C’ERA UN VOLTA… Racconti per il giorno e per la notte

C’ERA UN VOLTA…

Racconti per il giorno e per la notte

Iannozzi Giuseppe

QUASIMODO E I MONDI PARADOSSALI

Quasimodo era per tutti lo Scemo del Villaggio.
La gente diceva che non aveva la testa nemmeno per reggersi in piedi.
Quasimodo caracollava, un po’ come un grosso bambino che abbia appena imparato i primi passi.
Non era bello.
Era un po’ gobbo, come Giacomo Leopardi.
Però non era brutto.
Un tipo onesto e leale, forte. Molto: aveva la forza di dieci uomini in un braccio.
Amava passare le sue giornate a dormire, a sognare nel folto dell’erba alta.
Sognava sempre tanto. Non dimenticava una sola fantasia.
Non di rado gli capitava di stare insieme ai bambini del Paese: a loro raccontava i sogni.
I bambini lo ascoltavano con gli occhi sgranati pieni di meraviglia. I mondi che Quasimodo gli descriveva erano del tutto diversi da quelli dei libri di favole. Erano dei supermondi, dove tutto era facile ma incomprensibile. Un giorno, un bimbetto, il più secchione del gruppo disse ad alta voce, perché tutti sentissero bene, che i supermondi di Quasimodo erano paradossali. Nessuno replicò, nessuno chiese che cosa significasse quella parola così strana. Ma da quel giorno, tutti i bambini del Paese cominciarono a parlare dei supermondi paradossali. Non c’era bambino in Paese che non avesse in bocca i mondi sognati da Quasimodo. I cuccioli d’uomo si radunavano in piazza, quando Quasimodo era per i campi a sognare, e discutevano tutti concitati dei mondi paradossali; tanto era il loro entusiasmo che le orecchie degli anziani non poterono fare a meno di carpire brandelli delle loro storie. Nel giro di poco, anziani e bambini presero a raccontarsi fra di loro le storie dei mondi paradossali, cercando di carpirne il segreto… sempre che un segreto da portare alla luce ci fosse.

Un giorno, il Sindaco del Paese passò per la piazza e notò l’assembramento di giovani e vecchi. Con fare circospetto salutò, portando la mano destra alla tesa del cappello e rimase in silenzio ad ascoltare, ma senza dare nell’occhio reprimendo qualsiasi emozione, perché non voleva che il volto tradisse il suo stato d’animo.
Una volta allontanatosi imprecò fra sé e sé: “Porca miseriaccia!”
In breve, un’ordinanza del Sindaco proibì le riunioni in piazza.
Vecchi e bambini si accomodarono allora in un piccolo bar. Ma la notizia arrivò all’orecchio del Sindaco, che con un’altra ordinanza vietò assembramenti di persone in locali pubblici quali bar, osterie, oratori, chiese, et similia.
In poco tempo fu chiaro che il Sindaco odiava Quasimodo e le sue storie. Odiava chi raccontava dei supermondi paradossali. Non ci fu più un solo angolo dove anziani e bambini potessero ritrovarsi insieme. I vecchi cominciarono così a morire di noia, prima lentamente, poi sempre più a ritmo costante. I bambini cominciarono a crescere, diventando adulti prima del tempo.
Quasimodo rimase a sognare nei campi, senza più nessuno che venisse ad ascoltare i suoi sogni. Poi, un giorno d’inverno, raccolse i suoi pochi averi, ne fece fagotto e con un filo di tristezza lasciò il Paese, lasciando di sé e dietro di sé solamente delle grosse impronte sulla neve fresca appena caduta, impronte che il primo sole appena un po’ caldo avrebbe cancellato per sempre.

In un giorno d’estate il Sindaco, oramai tutto incartapecorito insediato dalla demenza senile e dal mal di cuore, tirò le cuoia. Fu seppellito, senza troppi convenevoli. Un funerale discreto, che non diede nell’occhio, al quale parteciparono il prete, un paio di chierichetti e… nessun altro in verità.

L’ULTIMO GIORNO SULLA TERRA

Facendo l’autostop aveva girato mezzo mondo… ormai era vecchio e non se lo caricava più nessuno, solo qualche camionista. Era stanco di camminare lungo il ciglio della strada: il volto gli rimaneva in ombra, forse a causa del cappellaccio nero che ormai da una vita non smetteva di tenere calcato sulla testa. Le falde s’erano consumate, il tessuto però resisteva come la pellaccia del suo padrone. Poteva ricordare, con non troppa difficoltà, un tempo che l’aveva visto giovane: il suo volto lo conosceva, era smunto e rasato, quasi glabro, gli occhi azzurri troppo azzurri, il naso affilato come quello d’un ebreo, e solo la bocca era un po’ una stonatura perché larga, ma in compenso la mascella era volitiva e ben disegnata. Gli anni non gli avevano cancellato il volto che amava ricordare, in compenso l’avevano reso ombroso. E forse era peggio d’una vecchiaia fatta di rughe e pelle incartapecorita. Un buffo di vento freddo sfiorò le falde del cappello nero facendole tremare come ali di farfalle, ma non riuscì a strapparlo via. L’uomo sorrise: peccato che nessuno potesse vederlo. Le macchine continuavano a sfrecciargli accanto, ma lui aveva deciso che era meglio lasciar perdere, tanto nessuno se lo sarebbe caricato. Adesso camminava rasentando il ciglio della strada con passo calmo. Vestito completamente in nero, reggeva quella che poteva essere una ventiquattrore, nera. Erano almeno quaranta anni che non l’apriva. L’ultima volta che aveva allentato solo le sue cerniere, era venuto su un pandemonio: milioni di corpi caddero come fuscelli a terra e in essa trovarono la tomba, ma non la pace. E questa volta sarebbe stato costretto ad aprirla completamente.
Finalmente un camionista si fermò: gli fece solo segno di salire a bordo. Era un tipo sulla cinquantina, rubizzo, di poche parole. “Meglio!”, pensò e subito s’accomodò rimanendo in silenzio. Sembrava che per entrambi non fosse importante la meta: contava solo continuare a spingere sull’acceleratore. Il vecchio uomo sorrise, ma il camionista non vide o non se ne accorse. Trascorsero un’ora così, condividendo la stessa aria e un uguale mutismo. A un certo punto il camionista si fermò, e l’autostoppista scese. Fece solo un cenno vago di commiato, e si allontanò sepolto dai gas di scarico del camion. L’aveva lasciato vicino a delle pompe di benzina abbandonate: tutto intorno era il deserto e qualche raro arbusto secco. Non c’era posto migliore per aprire la valigetta. Era stata una vita affascinante, nonostante tutto. Ma non c’era tempo per pensare: non desiderava ricordare il tempo passato. Era passato, quindi quale la sua importanza? Si levò il cappello e lo lasciò finalmente libero, libero d’esser raccolto dal vento. Anche l’ombra che gli mascherava il volto scomparve. Si passò una mano sul volto: era invecchiato, come tutti. Sorrise. Né amore né odio. Niente provava. E aprì la valigetta, perché così doveva essere. La notte calò sulla terra e l’avvolse nel suo sudario.

FASCISTI ROSSI

Non bluffare.
Stamattina sono passato davanti al portone.
Tu non c’eri.
C’era però un alito di vento e un tipo strano, avvolto in un impermeabile, che ha cercato di rifilarmi una copia de L’Unione stalinista. Fosse stato solo per il quotidiano l’avrei pure preso, ma quello pretendeva che gli dessi dei soldi a fondo perduto, per finanziare la causa. E quando gli ho chiesto quale causa, il tizio con l’impermeabile ha solo detto: “Quella proletaria.” Poi si è acceso una sigaretta ed è rimasto ad aspettare che prendessi il giornale, che aprissi il portafogli davanti a lui, che tirassi fuori i denari.
Gli ho chiesto, a bruciapelo: “Tu, tu sei un proletario?”
E lui: “Un fascista rosso per l’esattezza… un proletario, sì.”
“Come faccio a fidarmi?”
“Vendo L’Unione stalinista, mica noccioline.”
“Non significa niente.”
Il tizio ha cominciato a sbuffare. Dalle nari ha buttato fuori larghe volute di fumo. Pareva un diavolo.
Stavo per tagliare la corda, lasciandolo lì, al suo posto, sotto casa tua; ma quello mi ha agganciato alle spalle, con una mano pesante, così tanto che sembrava di piombo. Allora mi sono voltato di nuovo: il suo volto mi era sconosciuto, i tratti erano sicuramente quelli di un uomo, ma – per assurdo – era come se non avesse degli zigomi ben definiti. Era in ogni caso un volto umano, posso dire solo questo. Se mi venisse chiesto di descrivere questo tipo non ne sarei capace: i dettagli mi sfuggono.
A ogni modo, gli ho chiesto di farmi vedere delle foto di famiglia, essendo che diceva d‘essere un proletario. Si è rifiutato con un cenno del capo.
Ho cominciato a temere che avesse una lama nascosta da qualche parte e che me l’avrebbe cacciata nella pancia. Ero già pronto, preparato ad affrontare il peggio, quando l’eco lontana dei cani ha distratto il mio orecchio ma anche di quello lì che mi teneva. Credo d’avergli rifilato un pugno in faccia. E’ stato come sferrarlo addosso a un muro. Ho stretto i denti per non dare un urlo di dolore. All’improvviso il cielo s’è vestito di negre nubi. Cercandoti, mi sono guardato d’attorno disperato. Ma del tuo volto gentile, niente. Solo l’eco dei cani in lontananza.
Ho preso a correre, senza mai gettare lo sguardo dietro di me.
La mia sola speranza di salvezza era di raggiungere i cani. Dovevo seguire il loro abbaiare con l’orecchio. Dovevo essere uno di loro. Ero braccato. Un cane bastardo, solo e braccato.

LATTE

“Allora come butta?”
Lei lo guardò storto. “Come vuoi tu…”
Lui la seguì con lo sguardo.
Era passato un anno da quando si erano sposati, ma lei non era cambiata. E neanche lui. Continuavano a vivere il loro odio come fosse amore. Non potevano desiderare di meglio dalla vita. Forse un giorno si sarebbero ammazzati, o scopando a letto, o in cucina con un coltello.
Lei era, adesso, di fronte a lui tenendo in mano un brick di latte che aveva scovato in frigorifero: ne aveva centellinato qualche sorso come una gatta in calore. Adesso l’invitava a bere. Non si fece pregare: bevve il latte. E la baciò.

CHELSEA HOTEL

Non fu difficile prendere la decisione di smettere. Sarebbe stata l’ultima pera, poi basta. C’era un amore che l’aspettava, ma anche una pera. Fu davvero l’ultima volta che incontrò sé stessa, l’amore per la vita. Per il blues.

MASTURBARSI 

Da bambino ero capriccioso. Poi sono diventato un pubescente, e sono diventato vizioso: il mio gioco preferito era quello d’andarci giù di mano, non mi stancavo mai, una sega tirava l’altra, e io il pipino ce l’avevo sempre maledettamente in tiro. Non potevo guardare una donna, anche avanti con gli anni, che subito mi veniva duro: un dolore orrendo nelle mutande, che dovevo sfogare quanto prima, per non soffrire. Molti dei ricordi più belli – e non è tanto per dire – li ho buttati nel cesso: si può dire che anche gli amori più puri siano finiti nelle fogne della mia città. I miei amici si masturbavano a letto preferibilmente, io no, a me piaceva in piedi, davanti al cesso: adoravo veder il mio pipino ben eretto che eiaculava il bianco seme, che lo spruzzava fuori con energia, manco avessi una fontana inesauribile come quella che c’è in Piazza di Spagna e dove so di per certo che un tempo ci si bagnavano tutte le attrici che contavano, fossero esse hollywoodiane o di Cinecittà. Riuscivo a venire anche con le immagini dei santini, cioè delle Sante: sin tanto che son stato costretto ad andare in Chiesa per volere dei miei vetusti, l’unica consolazione era che il prete mi riempiva d’immagini, a sua detta, sacre. Io scartavo tutte quelle che rappresentavano dei santi maschi e mi tenevo le altre, poche in verità: ma nei giorni di magra, mi tornavano utili, e così credo d’aver scoperto il sesso profondo della fede, masturbarsi ma velocemente e non pensarci più. Poi, una volta scoperti i porno in edicola, mi sono ribellato e in Chiesa non ci sono voluto più andare: ero diventato ateo e per giunta continuavo a essere vizioso. Stavo chiuso per delle ore in bagno; mia madre invano bussava alla porta, io le rispondevo che avevo un mal di pancia che neanche la Madonna me l’avrebbe fatto passare. Per due anni si andò avanti così, e mia madre – una pia donna molto ingenua – prese a preoccuparsi sul serio per i miei attacchi di colite, così tanto che si decise a portarmi dal medico di famiglia, anche se io protestai fino a farmi esplodere le lacrime negli occhi. Il medico mi palpò l’addome e diagnosticò il sospetto d’un’appendicite già bella infiammata, per cui non sarebbe stata una cattiva idea pensare di rimuoverla chirurgicamente. Mia madre quasi svenne e io pure: quando mi resi conto che il dottore non scherzava affatto e che era un ciarlatano di quelli grossi, cominciai a temere di finire sotto i ferri. Mia madre piangeva tirando urla e preghiere al cielo, una scena così drammatica che mi spezzava il cuore: un pathos così neanche in Eschilo. Finì che mi portarono in ospedale in ambulanza, e mentre si correva verso il Pronto Soccorso la cacarella fece novanta e la colite mi prese veramente e forte per di più: in pratica mi cagai sotto. Mia madre – pia donna – scoppiò a piangere ancora più forte quasi soffocandosi nei singulti: per lei era chiaro che ero spacciato, che il suo adorato figlio aveva l’intestino marcio. Pregava Dio come una forsennata perché mi salvasse: io pregavo soltanto di non finire sotto i ferri. Esasperato e impaurito ero pronto a confessare che non avevo niente, ma non sarebbe servito: oramai me l’ero fatta sotto, e quella era per tutti la prova che ero malato, con l’intestino marcio. Avevo voglia di piangere. Quando finii in sala visita, eccomi circondato da due giovani infermiere e da una Dottoressa molto giovane: tre femmine ben più che appetibili, fu inevitabile che avessi un attacco di priapismo. La Dottoressa prese a palpeggiarmi il ventre, fin quasi a sfiorarmi l’inguine: il dolore alla pancia m’era passato di botto sostituito da quello al pipino. Mi venne sù un’erezione del diavolo: eiaculai mentre la Dottoressa continuava a palparmi sul lato destro, là dove c’era il sospetto che ci fosse il mio intestino marcito. Eiaculai arrossendo come un cardinale: mi bagnai, e tutte se ne accorsero. La Dottoressa mi sorrise e poi, con gentilezza, mi pregò di tirarmi su le braghe, dicendomi a lettere di fuoco che ero sano come un pesce. Ancora tutto rosso, sulle mie gambe uscii dalla sala visite e dietro di me la Dottoressa che disse un paio di cose a mia madre: mentre le due donne parlavano, io avrei voluto sprofondare all’inferno per la vergogna. La Dottoressa mi passò davanti, mi tese rapidamente la mano, mi chiamò giovanotto e mi l’occhiolino. Quando poi mia madre mi raccolse fra le sue braccia, capii che la giovane Dottoressa non le aveva detto niente. Mia madre – povera donna! – per settimane intere non fece che ringraziare il Signore con preghiere e generose mance in Chiesa, perché Gesù le aveva fatto il miracolo; io continuai a masturbarmi in bagno, ogni giorno con sempre più accanimento, eiaculando in fretta per non destare troppi sospetti. A quei tempi riuscivo a venire a comando praticamente: un miracolo sì, essere giovani.

L’ESORCISMO (I DUE FRATELLI)

I figli di Dio puntano in alto.
Io ho sempre preso l’ascensore, anche per arrivare soltanto al primo piano.
E’ sempre stato un dramma, non una volta che non si sia schiantato al suolo dopo esser  arrivato al primo piano. Ho un problema, mi tocca di dover fare le scale ogniqualvolta sono costretto a spingermi ai piani alti per affari, alibi e lavoro, e per fare dispetti soprattutto, ai danni di businessman abituati a fare le ore piccole e a sbattersi la segretaria sulla scrivania, quasi sempre alla pecorina.
Odio trovarmi nella tromba delle scale con l’eco dei miei passi, che eppure sono leggeri.
Le ho sempre trovate ridicole le creature di Dio. Non una volta che una mi sia andata a genio, mai una per la quale abbia provato il morboso istinto della pietà.
Che dire degli uomini? Tutti ugualmente meschini, piccoli, intrallazzatori, sporchi, imbevuti di fanatismo fino al midollo. E poi sarei io l’angelo caduto, il Lucifero, il Rimbaud.

Con mio fratello, con quel gran buffone iroso di Dio, è da un’eternità che non ci rivolgiamo più la parola, tranne quando prendo possesso d’un suo figlio; e allora sì, ho modo di sputargli in faccia tutta la mia rabbia. E’ difficile trovare oggi un bravo esorcista, che non se la faccia sotto: i più si prendono un infarto appena vedono chi sono e cosa faccio, gli altri se la battono con la coda fra le gambe, dicendosi inadeguati al compito. La verità è una sola: hanno paura di me. E mio fratello lo sa. A lui il Paradiso, a me il governo dell’Inferno. Ma siamo uguali.

Lei non era un granché, una delle tante donne in carriera, quarant’anni appena compiuti, gambe snelle, non dico di no, ma il volto la tradiva mettendo in rilievo tutta la sua stanchezza. Piccole rughe sulla fronte, intorno agli occhi e alla bocca: non si sarebbero neanche notate non fosse stato per tutto il trucco che ci metteva sopra nella speranza di mascherarle. Emily ha avuto parecchi amanti, ma nessuno che si potesse dire importante per la sua vita affettiva: era una da una sgommata e via. I rapporti a lungo termine le avevano sempre messo un terrore sacro addosso. Scopava per scopare, ma non si divertiva neanche più di tanto: aveva sempre la testa altrove. C’erano giorni che non faceva nemmeno la doccia; passava tutta la maledetta giornata in ufficio tra computer, telefonate e appuntamenti di lavoro, e poi alla sera si rintanava nel suo bureau, a capo chino, a studiare atti, contratti e altre scartoffie del genere.

Non amo l’altezza.
Questi umani! Credono di sconfiggere la sovrappopolazione tirando su grattacieli di specchi fino a toccare il cielo.
Tombe. Loculi e ancora loculi, l’uno sull’altro, fino a formare torri babeliche.
Basta che un piano cada in polvere perché frani tutto il grattacielo.
La lezione che gli è stata data con la Torre di Babele non gli è bastata.
Per una volta che mio fratello ne aveva fatta una giusta, tirando giù Babele, mostrando la sua ira, mostrando soprattutto il suo vero volto, di buffone iroso e non di padre amorevole… Ma gli umani, più testardi di Dio, non si sono mai arresi: volevano costruzioni sempre più alte, più alte. Non contenti hanno voluto il cielo. Hanno voluto le ali. Gli aerei.
E’ così fragile una costruzione di tanti piani! Basta un niente per buttarla giù. Un colpo di sonno, il malore di un pilota, o di tutt’e due i piloti… un Boeing che si schianta, e un altro ancora, e delle Twin Towers non è rimasto niente, soltanto uno scheletro accartocciato su sé stesso, macerie fumanti, cadaveri spezzati ridotti in poltiglia.

Un crocefisso alla parete: un uomo, i chiodi ai piedi e alle mani, una corona di spine. Gesù.
Sorrisi a quel fantasma che mai era esistito in vesti divine.
In fondo gli esseri umani non potevano immaginare che quell’uomo, Cristo, non era mai stato il figlio di mio fratello ma solamente un filosofo un po’ troppo squinternato, il cui spirito è per l’eternità tra le fiamme del mio uffizio!
Io non faccio altro che prender possesso d’un corpo, o meglio dell’anima che racchiude ed è essa che mi scopo. Già! Mi scopo l’anima. Questa è la possessione. L’orgasmo ultimo che porta alla pazzia completa e poi alla tomba. Che porta a me.
E’ ridicolo e imbarazzante un esorcista che, con i suoi paramenti sacri, invoca il nome del Signore, schiumando come un cane bastardo. Ridicolo, mi fa perdere la concentrazione, mi scappa da ridere: chiama e chiama e chiama quel pazzo di Cristo, che è da un’eternità praticamente che è ospite a casa mia a scontare le pene dell’inferno. In  alcune occasioni, Dio è più figlio di puttana di me, per usare un’espressione colorita molto in voga fra i mortali: quando ha sentito di quell’Esseno, di Cristo che andava in giro per il mondo a spacciarsi per Re dei Giudei e figlio suo, non ci ha pensato su due volte a sbatterlo tra le fiamme eterne, arrivando sino al punto di disconoscerlo anche come semplice mortale. E l’ha sbattuto da me, da Lucifero, sbraitando che per nessuna ragione al mondo avrei dovuto ricordargli che quell’Esseno si era spacciato per Re, ecc. ecc. Peccato che proprio gli uomini l’abbiano eletto figlio di Dio: questo mio fratello non se lo aspettava proprio. Con quel Cristo, un poveraccio alla fin dei conti, un filosofo, un esaltato a dirla tutta, Dio se l’è presa proprio a morte, non c’è dubbio alcuno. In tutti questi anni non ne ha voluto che sapere né da me né dai suoi figli mortali e peccatori. Quando qualcuno osa impetrare Cristo, mio fratello si tappa gli orecchi e comincia a cantare, manco fosse Elvis Presley.

Emily, come al solito, era china sulle sue cartacce.
Era da tempo che non faceva una vera doccia. Il puzzo della sua pelle umida di sudore lo potevo sentire senza sforzarmi le nari. Addosso portava anche un altro odore, quello del maschio che l’aveva montata. Fra me e me sorrisi, sicuro come Dio, che era proprio un bocconcino.
Bussai alla porta. Non ce n’era bisogno, ma mi piaceva fare un po’ di scena, come usano gli umani.
Emily era assolutamente perfetta.
La penetrai così come si taglia un panetto di burro.
Il suo corpo inarcò la schiena in un spasmo.
La sua bocca eruttò orgasmi in tutte le lingue del mondo conosciuto e non.
Gli occhi le uscirono dalle orbite.
I capezzoli dei seni si fecero duri come chiodi.
Le labbra vaginali si aprirono come un bocca pronta a partorire il figlio del diavolo.
Le gambe e le braccia si disposero in modo tale da disegnare una croce.
La sua anima era più sporca di quanto sperassi. Erano anni che non si confessava.

Quando uscii dal suo corpo, era più morta che viva.
Non accade tutti i giorni che si venga stuprati nell’anima.

La trovò un addetto alle pulizie.
Poco ci mancò che si prendesse un coccolone.
In ambulanza le fecero il massaggio cardiaco per venti minuti buoni.
La pellaccia la salvò: i medici dissero che era un miracolo che fosse ancora viva.
Non sapevano spiegarsi cosa le fosse accaduto. Non c’era una spiegazione medica. Ma quando riprese conoscenza era, per così dire, invasata. Panicata.
Le fecero un numero imprecisato di TAC. Niente. Per la medicina ufficiale era a posto. Non rimaneva che un’ultima via da tentare, quella del Signore. Fu dunque chiamato un esorcista.
La camera di Emily era in alto, al diciassettesimo piano.
Emily fu messa di fronte al vecchio barbagianni, che tremava come una foglia al vento.
Fui tentato di stuprarla di nuovo proprio sotto gli occhi di quello sciocco. Però non ne avevo più voglia.
Me l’ero fatta. Le avevo fatto vedere l’inferno che l’attendeva, un’immagine di cui non si sarebbe liberata per il resto della sua meschina vita.
Potevo dirmi soddisfatto.
Tuttavia quella vecchia anima m’attirava.
Era sporca la sua anima.
Ne sentivo il puzzo nauseabondo.
Era un bocconcino eccitante.
Dovevo solo riprendere fiato. Diciassette piani non sono uno scherzo nemmeno per Lucifero. Sedici in verità: l’ascensore, come da programma, si è schiantato subito dopo un piano, quindi ne ho fatti sedici di piani a piedi.

I pompieri stavano ancora cercando di capire com’era stato possibile che l’ascensore, di punto in bianco, fosse precipitato.
Non avrebbero trovato nient’altro che una scia di zolfo.

Dio gettò un’occhiata dabbasso ma distrattamente, e scosse il capo rassegnato. Poi si alzò dalla poltrona, lasciando che le ossa gli scricchiolassero ben bene. Sbadigliò annoiato, poi realizzò quello che Lucifero aveva appena fatto, si adirò un pochetto e tirò fuori una scoreggia. Con lo sguardo attraversò la cortina di nubi per vedere il fratello bene in faccia: stava stuprando il vecchio barbagianni in nero, uno spettacolo penoso che in tanti anni aveva visto troppe volte. Sbuffò: “Non mi assomiglia per niente!” Si grattò una natica sulla quale era nato un grosso brufolo, purtroppo non ancora maturo, niente pus: avrebbe dovuto aspettare prima di farlo saltare anche se gli faceva un male cane, soprattutto quando stava seduto sulla sua poltrona preferita a sonnecchiare mezzo ubriaco e quasi del tutto rincoglionito.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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