Come un bambino accoglievo il tuo abbraccio

Come un bambino accoglievo il tuo abbraccio

ANTOLOGIA VOL. 84

Iannozzi Giuseppe

Great Wave off Kanagawa

LA VERGINITÀ DI ALBA

C’è ancora quella voglia di rotolarsi
Fra l’erba alta e muoverci guerra?

Ricordi! Si era ad Alba
E il sole sputava fiamme
Dicevo parole che non sapevi
Mi guardavi stranita
Però sorridevi
Mentre il tramonto montava pecorelle
E l’intorno si faceva aria di rivoluzione

Una lacrima rimaneva nell’occhio incastonata
E muti gli sguardi cercavano un punto di fuga
Ti raccontavo di quando Alba fu presa
Ti dicevo di Fenoglio e d’un Partigiano
E tu sorridevi bella al sole morente
L’imbarazzo t’invadeva perché non sapevi
Che ci fu una guerra e mille morti
E l’asciugavo piano perché non la vedessi
Quella lacrima solitaria che sfidava il tramonto
Mentre montavo sogni per un mondo migliore

Come un bambino accoglievo il tuo abbraccio
Sul mio petto il tuo
Per sentire la turgida vita dei tuoi seni in fiore

Ricordi! Si era ad Alba
E c’era voglia di farci l’amore
Per straziarci nei morsi dell’affanno

Miravamo le Langhe
Lingue di terra, terreni incolti
E mi domandavo quanti i sepolti
E mi domandavo quanto sangue fu sparso
Mentre le nostre lingue s’intrecciavano in amore
In ventitré baci

M’accendevo una sigaretta in onore del Partigiano
Fumavo e tu tossivi via il fumo della mia bocca
Dicevi che mi faceva male e t’intristivi
Allora la spegnevo e tornavo a baciarti
Pensando che furono tremendi quei ventitré giorni:
“i fascisti entrarono
e andarono personalmente
a suonarsi le campane”

Perdevi la verginità
Poi, piangendo ti legavi a me
E mi crocifiggevi nel tuo fiato
Che respiravo
E il sangue tiepido fra le gambe scorreva
E nei tuoi occhi distillavo le lacrime, con un bacio
Ma non poteva bastare
Per dimenticare il dolore
L’amore, la guerra

Il sole moriva tutto oltre il limine della vista
Solo i nostri corpi riposavano in stanchezza

Mi chiedesti se ero comunista
Ti risposi che ero un rosso
Nella mia spalla seppellisti il capo
Nascondendo la persa verginità
Rimanesti così
Sentivo il pianto che bagnava la pelle
Solo potevo stringerti a me
Più forte
Per soffocare la tua paura
D’esser donna

Il tempo è passato scavalcandoci
Dimenticandoci

Non c’è più quella voglia di rotolarsi
Fra l’erba alta e muoverci amore

La presero, Alba
E quelli che eravamo noi
Oggi riposano altrove

Amore!
Manca la verginità
Di Alba

ALLA FINE SARAI IL PRIMO!

Tutti dicono
“Sopporta fino alla fine
e sarai tu il primo!”
Tutti ripetono
quello che sentono giù in strada

Non mi piace il gioco che fanno
Spiego loro che “la Fine
che mi propongono
l’ho già battuta troppe volte”

Tutti dicono
Solo io fuori dal coro dico
che ne uccide più la fama
che il mestiere di vivere

Ragliano,
come somari ragliano
E sono io da tempo così stanco
di sentir fischiare parole
fra un vuoto di io
e un abisso di Dio

SULLA LUNA

Sulla Luna,
sul lato buio,
là dove l’anima tua
non può immaginare
il senno mio è
ancora ad affogare;
è il riposo non riposo
d’un uomo stanco,
sconfitto:
cerco la mia Stella
e più cerco più mi perdo

Lassù
sul lato buio
ci son io
che alla luce anelo
Tu però non lo sai,
mia bella Stella

BACI DI COLOMBA

Ti fai sempre desiderare
Per quanto io cerchi e cerchi
sulle montagne e nei profondi mari,
sempre a vuoto; sol m’imbatto
in bianchi gigli, caprette belanti
e pesci saggi ma vuoti di voce

Poi, come per magia,
all’improvviso appari
e sei angelo d’allegria
Riappari quando meno me lo aspetto
e in pace si rimette il cuore in petto
Come primavera inattesa
i colori dipingi nell’alma mia,
con pastelli e baci di colomba

Dicono di non fidarsi d’una donna
con la gonna, e forse han ragione;
tu però sei bambina, sei Regina,
e seppur di tanto in tanto maliziosa,
sangue porti al cuore
perché sia la gioia a dominare
i pesanti passi miei

Sì leggero il tuo incedere
In punta di piedi una carezza
e il sorriso strappi
da questo vecchio mio cuore,
Mia Regina

DAMMI INDIETRO IL MIO SITAR

Dammi indietro il mio sitar,
i libri degli antichi saggi
e quel giorno di pioggia
che ti mancava una bugia
L’autunno ha preso casa qui
Quando sono venuto
te l’avevo detto che ero
di passaggio;
hai taciuto
invitandomi a radermi il capo
Ci siamo poi seduti
senza parlare:
fuori c’era aria di rivoluzione

Dammi indietro quel giorno,
il suono estatico del sitar
che insegnava all’anima
la ribellione e la comunione
Dammi indietro la saggezza
e tutto il Grande Vuoto dell’Universo
Quando sono venuto
non ho mentito,
ero una zucca vuota,
una fra le tante possibili
Ora ho bisogno di suonare,
di tornare sulla strada sotto il sole
Ho conosciuto tante malattie,
alcune mortali, e sono ancora qui
Ho visto piccoli uomini spaccare teste
e ho visto i loro stupidi becchini
Ho conosciuto un momento di pietà
per fermarmi a lungo in una distrazione
Ho visto monaci scivolare lungo il fiume
con la pancia gonfia d’acqua e il volto ammaccato
L’Universo ha impiegato proprio niente
per cadere nel suo Centro
Così ti chiedo di darmi indietro il sitar
Sono una zucca a metà e non vuota,
me l’hai insegnato tu immersi
nelle luci delle candele
Ma ora devo trovare il Suono Perfetto
che ci sollevi dalla Miseria
Fuori c’è più morte che rivoluzione,
non è tempo buono per la meditazione

I Beatles sono quasi tutti morti
I Rolling Stones sono neri dentro

O sì, sono così neri dentro
Tutti noi lo siamo
Dammi indietro il mio sitar,
le parole consumate degli antichi saggi
e quel giorno di pioggia
che ti mancava una bugia
per dirmi “ti amo”

SI SPENGONO LE LUCI

Piano,
in silenzio quasi,
si spengono le luci,
e si raffreddano gli animi
ma mai abbastanza, mai:
e bruciano, bruciano
– come marchi a fuoco –
sulla linea del tramonto
speranze e promesse
per accompagnarci
nel cavo della notte,
nella sua profondità
che sfida di Dio
l’eterna Luce
– la Genesi.

SU UNA LAMA DI VENTO

Fantasmi appassiti
su una lama di vento
piano raccontavano
di nuvole e immaginate bugie,
di libri e occasioni perdute

A una sconosciuta
su una strada a caso
ho sparato il mio nome
perché presto lo dimenticasse

Ho consegnato poi
a uno di bocca buona
senza un dente buono
né in alto né in basso
il perché si sta così bene
a non scrivere d’amore

…perché ho visto cose
che non stanno
né in cielo né in terra
Perché ho visto
uomini e donne
come topi ghiotti e ciechi
rosicchiare oscene illusioni

IN MEZZO A MILLE PALLIDE ROSE

In mezzo alle spine
di mille pallide rose
consumate dai sospiri
di cento e più amanti,
tutti antichi
e in compagnia di mille e più dame
di cui non osa immaginare i giochi,
un Satiro sposa l’ingenuità
tingendosi così di rossa vergogna
mentre offre la brutta sua imago
allo specchio del lago,
che gli mostra la verità
del volto suo sconvolto.
E sempre sogna lei, e con la mente
la disegna bella e più bella ancora
sotto un cielo di stelle splendenti.

In mezzo alla solitudine
rimane a sognare se prima
di lui un altro simile a lui
soffrì sì tanto per amore,
solo per amore,
senza mai cercare un’altra lei.

TSUNAMI

Amore, Amore
è un dizionario di amori,
e ognuno sceglie il suo
[come] da un mazzo di carte truccato

Abbiamo visto quel ragazzo
che suonava la viola in piazza
e abbiamo ascoltato la sua piaga sì umana;
poi, anche noi, come tutti gli altri,
ci siamo squagliati
e in uno zero ci siamo condotti altrove
per consumarci di baci
Tu però non riuscivi a dimenticare
né il suo collo né il suo mento,
e alla fine piangesti

Amore, Amore
è una confusione di note su note,
e ognuno appunta e accorda la sua a caso
pescandola da un pentagramma fantasma

Te l’avevo detto
che queste onde su onde
avrebbero portato morte,
e non è servito a niente
rimanere impietriti
e poi gridare l’Infinito:
l’Uomo Elefante ha recitato il suo barrito
e in un niente è sparito
insieme ai titoli di coda
Tu però non riuscivi a staccare
lo sguardo dal nevischio sullo schermo
[e dal suo tormento

Amore, Amore
è un dizionario di amori
Amore, Amore
è un insieme di note su note
E quell’angelo di sopravvivenza
in cui tu sola credi
è impegnato a rifarsi il trucco
per pensare a noi,
o anche solo al battito d’ali
d’una ballerina sul Lago dei Cigni

Amore, Amore
è la punta della mia sigaretta accesa
quando mi chiedi
se puoi staccare una nota tutta per te
Amore, Amore
è il calendario che perde i giorni
quando mi inviti a ballare l’ultimo lento
fingendoci romantici

Te l’avevo detto
che non ti sarebbe bastato
riposare la testa sulla mia spalla
e poi piangere

Abbiamo visto quanto crudele
questo vivere insieme e da soli
Solo abbiamo scelto la vita
da un mazzo di carte truccato
Solo abbiamo scelto la nostra nota
da un pentagramma fantasma
Su questo siamo d’accordo entrambi,
in questo almeno vorrei credere

Amore, Amore,
ogni uomo ha il suo panico
da sopportare e scaricare
Amore, Amore,
ogni uomo è
un po’ Elefante e un po’ Nerone,
perciò sol ti chiedo
di non domandarmi
dove va a naufragare l’amore

Amore, Amore,
ogni uomo è solo sé stesso
e non cambia
perché Hiroshima o Tsunami
Ma ti prego lo stesso
di non lasciarmi insieme
al vuoto della mia gamba amputata
Ma ti prego lo stesso
di non dire ai nostri amici
che continuo a scrivere poesie,
perché lo sai bene anche tu
che mai sono stato poeta

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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