Scopo ultimo della vita: la morte – Racconti brevi di Iannozzi Giuseppe

Scopo ultimo della vita: la morte

RACCONTI BREVI

Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe

IN PULLMAN

Sul pullman è sempre un gran pigia pigia, non si sa mai dove mettere piede; uno sta in piedi col terrore di calpestare la coda o d’un cane lupo o il quarantasei d’un piantagrane. Sul pullman bisogna stare sempre con gli occhi ben aperti; se qualcuno con mano di velluto ti accarezza il sedere non è per una proposta indecente, ma solo per sfilarti il portafogli di tasca. I taccheggiatori sono la norma nelle ore di punta e no, e coglierli in fallo è più difficile che camminare sulle acque a piedi nudi. Bisogna poi stare attenti alle nonne che, pur avendo tutt’e due i piedi nella fossa, affollano i mezzi pubblici per farti dispetto o per andare a trovare il marito al cimitero. Fragili e inacidite dalla vita, non risparmiano mai di azzannare alla giugulare il primo malcapitato. Inutile sottolineare che una volta azzannati da una nonnina con la dentiera è d’obbligo chiamare il 118, sperando che facciano in tempo ad arrivare con l’antirabbica in siringa. Il più delle volte l’ambulanza non arriva in tempo, e il poveraccio che è stato morso dalla vecchina può solo pregare che la morte sopravvenga veloce e senza troppo dolore. La verità è che per viaggiare in pullman ci vuole non meno coraggio di Sandokan. Il povero Salgari, morto suicida oppresso dai dediti, non avrebbe mai potuto immaginare una cosa tanto abnorme come la giungla cittadina, di questo sono sicuro.

PER DIO, SPEGNETE FACEBOOK!

Sono su Facebook i miei amici, sul social network. Vivono 24 ore su 24 sulla piattaforma sociale. Parlano. Scrivono. Spettegolano. Litigano. Fanno sesso anche, virtuale ovviamente, ma a loro sta bene. Vivono così.
Un tizio che conoscevo ha avuto una crisi di panico perché non riusciva a connettersi a FB. Sono stato costretto ad accompagnarlo al Pronto Soccorso, dove lo psicologo, senza mezzi termini, gli ha spiegato di vivere in una realtà che non esiste. Ha dato di matto. Alla fine, i medici sono stati costretto a sedarlo. Adesso si trova in una clinica, in montagna, per disintossicarsi. Non c’è internet e lui peggiora a vista d’occhio. Rifiuta sia l’acqua che il cibo. E’ il fantasma di quel che era. Temo che per lui non ci sia speranza. Da alcuni giorni si rifiuta persino di dormire in segno di protesta. E’ già collassato un paio di volte. E’ perso.

La cosa che più mi dà fastidio è che su Facebook faranno di tutto per convincermi a prendere parte al suo funerale. Per questo ho staccato la linea telefonica e quella dell’Adsl. L’ultimo messaggio che mi è arrivato è che l’epitaffio glielo ha già scritto uno che sta su Twitter: 140 caratteri esatti, non uno di più, non uno di meno, perché altrimenti non lo leggerebbe nessuno e poi sarebbe contro le regole. Non prenderò parte al funerale. Sicuro come la morte che non uno dirà una parola. Il funerale lo commenteranno poi su Facebook. Metteranno “like” a spron battuto, senza neanche leggere i post commemorativi e i commenti.


COREA DI HUNTINGTON

Aveva perso, un’altra volta, il posto di lavoro. Non gli piaceva fare il lavapiatti; non gli garbava come lo trattava il padrone; non gli piaceva affatto lavare la merda degli altri, i piatti sporchi, i bicchieri. Era stanco marcio di farsi fottere: piegare la schiena, rispondere con un inchino e nel cuore covare rabbia pronta a esplodere. A che serviva lavorare così, senza soddisfazione alcuna? A un emerito cazzo. Nessun futuro, ecco, così poteva riassumersi il futuro che l’aspettava. Non sarebbe cambiato niente, mai. Anche adesso che aveva rotto l’ultimo piatto, che aveva spaccato il naso al padrone, in ogni caso c’era nessun futuro per lui.
Fuori i casermoni grigi erano i soliti spaccati d’una civiltà bestemmiata, abbandonata a sé stessa. Su un muro scorticato rosso di mattoni, una scritta in nero:

In the squares of the city, In the shadow of a steeple
By the relief office, I’d seen my people.
As they stood there hungry, I stood there asking,
Is this land made for you and me.
As I went walking, I saw a sign there
And on the sign there, It said, “No trepassing”
But on the other side, It didn’t say nothing.
That side was made for you and me. (*)

Non capiva un cazzo d’inglese ma gli sembrava fosse giusto: e poi Woody Guthrie era uno come lui, uno che non si sarebbe piegato mai. Ci aveva pensato la dannata Corea di Huntington a terminarlo. Ma la sua musica rimaneva, e anche le parole straniere che non sapeva decifrare.
I lampioni erano alti, incredibili, missili puntati contro il cielo: se solo fossero stati alla sua portata, con un sasso li avrebbe accecati tutti. Ci provò comunque: raccolse una pietra da terra e la lanciò contro l’occhio d’un lampione, e quella cadde a terra producendo un rumore freddo. Ci provò di nuovo, e neanche questa volta il tiro andò a segno. Lanciò allora una bestemmia, poi s’accese l’ultima sigaretta del pacchetto ormai finito accartocciandolo e buttandolo via, perché tanto quella strada era tutta una latrina di merda, siringhe usate profilattici e solo Dio sa cos’altro.

Rientrò a casa che era notte fonda: la madre era davanti alla televisione, come al solito, che si lasciava lobotomizzare dalle stronzate sparate a raffica dal solito presentatore leccaculo fatto di bianca regina e con cento lifting appiccicati in faccia.
“Ciao Ma’”
Nessuna risposta. Intanto il televisore continuava a sputare immagini e jingle e pubblicità.
“Non faccio più il lavapiatti.”
Quella non fece una piega, sul momento. Aspettò due minuti buoni, il tempo necessario perché la Ruota della Fortuna finisse il suo giro, poi, quando lui era già in camera sua, gridò addosso al figlio: “Adesso ti bevi il sangue di Cristo! Altro che birra.” Non aggiunse altro.

(*) This Land Is Your Land – Woody Guthrie – Nelle piazze della città, all’ombra del campanile/ all’ufficio di collocamento, ho visto la mia gente./ Mentre stavano là affamati, io mi domandavo/ se questo paese fosse fatto per te e per me/ Mentre camminavo vidi un cartello laggiù;/ E il cartello, diceva, “Non oltrepassare”/ Ma dall’altro lato [del cartello], non c’era scritto nulla/ Quel lato è stato fatto per te e per me

UN AMORE DA AUTOGRILL

Nike sedeva davanti al bancone di uno stupido autogrill. La punta rossa della sigaretta si rifletteva negli occhi neri. Il caffè era rimasto sul banco a raffreddarsi senza che lui neanche lo assaggiasse. Si passò una mano fra i capelli neri e bestemmiò. Il fumo mescolato al vapore della cucina formava una nebbia che sembrava volesse ingoiarlo.
“Giornata brutta”, buttò lì Nancy, la cameriera.
Nike non rispose.
Ormai Nancy sapeva bene che per Nike non c’era mai una giornata buona. Lo amava d’un amore ostinato. Però non era sicura che lui ricambiasse questo suo sentimento. Lui era come una statua che ogni giorno, dopo il lavoro, veniva lì, ordinava un caffè che non beveva mai, accendeva poi l’ennesima sigaretta e rimaneva seduto a fissare il viavai dell’autogrill. Era un tipo di poche parole anche a letto. Scopava come se dovesse ottemperare a un impegno, poi scivolava via dal letto, si rivestiva, si accendeva una sigaretta e se ne andava senza accennare un saluto. E lei, da sola, rimaneva nel letto dove riposava ancora l’impronta calda di lui. Il suo fantasma.

Erano anni che questo loro rapporto continuava così: solo il silenzio li legava. E forse l’amore. Perché Nancy amava Nike, non era però sicura che… Non una volta aveva pensato di mollarlo o tradirlo. Ma non poteva più continuare così. Troppa era la sofferenza non detta che albergava nelle loro anime, ma nessuno dei due ne faceva mai parola. Ora Nancy era più che mai decisa a rompere il silenzio.
“Non mi hai portato mai un mazzo di fiori!”
Nike spense la sigaretta nel portacenere con una smorfia. “E adesso che c’entra?”
“Che c’entra, cosa?”, ribatté piccata lei. “Noi… Noi non parliamo. Mai.” Le era occorso tutto il suo coraggio per rompere il muro silenzioso fra di loro; tuttavia Nike, ostinato, non aveva alcuna intenzione di aiutarla.
“Non c’è niente da dire.” Fosse stato per Nike, la questione era bella che risolta.
“E’ questo che non va…”
Nike abbozzò un sorriso simile a una comica smorfia di derisione. “Servi i clienti. E non rompere.”
Nancy a stento trattenne le lacrime. Avrebbe voluto tirargli almeno uno schiaffo, ma un cliente la distrasse. La voce imperativa reclamava un toast, un caffè caldo e qualcos’altro. Non ammetteva patteggiamenti di tempo. Un nodo alla gola ingoiato a forza, e Nancy si dedicò al cliente. Indossava un completo nero, roba raffinata: fosse stato lontano un miglio, si sarebbe comunque capito che era uno con la puzza sotto il naso. Era il solito fottuto borghese che aveva fatto i soldi: poteva purtroppo permettersi d’essere il centro dell’universo.

LIBERTÀ OBBLIGATORIA

– Oggi non ho voglia di fare niente.
– Come mai?
– Per nessun motivo in particolare.
– Bene, non fare niente, nessuno ti obbliga.
– Torno a dormire in branda.
– Come vuoi. Ti devo svegliare per “l’ora di libertà obbligatoria”?
– Girare in tondo in quel diavolo di cortile non fa più per me, le mie chiappe non reggono più come ai bei tempi!
– Un vero peccato.
– Già, un peccato grande grande. Anche un condannato a morte invecchia mentre aspetta la sedia elettrica che gli brucerà culo e cervello.

STORIA UMANA

– Perché non la scrivi quella storia?
– Quella storia, quella storia…
– La più incredibile, come tu stesso l’hai definita.
– Ah, quella intendi!
– Sì, proprio quella, la più grande storia, quella di cui mi hai accennato più volte, senza mai dirmi una parola circa il finale.
– Non la leggerebbe nessuno.
– Non dire sciocchezze! Tu sei uno che conta, sei letto in almeno cinquanta lingue.
– Domani sganceranno le atomiche, non ti sto prendendo per i fondelli. La notizia me l’ha data un personaggio che sta molto in alto. Sopravvivranno forse le formiche. Perché mai dovrei consumare tutto d’un botto il poco tempo che mi resta da vivere qui, sulla Terra?
– Sopravvivranno le formiche. E noi?
– Noi finiremo come tutti gli altri.
– Ma noi siamo degli Artisti, dei Creatori…!
– Troppo spesso ci illudiamo di essere degli Dèi, questo è il nostro peccato. Noi solo diamo una vita fatta di parole a delle fantasie che fanno ressa nella nostra mente, fantasie che, a volte, un vero Dio decide di concretizzare per farci dispetto. Forse, per punirci.
– Tu stai delirando, adesso ho capito…. Sono proprio un imbecille a prestarti attenzione. Un imbecille.
– Nostro destino è di finire domani. Dio mi ha parlato, ha detto che la storia da me pensata e mai scritta, solo a te accennata, lui la realizzerà. Ti piace il finale?

L’UOMO CHE SAPEVA TUTTO

L’uomo che sapeva tutto aveva passato l’intera sua vita a consumare occhi e cervello su libri e polverosi incunaboli da tutti dimenticati.
Alla fine dei suoi giorni poteva dire di vantare una cultura a dir poco mostruosa, quasi sicuramente come nessun altro al mondo!
Dolente nelle ossa e nelle membra tutte si alzò dalla sedia, scoprendo però che le gambe a stento lo reggevano in piedi. Se avesse potuto guardarsi allo specchio avrebbe visto la ridicolaggine dell’immagine che di sé offriva, un’immagine quasi uguale a quella d’una vecchia scimmia più di là che di qua.
Con grande impegno e forza di volontà, stringendo forte i denti, mosse un passo e poi un altro e un altro ancora, sempre lentamente, ma il corpo gli obbediva e non gli obbediva quasi per niente. Ronzii negli orecchi, vertigini miste a una nausea indicibile, chissà perché e percome, non riuscirono comunque a farlo rovinare a terra. Per caso o per destino, riuscì infine a raggiungere la finestra che dava sulla strada. E con fare maldestro riuscì anche ad aprirla. Ma sporta la testa di fuori per gridare al mondo dabbasso che lui sapeva ogni cosa, vita morte e miracoli di questo e quello, la vista subito gli si appannò per spegnersi ancor più velocemente in un buio più nero della pece. Un terrore oscuro, che mai avrebbe immaginato, lo ghermì stringendogli i polmoni e il cuore in una morsa d’acciaio.
L’uomo che sapeva tutto non sapeva che pensare.
Con enorme fatica, cieco e dolorante, affannato oltre ogni limite, si scostò dalla finestra per lasciarsi cadere a terra, sul pavimento stipato di libri e di carte; si raccolse dunque in posizione fetale e cominciò a pensare, a pensare a quale potesse esser mai la causa del terrore che non gli aveva permesso né di gridare né di portare una minima sbirciatina a quella umanità che per più di ottanta anni aveva bellamente disertato.

BUONGIORNO E BUONASERA

“Buongiorno” e “Buonasera”: in questi due saluti di circostanza si poteva forse riassumere, perlomeno fino ad allora, la maggior parte della storia d’una esistenza piatta, quella del Signor Nerone, ma non di quanti lo avevano conosciuto, a fondo o no.
Per anni e anni amari, sulla sua strada sempre aveva incontrato persone scipite, o motivate a concedergli la cortesia interessata d’un saluto e null’altro.
Un giorno, uno uguale a mille altri, uscì di casa, ma con occhi accesi d’incendiaria follia. Quel giorno più o meno tutti compresero, e chi no, in un modo o nell’altro, a caro prezzo ne pagò le spese nei giorni che seguirono.

CADERE IN MEZZO ALLA CACCA

In ritardo sul lavoro. Mi sveglio. Non ho sentito la sveglia. Mi sveglio perché sono abituato ad aggrapparmi alla vita con le unghie e coi denti. Il marmo è sempre freddo, i miei piedi nudi lo sanno bene, sembra di camminare su una lapide di marmo ma non posso far finta di non essermi alzato con il piede sinistro, così mi faccio coraggio, avanzo senza guardarmi alle spalle. In bagno una lama di specchio mi assicura che la mia immagine è un pugno in un occhio. Mi dico che è il caso che evacui senza pensarci su. Suona  però il campanello. Una due tre volte. Non ho scelta, devo andare incontro al postino così come sono. Ci è abituato, non ci fa quasi più caso a come sono messo. Gli faccio giusto un po’ di pena. Sospiro. Abbasso la testa e firmo. E finalmente lui mi mette in mano il mio, poi mi dà le spalle senza un saluto. Sento il telefono squillare. Inciampo. Il pacchetto mi vola di mano. Cade sul ballatoio e la mia faccia anche. Ho le orecchie, gli occhi, la bocca pieni di cacca. Di cacca. Non mi resta che leccarmi le ferite e assumere la posizione del Loto.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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2 risposte a Scopo ultimo della vita: la morte – Racconti brevi di Iannozzi Giuseppe

  1. Lady Nadia ha detto:

    Piccoli capolavori ironici dal retrogusto amaro. Per palati fini, roba prelibata e mica per tutti.😉

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Racconti brevi o brevissimi che inquadrano diverse realtà. Sì, il retrogusto è sempre quasi amaro, non potrebbe essere diversamente.

    Be’, spero li leggano anche i palati non troppo fini, non sono poi dei racconti così difficili e io non sono di certo un novello Salinger, però faccio del mio meglio. E: non ci tengo a essere uno scrittore di nicchia. 😉

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