Da te schiacciato come uno scarafaggio

Da te schiacciato come uno scarafaggio

ANTOLOGIA VOL. 72

Iannozzi Giuseppe

La traviata - Maria Callas

DA TE SCHIACCIATO COME UNO SCARAFAGGIO

Quante promesse hai lasciato morire
e quanti rami di ciliegi in fiore
Quanta, quanta follia c’è in te, in te

Fosti la più bella e romantica
Cercavi la scarpetta di cristallo,
senza posa la cercavi e la cercavi,
anche nei giorni tetri di pioggia
e di speranze morte sul nascere
Volevi essere la mia piccola geisha,
colei che avrebbe soddisfatto
tutti i miei più sfrontati desideri
E invece oggi ti sei fatta lontana
Hai lasciato me sul binario morto,
in poltrona alle notizie della CNN

Quante fantasie hai lasciato morire
e quanti rami di ciliegi in fiore
Quanta, quanta follia c’è in te, in te

Non mi chiami più per nome
Oggi fai la signora, e sorridi
trovandoti allo specchio di giorno
in giorno più matura e lasciva
Mi schiacci come scarafaggio
Non ci vuol poi molto coraggio
Adesso sei la signora che in sogno
sei sempre stata, e il cristallo
della scarpetta lo trovi ridicolo
Oggi se mi chiami è per cognome

Quante ingenuità hai perso per strada
Non ne hai raccolta nemmeno una
Così rimango davanti alla CNN
in poltrona

NON È CAPITALE SAPERE

Vedete,
non è una questione
su quello che so fare
e su quello che invece no,
e neppure è capitale sapere
se mi garba sparare chiodi
addosso a persone o cose

Il mio interesse è al di fuori
di certe ovvie banalità;
se una poesia mi viene
e mi viene
sbagliata e storta
– e il diavolo lo sa
quante porcate
ha collezionato il cestino –
non piango
né mi penso migliore
del mio amico netturbino
o d’un qualsiasi coglione
con la fissa per l’assassinio

Capite o no
di cosa sto parlando?
Non c’è niente di strano,
non c’è davvero niente
che non vada in me

RECTO E VERSO

Ecco,
non c’è
un miracolo:
gli occhi belli
offerti ai macelli
ridono dolore
nel doppio sogno
che è riflesso
nello specchio.

Si fa sabbia
la rabbia
spruzzata
tra le correnti
del vento?
Non sei cambiata,
riposi ancora
la stanchezza
nell’indifferenza,
bruci ancora
la fermezza
nel sangue
d’un giglio di neve,
mi fai ancora
dono
d’una croce
e d’un cappio
tradendomi in Gesù,
sacrificandomi in Giuda,
per dar senso al volto
che ti maschera
l’anonimato.
Si fa ancora
il gioco
Recto
Verso.

Ma meglio è
cominciare
l’Inizio
foss’anche inventato
come il fato
che ognuno dice
pronosticato,
diagnosticato
nella storia di sé
che ancora
ha da venire:
gli Ebrei presero
la strada della Diaspora
scavando nelle sanie
dell’Iniziato
e lo elevarono
a Golem
confortandolo
con un trono d’argilla.
Non bastò però,
perché l’Alba Dorata
quasi tutti li prese
in una tormenta infinita di lager,
di cadaveri
conservati nella figa
di Eva Braun.
E tu,
tu mi parli
d’amore?
Mi sussurri
che Giuda pagò
perché tutto fosse deciso,
uguale all’amore di Gesù,
ben inciso
nella sua carne macellata.
E tu,
tu mi fai becco
con un sorriso,
perché
carnefice e vittima
dovrebbero condividere
stessa carne
e separati letti.

No, Amore,
non funziona così.
Il pondo della vita
è delle Anime Morte
che si danno via
in un sospiro
che vanta
una pietra scagliata
nello spazio
d’un Amen infinito.
E nessuna Redenzione.

No, Amore,
non funziona così.
Gli specchi cadono
in frantumi
e il filo dei loro rasoi
taglia i legami;
e resta la ferita a marcire
nell’infezione del passato
mai dimenticato.

Ieri c’era un uomo
che moltiplicava
pani e pesci.
Ieri c’era un figlio
che scriveva
poesie sull’acqua.
Ieri c’era uno spirito
che predicava
alla sua ombra.

Ieri c’era
un domani.
E tu,
tu lo buttasti via
abortendo
la perfezione
che recava al Sinedrio
col capo già coronato di spine.

Ieri c’era un uomo
che fuggiva
nel fondo
del tuo cuore.
Ieri c’era un bambino
che dannava
l’alma
in un tuo sguardo.
Ieri c’era un fantasma
che credeva
nell’onestà
della tua ombra.
Ieri c’era un domani
che hai dilaniato
nella forma di te
per crocifiggere
la sostanza
in un vetro,
in una lama di cielo
tagliente come rasoio.

Questo mondo di insidie,
questo specchio di rivolte,
questo affanno di diavoli,
questo inganno di angeli…
tutto questo
non lo puoi dimenticare
su due piedi,
lasciando il Sepolcro
all’invasione
del Can Malfusso.

Ieri c’era qualcuno
che,
in silenzio,
raccoglieva pietre
per darle addosso
alle spalle
di quell’uomo
e alla sua ombra.

La pietra di fiume
che fu dono di ieri,
oggi,
è scagliata
nel letto d’un’altra foce:
alle correnti appartiene.

Ho un mare di rabbia
che cerca di sfociare
in lagrime,
il tempo però
ha bisogno
d’un dolore
più grande
del mio universo.

Sì, si fa sabbia
la rabbia.
E sgretola
ogni pietra
che scagliasti.

TIRANNO

Adesso più non ho lineamenti gentili:
nascosti sono
nel folto della barba,
tornati in verginità sono.

Sì, sono stato un Tiranno,
sono stato la biografia morta di Lenin,
la pazzia sconvolgente di Dionisio per Arete.
Sì, sono stato un amante senza spiagge
dove riposare le membra stanche.
Sì, sono stato un Giocattolo
come ogni uomo che non si rispetti
– che si rispetti.
Sì, sono stato accusato di e poi ancora di,
seppellito in una giostra di emozioni,
ma erano le mie,
le mie preghiere.
Ma io ancora non sapevo,
non sapevo
quanto potesse essere donna
una donna che vuol essere.

Sì, sono stato una Colpa,
sono stato il peggio del peggio,
la semplicità d’esser ingenuo.
Ed ora, ora che tutto so,
ora che tutto ho compreso di me,
di te,
e che niente più mi sconvolge
dovrei gridare e bestemmiare.
E un po’ l’ho fatto,
tradendo l’orgoglio mio in una fragilità
che tu mai avresti dovuto conoscere.

Sì, tradito mi son sentito
dal silenzio. Dall’indifferenza.
Ma io ancora non sapevo,
non sapevo
quanto potesse essere donna
una donna che vuol essere.
Ma io gridavo, gridavo sempre troppo,
ma era un gridare “ti amo”
pur accusandoti di questo e quello.
E non l’hai capita mai
la mia disperata tenera disperazione.
Non l’hai perdonata.
Non l’hai dimenticata.
Ma hai dimenticato presto,
nel tempo d’un niente,
il mio nome.

Sì, adesso sono Il Tiranno,
il solo da solo.

Adesso sono il Bacio della Morte,
Farfalla in Volo
nell’Anima, quella mia.

Il Tiranno
che nulla rimpiange.

Ma ancora darò
Roma alle fiamme.
Farò la morte di Seneca,
e ogni altra porcheria
che mi possa vestire.

Adesso più non ho occhi:
ciechi sono
nel buio che ho fatto mio;
o, forse, tornati in verginità sono
nel buio accecante che m’invade.

Perché se sono
è perché sono Nerone
senza su il cerone
che invece per te
bene va a ogni stagione.

HANK

Le donne amano il vecchio Hank
Lo amano tutte, per la sua poesia
Gli fan la corte tutte, con singhiozzi
e fazzoletti di pizzo rosso e nero

Tutte, proprio tutte lo amano
il vecchio sporcaccione
che bello bello in giro se ne va
con un taccuino d’ali d’angelo
appiccicato al culo

Tutte l’hanno amato, tutte
almeno una volta, almeno due
in gioventù o in pazzia

Non credo affatto però
che una oggi si porterebbe
con uno che è poeta, sì,
ma con le pezze al culo
Ed Hank le pezze l’ha rispettate
fino alla fine schiacciando
scarafaggi e lodi sperticate

Ma tutte lo amano
A modo loro tutte se lo fanno

BIONDO NERO FIORE

Ma ti ricordi Parigi?
Era così bella
Presa d’assalto dal sole invernale
Tu tremavi come foglia
Sotto la sferza del vento
Sotto lo spasmo della voglia
Ch’era mia
Gioia
Ancorato vanto

Ma ti ricordi Parigi?
Sì, tu ricordi com’era
Mordersi
Abbracciati sotto la neve
Sotto gli sguardi grigi
Di mille imbiancati passanti

Eravamo soli, io e te
E le strade dalle vetrine ci invidiavano
Eravamo polaroid di felicità
Di vanità
Forse di falsità

La tua fighetta nera la dicevo bionda foglia
E la notte mai era notte o doglia
Ma solo oscuro piacere
Aspettando di fare all’amore
Il dolore veniva partorito poi
Dopo, sul far del mattino
Prima che ci precipitassimo
Sotto il sole invernale

Io ricordo la mia mano
Che stringeva la tua
Quando mi dicesti “Ti amo”
Potevo penetrare il cielo con un dito
Per morire felice in una nuvola
E poi sprofondare nascosto
Nel mistero del tuo biondo nero fiore
Tra le gambe raccolto
Timida seta sulle mie labbra

Negli abbracci della passione bastava poco
Perché io ti immaginassi felice
Non c’erano lacrime su i nostri cuscini
– o forse troppe perché possa ricordarle
E poi confini sconfinati
Ma adesso che non ci sei più tu,
adesso che non ci sono più io,
Parigi è tanto triste
E la foglia che eri tu non trema più
Non trema più

Bellezza, dove sei fuggita?
Io non so più che pensare
Niente che possa tentare
Se non appoggiare il capo
E aspettare il treno
E ascoltare il bombo ferroso delle rotaie
Bellezza, quale treno fantasma hai preso?
Se solo lo sapessi
Potrei raggiungerti in un baleno
Se solo non mi sentissi così sporco
Avrei ancora il coraggio
Di gridare il tuo nome

E invece spreco il tempo in una fotografia
E poi in una vetrina consumo l’immagine mia
Non è però Parigi
Non è la nostra Parigi
Che ci arrossiva
Che ci amava
Che ci avvicinava
Che ci divideva

Bellezza, da quando non ci sei più tu
Io non esisto più
E questo treno che non passa mai
Negli scambi delle rotaie mi fa impazzire
E la sferragliante immaginata eco
Mi dona muto pianto piantato qui
Qui, in questa rissosa stazione
Invisibile rimango ai più

Prima o poi però passerà quel treno
Che da me ti ha portata via
Prima o poi passerà questo dolore
Che a te mi lega come in preghiera

Ed è ancora biondo sole
Ma non per te, tenerezza mascherata!
Depongo biondo nero fiore
Sulla tua morte
Coperta di bianca fredda neve
Pregando
Che la terra presto non lo consumi

E guardo fuori dalla finestra
La notte nera e buia, il colore che ha
E cieco rimango
Masticando il saporoso ricordo della foglia
Della voglia
Mia prigione, Eternità!

SORRISO D’ALBA

Col sorriso colto dalla prima alba
mi assicuri che se solo lo voglio
quel sogno che per anni e anni
ho nutrito potrebbe farsi vero,
che potresti esser mia sin d’ora
abbattendo le porte dell’Eternità

Dovrei crederti sulla parola
e null’altro aggiungere
perché il cuore nel desio
rimanga a macerare
Almeno questa illusione
dovrei mantenerla in vita
Dovrei crederti sulla parola
per quella tua follia che amo

Non ti salverò,
ma non perché non vuoi;
non sono stato capace
di salvarmi da te
e il resto non ci appartiene:
nella storia è già diluito

DIMENTICATO

Sempre un perdente son stato
Resto fra chi hai dimenticato
perché viva la memoria
di raccontarmi sconfitto
nelle ore di tua ubriacatura

COLOMBA DI PACE

Colombella, il ramo d’ulivo
con un bacio sulle labbra
di chi ami posalo leggero:
e sempre e per sempre l’Amor
di luce colmo in salvo sarà

Su mari e monti lasciale
le ali alte volare; e se di vento
il domani sarà, il Signore
che di Te ama la bella fragilità,
verso la Pace al sicuro ti guiderà

TU A ME DESTINATA
(da “Fiore di Passione”)

Il capo tuo rovesciare,
il peso della beltà reggendo
con una mano solamente;
e gl’occhi tuoi blu incontrare,
e il cor tuo allarmato
sul mio sentirlo forte palpitare
Sì presto si scioglie in languore
l’arresa tua alma sotto
l’assalto del desio mio fremente
Velo dopo velo
il ninfeo tuo corpo spogliare
dell’ultima pudica ritrosia,
e l’alma tua colla mia
presto penetrare ché geloso,
sin troppo geloso son già io
di quell’impudico venticello
che dal bosco lontano
carezza quel che per destino
– da chissà quali munifici Numi –
a me solamente
da sempre destinato

MIA BELLA COLOMBELLA
(da “Fiore di Passione”)

Mia bella Colombella,
per chi hai perso il sonno?
Ancor temi quei fantasmi
che alla tua porta bussano,
ancora ti fa battere il cuore
il vento contro le imposte

Mia bella Colombella,
perché questa paura di perdermi?
Ancor temi di non esser tu
la più bella; ancor temi
di perdermi così,
dall’oggi al domani,
mentre poche briciole di pane
dai da mangiare
ai passerotti sul davanzale

Pesa sul Po il buio:
sul limine fin dove l’occhio arriva
negre nubi preparano il loro pianto;
per questo ti prego,
illumina la via che cieco pesto
e conducimi a casa,
conducimi in salvo fino a te
dove il nostro presente di luce
ha cancellato il passato

Mia bella Colombella,
lascia che per sempre mi perda
fra le tue braccia, e dalle paure
che ancor ti svegliano ti proteggerò
portando l’orocrinito tuo capo
sul bruno mio petto

TU CHE SEI AFRODITE
(da “Fiore di Passione”)

Tu che sei Afrodite,
schiaccia la mia faccia
sul tuo seno
per questa seduzione
alla fine del mondo
Prendi la mia mano
e portala sul suo petto;
rassicurami che è notte,
che l’amor tuo cieco
mi farà come Omero,
poeta a tutto tondo
che mai ti potrà annoiare

Per un momento soltanto
porta il celeste dei tuoi occhi
là fuori: un uomo mendica

con un moncherino di cuore,
i piccioni lo prendono di mira
e non sbagliano mai un colpo
Osserva bene tu che lo puoi
Il giornalista, sigaretta in bocca,
affonda nell’inchiostro
d’una pozzanghera gigante;
non sa nuotare, la cronaca nera
l’ha ridotto a un ritaglio di parole,
a un epitaffio dimenticato

Tu che sei Afrodite,
tu che di me hai occhi più belli e profondi,
tu che dell’amore e della lussuria sai il fine
insegnami certi giochetti
che certi poeti raccontano
più e più volte ribadendo
che la notte e il letto infuocano

GIANO BIFRONTE

Scrivi, scrivimi una canzone
che non abbia bisogno d’una voce
O sognami a lungo senza cercarmi
in un nome o in una tessera di partito

Ho sognato la tua fica e una pioggia dorata, fredda e bollente secondo il capriccio. M’impoveriva d’ogni inesattezza, così adesso costretto sono a stare al tuo fianco in questo mondo senza fine. Una dea s’è portata davanti a me e in buca ha messo le poche certezze che m’erano rimaste; sulla fronte mi ha poi baciato perché il marchio fosse sempre ben visibile a donne e uomini.

Giano Bifronte sentenzia “non è dànno quel che Loro ora ti danno”. Dovrei credergli sulla fiducia, liberarmi, andare avanti. Ma Loro lo sanno chi sono stato.

Ti manderò una lettera in bianco
perché tu scriva ogni cosa di noi
anche se stanca e fa male il ricordo
di chi è stato al Banco fra verdetti
e coltelli

Durante l’Ultimo Spettacolo sei stata al centro dell’attenzione. Non uno ha perso l’occasione di palpare con sua mano la bellezza del tuo spirito messo a nudo, a disposizione di tutti i sessi. Ho aspettato che calasse il sipario e che ogni mano ricoprisse la sua bianchezza con il suo proprio guanto. Siamo in questo presente te e io, e non ho carte buone da giocare. M’inviti a scegliere dal mazzo. Obbedisco baciando l’aureola del tuo seno sinistro.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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2 risposte a Da te schiacciato come uno scarafaggio

  1. romanticavany ha detto:

    Quanto sei produttivo, ne ho letta una ,poi due ,poi 3,poi Dimenticato mi ha fatto sorridere.
    Poesie dinamiche,incisive.Scrivere come fai tu è difficile.
    Insomma non esiste un altro grande King.

    1 Bacio ♥

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Lo so, sono tante tante, quasi impossibile leggerle tutte. 😉 Ma non sono così produttivo, è una antologia, un post antologico che raccoglie poesie che ho scritto nel corso degli anni. Per quanto bravo possa essere, nessuno potrebbe scrivere così tante poesie, non tutte in un botto in ogni caso.

    Un bacio a te, Angioletta Vany. Grazie, sei speciale. ❤

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