcuno grida a squarciagola la fine del mondo
rimango attaccato alle mie posizioni
come una mosca sul parabrezza

bisogna essere pazzi per andare avanti
bisogna esserlo sul serio per tornare indietro
l’avresti mai detto, amico?

l’ultimo proiettile

troppo vecchio per certi giochetti
l’ultima operazione al cervello
mi ha rimesso in sella
ma il cuore è rimasto fermo
e alla mia età un fatto del genere
non lo puoi liquidare su due piedi

prima si perde la fiducia poi l’umanità

un proiettile rimane sempre in canna
perché non si sa mai
perché la morte si fa chiamare poesia
e non possiamo davvero fare a meno
di fare i conti con il passato

prima si perde al tavolo verde poi l’anima

troppo vecchio per interrogarmi su dio
l’ultima volta che ho letto un libro
un angelo è sceso giù dal cielo
si è seduto sulle mie gambe
e mi ha invitato a fumare con calma
una cosa così non la puoi dire in giro
senza passare per un fesso completo

prima si perde l’arte poi la parte
che ti ha fatto grande un secolo fa
per questo meglio è conservare
l’ultimo proiettile buono per te

sii felice

fissa il mondo
immagina come gira
come gira su se stesso
da milioni di anni
domani, domani si fermerà
e nessuno potrà metterci una pezza

fissa il mondo
sulla sabbia disegna un cerchio
imita la perfezione di giotto se ti riesce
non puoi fare altro
dovresti essere felice
di essere anche tu un figlio del blues

hiroshima

un’altra chiamata caduta nel vuoto
hiroshima brucia ancora
da berlino notizie poco favorevoli
ma in cielo nubi meravigliose oscurano il sole
forse non hai davvero bisogno d’altro
forse hai dimenticato di farti forza
di tirare la coda al gatto e dar di matto

cadi e ti rialzi
accendi una sigaretta dopo l’altra
e non è poi così difficile capire
niente è andato per il verso giusto

RESPIRO I TUOI PENSIERI

Respiro i tuoi pensieri
che passo dopo passo
metti in circolo
Che dopo ventiquattro scalini
resistono nel battito affannato
affamato d’altro amore
Respiro ogni tua parola
perché mi possa entrare dentro
e farmi un po’ bello
come te,
un po’ innamorato
come il tuo cuore
che lo so non sa battere per me

Rimango qui
con le labbra intatte
Amore non l’ha mai sfiorate
e le tue son per altri più belli
Non mi lamento
ma in segreto ci soffro
Così ti dico quel che sento
mentre cerco di starti dietro
passo dopo passo
forte solo dell’ingenuità
che non s’arrende in petto
nonostante sappia da sempre
che destinato sono alla sconfitta

AGNELLO

Dormi, dormi, dormi
E’ domani un altro giorno
Troppa stanchezza
non fa bene al corpo
e allo spirito, e nemmeno
al capro espiatorio
o all’agnello di Dio

Dormi dal tramonto
all’alba, dimentica l’orrore
della stanchezza,
di quella spada che hai retto
per giorni e giorni in mano
per difendere l’anima tua,
senza mai chiuder occhio

Dormi, dormi, dormi
E se in sogno m’incontrerai diverso
da come mi hai nei tuoi ricordi,
ti prego di farmi fuori presto,
con un colpo di spada
che mi spicchi dal busto il capo

PERCHÉ NON SONO UN POETA

Quando mio malgrado sono cresciuto un pochetto, fingendo d’essermi lasciato alle spalle il brutto che la vita m’aveva riservato, come tutti i bambini presi ad andare a scuola. Ricordo che intorno a me ronzavano sempre preti neri più del carbone e strane suore con occhiali esageratamente grandi e spessi. In classe non si sentiva volare una mosca. I bambini tenevano tutti il capo basso sul banco. L’insegnante, uno spilungone d’un giallo cadaverico senza un capello in testa, più d’ogn’altra cosa amava bacchettare gli alunni sulle mani. Per lui era divertimento non da poco aggirarsi fra i banchi e squadrarci uno a uno. Non gli piacevamo e lui non piaceva a noi. Da tempo avevamo imparato che anche se ci avesse bacchettati sulle mani, noi non avremmo dovuto mostrare segno alcuno di debolezza, perché altrimenti la tortura sarebbe stata doppia e tripla. Lo spilungone disprezzava altamente la debolezza. Un giorno, da dietro la cattedra, disse: “I deboli muoiono presto.” Non aggiunse altro. Però sul piano della cattedra c’era uno scarafaggio grosso e nero, che si faceva i cazzi propri. L’insegnante lo fissò per un momento, poi lo afferrò pinzandolo fra il pollice e il medio, e senza pensarci su spalancò la bocca vuota di denti e lo inghiottì.

Battezzammo il baccelliere con l’infelice soprannome di Hastur, solo per scoprire che il suo vero nome era proprio quello e non un altro. Non facemmo in tempo a battezzarlo che subito lui lo venne a sapere. “Sono Hastur. Pensavate forse di farmi dispetto chiamandomi per nome!”, berciò. “Fareste però bene a non pronunciare mai il mio vero nome, neanche per scherzo.” Ce lo gridò in faccia, squadrandoci per bene uno a uno, poi passò tra i banchi e da ognuno di noi si prese il suo piacere, facendoci calare i pantaloni.
Durante le sue lezioni nessuno osava fare domande e, ovviamente, nessuno lo chiamava per chiedere chiarimenti.
Un giorno Hastur mi puntò.
“Tu.”
Deglutii.
“Sì, proprio tu.”
Deglutii un’altra vuota.
“Tu potresti essere un poeta.”
Scossi il capo.
“Non mi piace la luce che hai negli occhi”, osservò. “Potresti essere un poeta, un giorno, non oggi ovviamente. Un poetastro, non un vate però.”
Hastur mi fissava in attesa che scoppiassi a piangere o che dessi in escandescenze.
“Un poetastro, non un vero poeta. Non piangi?”, continuò.
Non piangevo.
“Recita una tua poesia. E’ un ordine.”
Piano piano scossi il capo.
“E’ un ordine.”
“Non ne sono capace”, pigolai.
“RECITA UNA POESIA, PORCO CANE!”
Non potevo non obbedire. Non sapevo che cosa fosse una poesia. Inventai sul momento: “Il giorno dei morti/ è dei morti/ che la vita hanno perso/ insieme al nome e all’onore./ Il giorno dei morti/ appartiene a loro soltanto.”
Hastur mimò un applauso e ben forte emise l’inappellabile giudizio: “Un poetastro. Non sbaglio mai.”
Convinto che mi avrebbe percosso in malo modo, chiusi gli occhi.
Aspettai che me le suonasse prima sulle mani, poi sul sedere e…
Con mia grande sorpresa invece non lo fece, ordinò invece ai miei compagni di classe di tributarmi un lungo e scrosciante applauso.
Da quel giorno fui il più odiato della classe. I miei compagni presero a evitarmi. Potevo capire il loro disappunto, l’esser stati umiliati, l’esser stati costretti a tributare un applauso a un poetastro.
Dopo che Hastur mi costrinse a calarmi nella parte del poetastro, dentro di me presi a covare un odio indicibile… Promisi a me stesso che, un giorno o l’altro, lo avrei ucciso, senza alcuna pietà, per diventare un eroe.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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