Non c’è più nessuno che ascolti la tua preghiera

Non c’è più nessuno che ascolti la tua preghiera

ANTOLOGIA VOL. 86

Iannozzi Giuseppe

The day after - Edvard Munch

GLI ANNI NOSTRI

Quante volte ho invocato il nome
perché solo una muta eco infine
si tuffasse dentro al cuore mio,
quasi che nullo spirito in me vivo

Amica, ricordi i giorni lieti
di primavere, di aspre speranze
ancor tutte da venire?
Quel cielo di stelle alte,
impossibili allo sguardo
perché tutte le potesse contenere,
erano, nell’immutabile loro carattere,
sì tanto simili ai nostri sospiri
fra un sogno raccontato e l’altro

Era Milano ancor tutta da fare
e se anche il fracasso delle bombe
la nostra innocenza in fiore minava,
ci promettemmo comunque che mai
e poi mai avremmo concesso al nemico
la voglia nostra di cambiare in meglio
Eppur gli anni son trascorsi
prima d’un batter di mani, e il grigio
sulle tempie ha da tempo preso
a calpestare i ricordi lieti e funesti,
cosicché ogni dì oggi ci par uguale
a quello appena andato

Quel cielo di stelle, tanto amato,
non è per niente cambiato
Però noi sì, solamente a stento
ci riconosciamo, con moto
di disgusto

Che resta di noi, di quel ch’eravamo?
Non una foglia, non un fiore
fra le distratte pagine d’un libro amato
sin quasi alla follia, non un poeta
il cui nome al mattino ci svegli dal torpore;
avanti si va come animali da monta
scavando con l’indice nelle cateratte,
e sconosciuti si fanno i volti conosciuti
e gli amici morti, seppelliti: di essi
memoria noi non serbiamo
per tema che gli scomparsi sorrisi
ci ricordino che presto anche noi
li seguiremo per uguale destino,
così come sempre è stato
sin dalla notte dei tempi, Amica mia

I.

L’ho fatto fuori bene
il tempo destinato a me,
fuori dal tempo
fra romanticismi
e fumose note di jazz

Guardano le donne
in modo un po’ strano
le dolorose poesie
nel fascino di Coltrane
versate

Non capiscono perché,
non immaginano Garibaldi
fra mille barbuti soldati
per l’amata sua Anita,
come un uomo, piangere

È che non capiscono il jazz,
il fascino d’una notte stellata
che nell’animo del pianista,
per ubriaca eternità, collassa

Per le loro gonne,
lunghe o corte,
si preoccupano le donne :
non amano il jazz,
loro solo bevono il tè

Non amano me,
non intendono te

II.

Dipingesti
una casa,
il cappello,
la notte stellata
e il girasole,
inseguendola
la vita,
sangue
che fuggiva
dalla mano
nei tratti
lasciati
dal pennello.
Orecchio
donasti
ai sordi.
Ma quelli
continuarono
l’ostinazione
dell’incomprensione.

Non fu l’amore
e neanche la povertà:
cadesti
nel giallo
delle tele,
nella vita,
e nel rosso
della verità
che
solo tu sapevi
morire, Vincent.

III.

Ero io quello
a cui rubavano
sempre la palla
da bambino;
quello che a scuola
sognava forte
e non diceva niente,
niente d’importante mai;
quello che tutto sapeva
di Dante e Omero,
Chet Baker e Davis…

Ero io quello
da interrogare
per gli errori sui temi,
per un consiglio
su come mortificare
nelle ore di storia
l’infido sbadiglio

Ero io quello strano,
quello strano davvero
che dalla a alla zeta
la sapeva la poesia,
quello che amici no,
non ne aveva

Ero io quello…
maledetto,
tale e quale a un negro
in un angolo sbattuto

Ma dove,
dove adesso voi?
Io qui, al posto mio,
cresciuto un po’, sì…
Migliore? Non lo so

Ma dove,
dove adesso voi,
davvero non lo so
Io sempre qui e qui,
al posto mio…
capace d’un vaffanculo anche
senza pensarci troppo su

CANCELLO TUTTO

in memoria dei puntini di sospensione
di Louis-Ferdinand Céline

Dico, mon Dieu,
che tristezza!
Meglio è
non enfatizzare
simili uscite,
per il bene nostro,
se il “bene” esiste ancora
in un dove,
in qualche pagina.
Mi rifugio,
trovo rifugio nella notte,
al suo termine.
Il resto:
puntini… o una preghiera…
ridendo nella vita,
piangendo sulla pagina:
così provo dolore,
simulo la vita…
o solo una notte
che sia eterna
ma senza stelle,
senza pagine,
senza uomini o scrittori.
Dico, mon Dieu!
E cancello tutto,
anche quel povero
resto lasciato
in sospeso,
perché non sia sospetto peso
al ghigno di Dio.

AMORE SUPREMO

solo rincorrevi i tuoi sogni in ritardo
e le lunghe gambe sapevano più passi di te
e adesso l’universo corre oltre il disegno delle stelle
ma io continuo, ogni notte, a pizzicare il tuo culetto
per strapparti una nota di dolore per il mio piacere
ancora, ancora mi perdo nel corpo morto della poesia

e solo mi dirai della labbra di coltrane
di come ti sei persa in un bicchier d’acqua
nelle note di vetro che scivolano sul bordo
perché io ancora mi perdo nel tuo corpo

solo tentavi un tempo smodato
in edizione di lusso, troppo pieno di sé 
un amore che fosse supremo

TANGO

Nel tuo Tango mi perderò:
nei passi che fai, che sai,
che mi dai. Nel tuo Tango,
adesso, affondo; affondo
nel tuo intimo profondo
come fosse questo momento
tutta la bellezza della fine
del mondo. Alla fine di questo
girotondo.

ABORTO

Non ti cercherò
Non mi avrai
fra le tue grinfie
un’altra volta
per far di me
tutto quello
che ti passa
per la testa

Non mi avrai
né mai più
mi bacerai
colle tue
tante bocche
di serpente
per far poi
festa
colla mia testa
posata
sul piatto d’argento
insieme
a quegl’impuri dèi
che adori e incensi

Il desiderio
insoddisfatto
ti rimarrà in grembo,
come aborto
da cullare da qui
all’eternità

CROCIFISSIONE

Le tue
sì tanto crude parole
mi strappano
dal petto il cuore
In ginocchio
mi buttano
Mi tramortiscono,
mi fanno cristo
con croce
sulle spalle legata

Chiodi son le parole
che dalla tua bocca
sulla mia per cucirla
– per trafiggerla in inferno
che non merito

Sì grave il dolore
che provochi

E già i miei occhi
piangono in silenzio
la perdita non della vita
ma di Te, mio Amore

Quando sarò morto
più non udrai di me
né il balsamo né il rantolo,
ma solo la vuota eco
del silenzio

per rammentarti
che un tempo ero vivo
e la vita mia in Te sola
tutta l’avevo rimessa

FINO IN ASIA

Dimmi la verità, Asia…
se l’Asia è davvero così lontana
come mi racconta quel sogno orientale
che m’accoltella le mani
in un ambiguo poker di marinai
mentre soffio via una nuvola
di fumo, di nostalgia infinita per te,
per te che non ti ho conosciuta mai

CON METRO COMPASSIONEVOLE

A forza di marchette su marchette
il culo le rimase così tanto sfondato
che ci potevi buttare dentro di tutto

Tutti ne approfittavano
per scatarrarci dentro
amore e odio
con metro compassionevole
come a un malato terminale

Come a un malato terminale
scatarravano che le volevano bene
Come a un buco bucato nell’acqua
ripetevano che la odiavano bene
fino in fondo

UNO SGUARDO APPENA

Con uno sguardo appena
puoi tenere il mondo
a portata d’occhio,
puoi fucilarlo al muro
o portarlo in paradiso
Con uno sguardo appena
puoi tutto questo immenso
E tu che coltivi ortiche
e gialli girasoli lo sai
che è proprio così
Sì, lo sai quant’è difficile
accettare il Bene e il Male
sulla propria pelle al sole

VIGLIACCA

così vigliacca
vieni a me con alito pesante di sarcofago
ma nell’aria ci sono ancora i quattro punti cardinali
e le mie gambe sanno camminare da sole
per andare incontro al sole

fra grattacieli e uomini neri
ti sei fatta strada dando sempre i punti
ma adesso non c’è più nessuno che ascolti
la tua preghiera
così tremi al buio, come un dente malato
che non sente più lo schiocco della lingua

hai lasciato dietro di te le possibilità
e le cerchi in me
che sono già lontano da te
per tornare barbaro, per guardare in me

così vigliacca
mi vieni a fare la predica
vorresti portarmi a fondo
con te, ma ho il sole in faccia
e tu, bambina vigliacca, non ce l’hai

nell’aria ci sono ancora amori da sopportare
e almeno un dio da scopare
per ogni punto della bussola

e finalmente ti convinci che sei matta
e lasci che tutte le tue parole
si seppelliscano nel tuo alito di sarcofago

così vigliacca, così vigliacca
persa per sempre nel niente

FRA GLI ABISSI DI MARY

Per te dal francese traducevo
le più amare e avare poesie;
per te le Alpi scalavo e scendevo
con la colpevole consapevolezza
che qualcun altro amavi e odiavi,
ché ti reggeva le spalle la Nera Signora

Nell’occhio destro quel tic
che mai ho dimenticato
e che a un semaforo collassato
tenero ti prostituiva
Eravamo giovani allora
Mi raccontavi sempre la sua storia e la sua fine,
di come nell’esercizio della sua divisa s’inabissò
Eri tu un angelo, un angelo bruno caduto
In un tempo lontano a tutti sconosciuto,
delle ali il peso dalla schiena scucisti via,
e in seno un’idea di confusione
che forse le ombre non per sempre
restano ombre

Per la vita mia mai provasti
un po’ di pietà, neanche quando
fra funghi chiodini e pozzanghere di sole,
ridendo sguardi contro a lui in ombra,
senza un’avemaria, la seppellisti

Per questo, per questo
di punto in bianco
smisi di tradurre escrementi e brutture
Fra gli incidenti del passato
perdemmo entrambi qualcuno,
e tu forse qualcosa di più
Tu forse qualcosa di più

Col suo carico scimmiesco
ti cavalcava la Nera Signora,
l’amata tua Signora

Nonostante l’ingenuità del momento, Mary,
dei denti lo avvertivo anch’io lo stridio violento,
per questo solamente ogni cosa oggi ti perdono
Per questo solamente oggi ti perdo e non ieri

Per questo solamente oggi ti perdo e non ieri

Colline di Pavese e Fenoglio

Fu strano stordimento accorgersi che il mondo rotolava via. Le colline rimanevano affiatate di nebbie cariche di fantasmi. Ciondolavo un’emozione che m’apparteneva un passo sì e uno no: non c’era altro che potessi fare mentre l’erta sfioriva a ogni mio passo, portandomi dove lei desiderava.

La sera prima, a casa di Lucia, i brindisi s’erano levati alti e i gomiti pure: regnava allegria. S’era poi andati tutti a passeggiare su via Po, e il caldo ci provava a farci morire dentro la voglia di vedere: le amiche un poco si scoprivano mentre si diceva di Pavese, di Fenoglio, dei caffè che avevano frequentato, delle sigarette che mai più avrebbero fumato. Ed eravamo già oltre la Gran Madre di Dio, sudati ai piedi delle prime basse colline.

E si pensava che, da qualche parte, i falò dovessero essere ancora accesi; e il profilo dolcemente severo delle colline non dava requie all’affanno dei nostri sguardi: più si puntava lo sguardo, più l’umanizzata forma del verde collinare si perdeva in un’allucinazione che non sapevamo dire. Eppure si rimaneva a braccetto, felici, tentando un passo contadino, quasi severo quello susseguente; ci si tuffava poi in un’improvvisa risata per affogare una tristezza appena nata.

La strada, e io con lei: la sera prima era già memoria e fantasma che sotto i piedi mi teneva compagnia. C’era il seno di Lucia, l’ubriacatura delle sue curve, lì, fra le colline che salivo.

LA SOLA COMPAGNA FEDELE

La Morte è la sola compagna fedele che un uomo ha da tenere da conto: quando Essa lo stringe fra le sue gambe nere non lo molla più.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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