Alle tue caviglie ciondoli di luce – Poesie e racconti brevi

Alle tue caviglie ciondoli di luce

ANTOLOGIA VOL. 70

Poesie e racconti brevi

Iannozzi Giuseppe

Van Gogh - Portrait d'Adeline Ravoux

Vincent Van Gogh – Portrait d’Adeline Ravoux

SOLDATI

Così partimmo
alle spalle lasciandoci
asini e uomini
sicuri che domani,
quando la guerra
al di là delle porte,
saremmo tornati
a bagnarci nel fiume,
a baciare le donne
al pianto abbandonate.

Partimmo
e molti di noi
presto sparirono
dalla morte inghiottiti
ben pria che un singulto
dalla gola si dipartisse.
In tanti non un fiore
o una veloce preghiera,
ché se nostro desio
un presto ritorno
necessità ci spronava
ad andar avanti,
a rimandare a dopo
delitti non seppelliti
e maledetti rimpianti.

Quando infine
in pochi tornammo,
il nulla bell’e consumato:
là dov’erano
le nostre radici
nemmeno la cenere,
la consumata impronta
di quei figli,
che amammo
abbandonandoli
perché l’avida morte
non li pretendesse.

Traditore il Fato,
ma di più l’aria
nei polmoni ingoiata
e nel terrore soffocata!
Così, nella notte
che mai muore,
ci culla il rumore
del fiume dabbasso,
letto di cadaveri
trascinati chissà dove.

IL PARADISO DI DIO

Dio intimò di tacere al mio petto
quando t’ho vista tutta nuda svestita
I miei occhi hanno scoperto la tua vita
dalla vita in giù, e ho dovuto ricredermi:
il paradiso che mai avevo considerato,
che avevo schernito con voce ora fioca
ora violenta come la brace, il paradiso
di Dio il tuo intimo, ora fiore da cogliere
Ma la paura mi fece molli i ginocchi
mentre il desio m’accecava gli occhi

GETSEMANI

Piangi, e io prego,
prego la tua femminilità
perché non mi lasci
da solo quaggiù
Prego a mani giunte
cercando la tua bocca,
sfiorando quella lacrima
che piano piano scende
dagli occhi tuoi
e che non riesco a curare

Se piangi,
mi commuovo
come Gesù abbandonato
al vento e all’eco
del giardino di Getsemani
E si fa impotente la mia mano
cercando di stringerti,
di prenderti
nel mio piccolo universo

La mia preghiera per te
piange nelle tue lacrime,
con rabbia di vertigine

Amore bello,
non ti so curare
Ti so solo amare,
anche se è così difficile
da credere
adesso che sto per morire
per sempre, per sempre
nel riflesso dell’innocenza
degli occhi tuoi

PER UN ISTANTE

Per un istante d’eternità
sarei morto
senza temer della verità
le avvolgenti lingue

che luna dopo luna
ci ricordano
che qui uomini siamo
sol perché domani
anche noi moriamo

IN ATTESA VIVIAMO

In attesa viviamo
come nel braccio della morte
Come cani e pagliacci
che il gioco dell’osso aspettano
per ingannare il tempo
che gli rimane da ingrassare

INNOCENTE

Non disperato
Accusato
d’esser un poeta

Ne uscirò innocente
nonostante lo spavento
che a ogni verso
mi prende

FESTA DI LACRIME

Che serata strana!
Piangono le ragazze
E fuori la pioggia
forte batte alle finestre
Avevo voglia
di nastri colorati
e di occhi di diamante
Avevo voglia
di fare l’amore
nell’amore dell’ingenuità;
è una serata strana questa,
di quelle che non dimenticherò:
tutte le ragazze
che hanno portato un raggio di sole
nel cuore mio vecchio e stanco
piangono, e solo la pioggia
batte alle finestre di questa casa
invasa da una festa
che festa non è

Troppe lacrime dentro e fuori

Spio le lacrime
che contro il vetro s’abbattono,
e tosto scorgo una foglia
che in volo non resiste
sotto il peso dell’acqua
E da solo resto
a contare le pozzanghere
di solitudine ai miei piedi

OLTRE LA BELLEZZA

Hai ragione
Tu sei bella
Io invece no
Hai ragione
Tu metti le scarpe,
quelle con il tacco;
io vado scalzo
e l’eskimo non l’inchino
né alle signore all’Opera
né ai loro buffi partner

Hai ragione
Procedo io deragliato
sotto questo cielo bigio,
senza mai pensare
di farmi una doccia,
e dormo in stazione
quando butta bene;
tu invece riposi
fra lenzuola di seta
e origlieri imbottiti
di piume d’oca

Hai ragione, hai ragione,
tu sei bella, tu sei bella
Io sono solo quel che sono

SUL TUO SENO DI SETA

Di coccole soltanto ho oggi bisogno
Ho graffi di solitudine sulla schiena,
il fantasma della tua bocca nella mia
Mi sento proprio giù di morale
Ho bisogno di coccole e non di zoccole
Ho bisogno d’un abbraccio
che m’addormenti
sul tuo tiepido seno di seta di luna

Mi sento proprio alla deriva oggi
Mamma dice che è troppo tempo
che vivo la parte del duro tutto da solo
Mamma dice che dovrei trovarmi una donna
Mamma è una donna tanto tanto sola
E in strada sparano fuochi d’artificio
per la festa, ma è la solita rapina
a volto coperto
Domani la nera lo dirà a chiare lettere
E intanto io mi sento come un delitto
mai consumato, qui nel mio freddo letto
a immaginare le stelle e le donne
che ho avuto per un momento soltanto,
per poi subito tradirmi all’alba
scomparendo

Avrei bisogno d’una donna
che non abbia paura d’incontrarmi
in questa fredda città di vicoli e bottiglie vuote
Avrei bisogno d’una bocca di rosso rossetto
che mi sporchi le labbra consumate da mute parole
Le donne hanno tacchi alti per camminare,
io gli stivali che ho preso da mio padre
quand’è morto nella trappola del suo sogno

Del suo sogno che non ha mai detto a nessuno
E che io suo figlio sapevo meglio di lui

Per tutta questa solitudine
avrei oggi bisogno di tante coccole
Del tuo caldo seno di seta di luna
prima di cadere per sempre nel sogno
che fu di mio padre, che fu

MAI ROMANTICO

No, non dirmi romantico,
Amor Mio di beltà tremendo
Faresti uno sbaglio,
lo sbadiglio più grande
dal sonno alla vita
No, non dirmi quel che sono
e non sono, t’inganneresti
Soltanto una piuma sono,
una piuma pesante scucita
dalle ali d’un angelo indemoniato
Ho occhi di falco per il dì
e di gufo per la notte
Alba e tramonto fanno a gara
per confondersi dentro all’alma
che, come àncora, rimane
dentro alla fragilità
di questo corpo di carne, di dolori,
di amori sorpresi
– scoperti in tutta la loro nudità,
ma solo per esser presto soppressi
da un crudele destino
che non ti oso cantare,
Amor Mio

L’aria punge le gote
prese dal freddo, da quella neve
che vien giù quando vicino è il Natale:
quanta solitudine è nel cuore
di chi t’ama, quanta impazienza
tu, Amor Bello, non sai
Anelando sempre a ricucir lo strappo
che ci portò via dalle mani il calore
del nostro appena nato amore,
io vado avanti, ed è un andare stordito
per niente eccitante
Se manchi tu al mio cuore
è come non aver vita in petto

No, non dirmelo
che son romantico
Finirei col crederci,
questo rischierei
E allora in me scopriresti debolezza
e ne avresti supremo orrore
Fuggiresti là dove
non ti potrei più incontrare
Non mentire, Amor Mio,
ti faresti d’ombra e di buio
cercando rifugio
fra braccia più robuste delle mie

Così, non dirmi romantico
Pensalo soltanto, con timidezza

ESMERALDA (Tu lo fai meglio)
(da “Fiore di Passione”)

Quel che fan le nuvole,
quel che fan in cielo lassù,
Esmeralda, tu lo fai meglio
con la tua bocca a cuore
che mi sussurra “amore! questo bacio,
questo bacio è per te”

Come donna venuta
dal profondo oriente di luce accecante
il buio lo sgretoli in polvere di stelle,
e mi restituisci all’idea che c’è dell’altro
al di là di certe danze di dervisci e deserti

Alle tue caviglie ciondoli di luce
tintinnano, danzano insieme a te
per lo spirito tuo zingaro, d’oro;
e bruciano, i passi tuoi il tempo battono,
ritmo danno al petto mio

Nudi i piedi dei tacchi alti…
accenno mi dai perché muto rimanga;
premi sulle mie labbra l’indice,
la nudità dei passi tuoi mi mostri
e i tuoi giochi di sesso mi lasci a sognare
E in silenzio il mio cuore resti ad ascoltare

Quanto, quanto bella la squillante risata
dello spirito tuo zingaro d’oro, di nudo oro

E bruciano, il tempo i passi tuoi battono
Dannano il petto mio, che non sa preghiera
se non quella dei candidi tuoi fianchi,
di nudità ancor tutta da scoprire

Qualsiasi cosa fan le nuvole lassù,
è certo!, mille volte meglio lo fai tu
Per le mille e una storia, ora ci sei tu,
per le mille e una notte, ora ci sei tu

Qualsiasi cosa,
qualsiasi cosa inventino lassù,
per erotico desiderio lo fai meglio tu:
un passo e un altro,
carnal spiraglio sboccia
sopra alla giarrettiera,
e nudi i piedi a danzare infinitamente

e vuoti i tacchi a riposarmi accanto

Così zingara,
di sonagli alle caviglie l’amor d’oro

L’amor che mi sussurra “questo bacio
questo bacio è per te”
Nessuna lo fa meglio, nessuna lo dice meglio

Nessuna lo fa meglio, nessuna lo dice meglio
Nessuna lo fa meglio, nessuna lo dice meglio
Nessuna lo fa meglio, nessuna lo dice meglio

ANGELA, ANGELA, ANGELA

Quel giorno avremmo dovuto tappezzare il quartiere, quello popolare arabo. Non c’era scampo. Io avevo la mia zona, Angela la sua. Il lavoro era quello: se volevamo mangiare, dovevamo imbrogliare, o meglio vendere enciclopedie a rate a dei morti di fame peggio di noi.
Angela era la mia compagna di lavoro: bionda e soda, un fisico da angelo, tettine piccole, culetto a cuore, e un sorriso bianchissimo da pubblicità. Suggeriva una dolcezza immensa, ma era in realtà una peperina. Non c’era maschio che non si arrapasse con lei accanto. Era il diavolo e l’acqua santa. Nonostante avessimo concluso poco o niente, quel giorno di lavorare non ne avevamo proprio voglia.
Faceva caldo e a noi stava bene far passare il tempo all’ombra, sotto una palma trapiantata e mezzo morta. Eravamo seduti entrambi sulle nostre natiche e fumavamo sigarette di prima qualità, anche se non avremmo potuto permettercele: piuttosto mangiavamo un panino in meno, ma le cicche dovevano essere o Camel o Davidoff. Quel giorno fumammo le mie: cacciai fuori il pacchetto, Angela ne prese una e io feci altrettanto. Le accesi la sigaretta con il mio Bic, e con la sua accesi la mia: bacio di fuoco, così lo chiamavamo. Presi a cantare, in tono sommesso: “And no one ever told me that love would hurt so much/ Oooh yes it hurts/ And pain is so close to pleasure/ And all I can do is surrender to your love/ Just surrender to your love/ Just one year of love/ Is better than a lifetime alone/ One sentimental moment in your arms/ Is like a shooting star right through my heart.”
“Non la conosco, di chi è?”
“Freddie, cioè la canta Freddie, ma è una canzone dei Queen, scritta da John Deacon, dalla colonna sonora di Highlander.”
“E’ bella…”
“Sono stonato. Dovresti sentirla dalla voce di Freddie, ti ucciderebbe con un milione di brividi.”
“Ce l’hai?”
“Sì, certo. Te la copio.”
Angela mi sorrise. Un uomo fa presto ad andare in paradiso.
Finimmo di fumare: eravamo accaldati e l’ombra era poca. Ci decidemmo a entrare in un palazzo, perlomeno saremmo stati all’ombra, ma dentro era peggio: l’aria era pensante di spezie e di sudore.
Eravamo sul primo ballatoio, quando uno aprì la porta: era un vecchio sdentato, con gli occhi fuori dalle orbite.
“Chi siete?”
Guardai Angela e scoppiai a ridere e lei pure.
“Siamo tecnici del Gas!”, lo rassicurai io.
Quello ci guardò, prima lei poi me: “Ecce homo.”
Scoppiammo a ridere.
“Nietzsche, voi giovani non sapete…il gas… il gas… il gas…”, farfugliò mostrando gengive vive, poi chiuse di botto la porta e morta lì.
“Tutto matto!”
“Completamente. Del gas… Come ti è venuto in mente?”
”Ho sparato la prima cazzata.”
“Mi piace.”
“Proviamo a piazzare qualcosa?”
”Qui sono più morti che vivi.”
“Mi sa proprio di sì. O matti e basta.”
Ci facemmo tutto il palazzo, e come tutto risultato male parole e sudore sulle nostre fronti.
Una volta fuori, ci riparammo all’ombra. Non avevamo neanche voglia di fumare: l’aria era troppo spessa.
“Hai sentito che puzza che c’era su per le scale?”
”Porca miseria se l’ho sentita. Stavo per dare di stomaco.”
Non combinammo niente di niente: sudore buttato via.
Alla sera, eravamo due stracci: Angela non aveva voglia di guidare, e io avevo altro per la testa, cioè lei. Avrei concluso qualcosa con lei?
Ero cotto e glielo chiesi a bruciapelo: “Ma ti piaccio?”
Lei mi sorrise, con quel suo sorriso bianchissimo che sapeva sbattermi in paradiso: “Tu sei un po’ matto, non è forse così?”
Le dissi di sì, che ero un po’ matto, proprio come diceva lei. Se mi avesse chiesto di dirmi assassino, non avrei esitato un solo momento. Con certe donne è impossibile tentare un rifiuto: lo so bene oramai. E lo sapevo anche allora.

Qualche anno più tardi mi sorpresi a ricordarmi proprio di lei, di Angela, mentre stavo temperando una matita.
Il mio ufficio era un disastro e me ne fregavo: ci avrebbe pensato la donna delle pulizie, come al solito. Il mio ufficio era al settimo piano, l’ultimo.
All’ultimo c’è soltanto chi conta.
Avevo fatto tardi e mia moglie mi aspettava per cenare insieme, in silenzio come due perfetti sconosciuti. Non era affatto detto che sarei andato a casa per la solita tristezza, magari le avrei fatto uno squillo sul cellulare per avvertirla che all’improvviso una cena di lavoro. Ci avrei pensato in ascensore se tornare da mia moglie o se chiamare una delle mie occasionali amiche.
Arrivai di fronte all’ascensore: occupato. Sbuffai e restai lì un paio di minuti.
Infine la porta si aprì.
E la vidi.
Era lei.
Era la donna delle pulizie, non la solita però, quella brutta e vecchia.
Era proprio lei. Era Angela, la mia Angela.
Non avevo alcun dubbio in merito. Lo stesso sorriso bianchissimo.
Non le dissi nulla, solo le feci capire di rientrare in ascensore.
E lei mi promise l’immensità con un sorriso di complicità.
Entrai. Profumo di spezie, di Arabia, di femmina, di diavolo e acqua santa.
Angela pigiò il bottone per andare in paradiso e oltre.
Non obiettai. E non telefonai a mia moglie per avvertirla.
Ero l’uomo più felice del mondo, solo questo contava, nient’altro.

DONNE

Ci son stati giorni migliori. Rimpianti? Non è proprio così, è solo che un giorno ha finito con l’impiccare l’altro e alla fine è rimasto vivo un pugno di mosche.

Ricordo bene le ragazze della mia gioventù. Le ricordo oggi che non ci sono più, o che son finite male.

Una s’è legata a un orco che l’ha massacrata di botte. Credeva che sarebbe stata felice con quel pezzo di marcantonio; peccato non avesse previsto ch’era soprattutto un gran pezzo di merda; così adesso, Cristina che aveva un culetto a mandolino da far invidia alla Madonna, è fuori di testa di brutto e passa le sue giornate giù in strada per una marchetta o due, e non una delle sue grazie è stata risparmiata; i lividi, quelli invece li nota chiunque, tragici come medaglie al valore.

La povera Lily, lei così fragile, ce l’aveva fatta a sconfiggere il tumore al seno, così m’hanno raccontato gli amici che ancor si reggono sulle gambe; sembrava proprio che… e invece tempo due anni ed è tornato a morderle il petto; nulla è servito a restituirle la salute, proprio nulla: il tumore se l’è portata via, ma non prima d’averla ridotta a meno d’un’ombra spaventevole a sé stessa per magrezza e bruttura; della sua tizianesca bellezza non un cernecchio è sopravvissuto; son anni che marcisce nella tomba, senza quasi mai un fiore sopra o le lacrime d’un cristo che l’ha amata a farle un po’ di compagnia; eppure da ragazzo la amai, in silenzio, e lei lo sapeva, lo sapeva e di me rideva con le amiche; sarà per questo che non ho pianto quando ho saputo del suo destino.

E poi Laura la bella Morgana, e Lory e Stefy più bionde del grano maturo; e c’era pure quella gran zoccola di Patrizia la Rossa: la prima morta fra le lamiere d’una Bravo a 160 km/h in autostrada, le due bionde invece andate in sposa a due vecchi mafiosi siculi; e la Rossa, mi dicono,  tira a campare staccando pompini ora a un assessore ora al suo portaborse, e, in fondo in fondo, è quella che ha avuto più fortuna.

L’UBRIACO

Con gli anni tutto s’è fatto chiaro. Lasciate che vi racconti, sarò breve.
Scendo al bar come tutte le mattine, sul banco mi aspetta il primo bicchiere di molti a seguire. Raccolgo il vino in mano e lo butto giù tutto d’un sorso. Col vino è difficile ubriacarsi. Ce ne vogliono di bicchieri.
Faccio mezzogiorno bevendo. A sessanta anni posso permettermelo, niente mi preoccupa. Bevo un bicchiere, dico quattro chiacchiere a nessuno, fumo una sigaretta e un’altra. ancora. A fine giornata sono quasi allegro, mai ubriaco. Sbando giusto un poco.

Da giovane pensavo, ma presto ho capito che il gioco non valeva la candela e così ho smesso ed ho attaccato con la Barbera. Quaranta anni in catena di montaggio non sono uno scherzo, non ci vuole coraggio però, basta spengere la lampadina che uno ha nella scatola cranica.

D’improvviso nel bar fa irruzione una donna di mezza età. Grida che l’hanno presa sotto, un ubriaco del cazzo. E’ isterica. Tutti escono fuori a godersi lo spettacolo. Io esco per ultimo, non sono mai stato un curioso della sorte altrui.
Sull’asfalto c’è una giovane figura femminile. Si vede che è morta. L’auto l’ha centrata in pieno.
La tipa continua a urlare. Invita tutti a fare qualche cosa.
In lontananza le sirene dell’ambulanza e della polizia, e al centro dell’incrocio un giovane sui venti e non di più, forse italiano forse no, non è questo il punto. Sbanda. Non sta in piedi. E’ ubriaco perso.
La tipa continua a spaccare i timpani a Dio. Non si capisce che dice. E’ più fuori dell’ubriaco, poco ma sicuro. Non ce la fa a capire che non si può fare più niente.
L’ambulanza arriva per prima.
Un lenzuolo bianco copre il cadavere. La donna si strappa i capelli. E’ fuori di sé. Dice parole. Parole. Parole. E invoca Dio e minaccia Dio, questo si capisce. Nessuno sa perché lo fa. Perché lei è morta. Lei chi? Grida un nome, chiama la morta, si sgola mentre il lenzuolo si fa rosso di sangue.
Finalmente la mettono a tacere.
Arriva anche la polizia a sirene spiegate.
L’ubriaco sbanda al centro dell’incrocio con gli occhi sputati al cielo.
Lo ammanettano.
I curiosi si dissolvono mormorando.

Non c’è molto altro.
Nel pomeriggio qualcuno sparge in giro la voce che la donna isterica era la madre della giovane presa sotto dall’ubriaco.
Si fa la sera. Ho bevuto più bicchieri del solito, ma non sbando, non sono allegro nemmeno un poco. Al diavolo.

Torno a casa con la notte buia in testa.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
Questa voce è stata pubblicata in amicizia, amore, arte e cultura, attualità, cultura, eros, Iannozzi Giuseppe, passione, poesia, racconti brevi, società e costume e contrassegnata con , , , , , , . Contrassegna il permalink.