Credevo la nostra vita nelle mie mani, Euridice

Credevo la nostra vita nelle mie mani, Euridice

ANTOLOGIA VOL. 75

Iannozzi Giuseppe

Frederic Leighton - Orfeo ed Euridice

QUANT’ERI STELLA

Allora,
il mio bacio lo darò alle stelle:
quant’eri bella, quant’eri stella
non te l’ho detto mai,
perché sempre potessi essermi gioia
e un sorso di rossa malinconia
dentro al cuore, dentro al mio inutile
lamento, in questo momento.

Ma ora non piangi, né dormi:
e cerco io di contare inutili stelle
volgendo l’occhio al nero cielo,
troppo profondo
perché in esso possa affondare
completamente.

Ci proverò:
il mio bacio lo darò alle stelle
che non si lasciano contare, amore,
perché quant’eri bella, quant’eri stella
non te l’ho detto mai, mai e poi mai.
Però sempre t’ho amata più di me,
più della mia giovinezza buttata via.
Ma dove non so, dove non so.

I PASSI DI EURIDICE

ridicolo, credevo il destino in questa mia mano
chiusa a pugno, e invece già stavo morendo in te,
nello sguardo che troppo presto allontanasti da me

ridicolo, l’amore è ridicolo, non è bello come te
… sapere che ci sei e scoprire che non ci sei,
euridice
i tuoi passi feriscono, son sassi scagliati nell’infinito,
ma il ritorno è debole eco sconfitta
dalla mia ansietà mentre stringo la tua assenza
fino a farla sanguinare tutta – per una poesia

fino a farla rossa nel pallore delle nocche,
perché ridicolo è l’amore, non è bello come te, mai

ridicolo, credevo la nostra vita nelle mie mani
– aperte come tenere ali di colombe in volo –
e invece scopro quanto grande la mia illusione

e invece scopro l’interminabile silenzio dei tuoi passi

ANGELO DI MORTE

Quando la morte viene
a ogni affetto, giusto e sbagliato, pone riparo
Così ci dissero gli amici e i nemici,
e noi, senza batter ciglio, gli abbiam creduto

Mille angeli ribelli piovvero giù dal cielo
con le loro arpe rubate a dio,
ma uno era più bello di tutti gli altri
e non aveva né un’arpa né ali piumate

Mi hai dato la mano
e l’ho stretta io nella mia
affinché non potessi tu fuggire
In quel momento di morte s’infiammò la luna
dietro a una tendina di negre nuvole
mentre la musica delle arpe ci prometteva
l’inferno e il paradiso nelle latebre riuniti
Ascoltammo le dita ribelli e angelicate
sulle corde pizzicate
e il silenzio di quell’angelo
senza niente in mano,
perché la morte quando viene per vivere
a ogni tormento e lamento pone riparo

Senza batter ciglio,
in un momento di non prevista luminosità
compresi che non sarei fuggito,
compresi la verità
perché la tua anima era in quell’angelo muto
Abbiamo così iniziato a dormire per sempre,
per sempre l’uno accanto all’altra

ZARATHUSTRA

ho il caos dentro ho il caso dentro
non ci credo, ho detto che, che non ci credo
ma mille stelle danzanti sì – fanno ressa fanno rosso
la pazzia mi toglie il fiato la filosofia mi mangia in un escremento

sorella, sorella quanto mi amasti e quanto mi odiasti?
hai messo in subbuglio i miei scritti quando io più non ero
e qualcuno ne ha approfittato con la tua complicità per farmi nazista
per darmi in pasto all’orrore nazista – e io ero solo una sifilide
contratta incantata detta da tutti nel cervello
e nel cervello uno scalpello
(mai un attimo di pace, solo mezz’ora di sonno
come un’aquila che perde il suo nido)

ho il caos dentro ho tutto quello che ho dato
e ho tutto quello che ho perso in un attimo
e corrono tutti i miei sogni in un postribolo
e non trovano pace
(solo mezz’ora d’amore comprato
come un animale che eiacula e morta lì)

ho mille stelle danzanti che scalpellano filosofia mente e pazzia
ho la libertà di non esser libero da me stesso
ho la libertà e non ho niente
sorella, sorella, io ero solo sifilide e il parlare di zarathustra
e tutto il contrario di schopenhauer
(dalla montagna al mercato e non dal mercato alla montagna)

solo mezz’ora di sonno solo mezz’ora d’amore
come un uomo che si perde nella confusione del mercato
sorella, sorella quanto ti ho amata tu non lo sai
sorella, sorella quanto ti ho odiata tu non lo sai
un mondo dietro al mondo, un mondo dietro al culo della pazzia
un mondo tutto dentro a gli escrementi che mangio dentro alle lagrime
che non piango ma che pago con la vita, con la vita non vissuta

ho il caos dentro ho il caso dentro
non ci credo, ho detto che, che non ci credo
io ero solo sifilide e il parlare di zarathustra
ho il caos dentro ho tutto quello che ho dato
e ho tutto quello che ho perso in un attimo
con la vita non vissuta, con la vita non vissuta

RIVOLUZIONE E PERDIZIONE

In questo ristorante,
in questo istante
ho la mente annegata
tra i flutti del tempo,
ma lontano da te,
lontano dal tuo amare

Insieme a te mi ero io perso
nel tempo breve d’un momento
Però mi sono ritrovato,
è stato sufficiente smaltire
la sbornia che eri tu per me

Avevo una croce a tua immagine
e somiglianza da portare,
e un’altra che era la mia ombra;
e ho rifiutato entrambe
per non portare il buio e l’amaro
nel vino degli amici miei

Amici, brindiamo!
Il mondo di domani ci vedrà
forse stanchi e bianchi,
forse già quasi mezzo seppelliti
sulla linea dell’alba
Ma stasera, Amici,
brindiamo alle donne
e al vino che è dolce;
e brindiamo alla rivoluzione
che faremo senza spargere
inutili lacrime di perdizione
Stasera, Amici,
brindiamo al mondo
e al tempo che sarà

IL RAMINGO

Nel buio piange un ramingo,
che non discerne la verità;
e le sue azioni
diventano
a lui nemiche.

Fra i marosi viene scagliato
e in una procella si perde:
la bussola ha smarrito.

DOLCE TORMENTO

Dolce tormento
questo lamento
che suona l’amore
ed esperienza non ha.

Dolce tormento
cantare e suonare
questo lamento.

LA NOTTE SI FA

La notte si fa,
premonizione
che è bacio.

Chi disse peccato?
Chi osò
interrompere
il volo di due stelle
legate
da un bacio infinito
per dirlo colpa?

Questo cuore,
che fragile è,
canta,
batte
il ritmo
di chi m’ispirò
parole immortali,
ma veloci come luce
nell’incanto
dell’Eternità baciata.
E’ nostro questo battere
sempre
e poi sempre
la via
dell’innocenza.

E ora sudami l’amore
perché sia neve,
impronta
e strada
da camminare
contro gli strali del destino.

E ora amami l’amore,
che sappiamo,
per un bacio o due,
perché solitudine c’è,
e niente basta mai
all’Anima mia
che vagola
e trova sentieri profondi
tutti da scoprire
nel tuo corpo,
nella tua Anima.

SARÒ FULMINE

Sarò fulmine che si spegne in te,
sarò tempesta se mi vorrai,
sarò notte e incubo,
sarò una morte improvvisata,
sarò un bacio,
sarò tutto quello che non…
che non hai osato pensare.

Dovrai pur svegliarti
e allora le mie labbra
apriranno altra notte
nei tuoi occhi,
ché l’amore sempre è oscuro
e nessuno lo può comandare
o condannare.

E VENERE SORSE IN PALLORE

E Venere sorse in pallore,
poi tutta s’ammantò
di virginale rossore
ché Marte l’aveva cullata
in abbraccio
di gentili fiamme.

Oh Venere!
Sopraffatto
da tue floride grazie,
con un bacio spegni ora
la passione che arde,
che traduce l’alma
in sofisticate evoluzioni
d’amore.

E Marte s’oscurò in bagno di quiete,
ché Venere ora lo teneva seco
appoggiato al seno suo,
cullando il capo stanco
di chi l’aveva amata
oltre l’impossibilità del sogno
per cangiarlo in voluttà
decisa e tenera.

E Venere sorse in pallore.

L’AMATA SEPOLTA

Rabbioso
il cocchiere
frustava la corsa:
“Più veloce, per Dio!”

I neri cavalli lanciati
sudavano
sette umani peccati,
ferendo il sudario
della profonda notte.

Il galantuomo
plorava infinito sudore:
“Dio, abbi pietà di Lei!”

Morti i cavalli
caddero a terra
senza un lamento.

Il gentiluomo
infine ci fu:
e baciando
l’avello dell’Amata,
inginocchiato
rimase statua di sale.

Il cocchiere
impassibile,
nel notturno buio
seppellendosi,
la fossa scavava
per i neri cavalli.

ALL’OSTERIA DI NOTTE

Nei graffi allungati dei paesaggi
avvolti nella notte,
la botte ha rotto il suo cerchio,
cercando una sfumatura antica
nel sapore del sangue in vino.
Il giovane avventore d’osteria
il volto rifugia
nelle pieghe d’un sorriso
– d’un’anonima ostessa.
Un richiamo stordito si sente
provenire dal vento di fuori,
e il bronzo delle campane
rapisce in una stonatura.

Si versa un altro goccio
nel vetro del bicchiere,
poi si guarda d’attorno,
ebbro negli sguardi
dei pochi insonni
che gli spiano gli occhi:
gli fa male il cuore
a ogni rintocco di campana;
si regala un’altra ubriacatura,
ché sulla schiena
i graffi a pelle della notte
ce li ha ancora stampati.

Lo sa bene l’avventore,
fuori è l’ombra più negra,
che della sua giovane carne
nel vino quasi del tutto affogata
brama non uno ma mille brani.
E dove ora sta c’è quel sorriso
che lo invita a ubriacarsi
un po’ di più. E allora grida:
“Ostessa, ostessa, ostessa,
un altro giro,
un altro ostaggio per Voi,
prima che sia l’Alba!”

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
Questa voce è stata pubblicata in amicizia, amore, arte e cultura, attualità, cultura, eros, Iannozzi Giuseppe, passione, poesia, società e costume e contrassegnata con , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...