Non sono stato capace di scrivere il mio epitaffio

Non sono stato capace di scrivere il mio epitaffio

ANTOLOGIA VOL. 64

Iannozzi Giuseppe

Brigitte Bardot

IN UN BORDELLO

Con la sete
nella gola sprofondata
ti ho cercata

Ti ho cercata
lungo tutta la spiaggia
per lasciarti a bocca aperta
con una poesia,
con un po’ di gioia
presa di mira
dal mio sorriso marinaio,
alla faccia di dio!
Ma non ho trovato
che questo verbo infinito,
orlo di sabbia e di mare
rasato dal sole al tramonto;
e mille corpose voci di marinai,
così tanto uguali alle mie mani
di calli di tagli,
di sbagli e nicotina

Ti ho trovata
tutta sola
seduta in faccia
a un sole naufragato,
ignara del baccano
dentro al mio cuore
e di quello nell’intorno

Ti ho cercata,
l’ho capito adesso
che bevo il sale
dei miei occhi,
come un bambino
che si è perso
in un bordello più grande
d’un milione d’inganni

ROSA SELVATICA

Tra vagoni e treni al buio,
quanti e quanti baci di luna
senza quasi segno di pudore
per la carezza che ho amato,
per il gridolino che ho udito
calpestandoti, Rosa selvatica
– sogno di Suzanne!

IL NOSTRO TANGO
(prima versione)

E così hai pensato bene
che tanto il tempo aggiusta poi tutto
Così hai pensato
che potevo ben esser trascurato
per un giorno o due
Ti sei fatta un giro di tango
sotto un tappeto di stelle straniere

Mi hai lasciato
con in mano le pistole
e nostro figlio nella culla

Avevi dato a dio tante promesse:
che mi avresti amato fino all’infinito,
che ogni dì di sole l’avresti con me consumato
a letto sudati d’amore di sangue di rose,
o in piazza a mostrar i nostri passi di tango

Ma l’argento mi colora le tempie
Gli anni son volati,
nostro figlio seppellito
E io ancora qui ad aspettare
tra sabbia cenere e carbone,
e in mano le solite vecchie pistole
che mai un colpo l’hanno sparato
manco per sbaglio

Domani, domani sarò morto
Sarò sotto due metri di terra buona
e sul mio cuore una croce di legno

Domani, domani sarò eco
nell’infinito perso ma meno d’un ricordo
E tu sarai ancora giovane e nuda
come quando la prima volta ti amai

ERA IL NOSTRO TANGO

Quanto ardore
tosto disperso
per due passi
nel fango,
e uno di tango
con l’Ignoto!

NELLA MIA FOLLIA

Il Premio Ultimo lo vincerò dentro a un manicomio con gli occhi di fuori e i sogni ancora tutti dentro alla testa.

Nella mia follia sì, mi ricorderò di tutte voi, di tanto in tanto. Mi ricorderò degli sguardi, delle unghie e degli smalti, e, ovviamente, dei graffi sulla schiena – che mi gridarono felicità.
Nella mia follia sì, mi ricorderò di una strada e di una sera che la pioggia veniva giù tenendo un ritmo più forte del mio cuore.

Poi, in giro si dirà che non sono stato capace nemmeno di scrivere il mio epitaffio.

GRAZIE PER L’AMORE,
GRAZIE PER IL RASOIO

grazie per l’amore che mi hai dato
ne ho fatto tesoro per la vita
grazie per i fiori che mi hai lasciato
sono tutti appassiti in un giorno
grazie per tutte le maledette volte
che hai fatto orgasmo l’amore:
quel tuo serrarmi a sangue fra le gambe
per poi vedere quanto a lungo
sapeva resistere il mio sorriso sul tuo

grazie, mi hai tradito
e non mi hai nascosto niente
di te e del tuo nero amante
di quanto state bene insieme
di come vi guarda la gente
grazie, grazie mille, i treni in stazione
sanno dove partire, ma non dove arrivare
fra i binari a perdere e quelli morti
e tutti gli altri dalla fantasia inventati

grazie, ma ho passato troppe sere
a scrivere sul tuo corpo poesie
immaginando gioie e crudeltà
fino a farmi sanguinare gli occhi
grazie perché ho compreso la verità,
la verità che un uomo non impara mai
dall’inizio alla fine, ora che accarezzo
la pazza idea sul filo del rasoio

MI RUBAVA LA GIOIA

la scuola mi rubava la gioia
la vita l’amore che non sapevo
imparavo sui banchi
i primi rossori e le sconfitte
chiudendomi
in una rima baciata
o in una più libera senza senso
ma sempre osservando
le acerbe forme di quelle donne
che un giorno sarebbero state belle
di passionalità mature

e non una – già lo sapevo –
sarebbe stata per me l’ancella
l’amante in un vicolo nascosta
sotto a un balcone con la pioggia
solamente le mie silenti lacrime
avrebbero dato anima
all’imago dell’amore
che giovane fioriva in me giovane

OCCHI ORIENTALI

A me non m’ami
nemmeno quanto il peso
d’una nuvola
attraversata dall’Immenso
del cielo
A me non ci pensi
se non distrattamente,
giusto un peso
sul cuore da scacciare
immantinente

Sì, in vero devo dire
che riesci a farti nera
più della tempesta
quando la testa
la lasci scendere giù
dalle nuvole
Le tue labbra
più a me non le porti
per un bacio distratto
o una disfatta carezza

Sopravvive però il ricatto
dei tuoi occhi orientali
che guardano lontani cieli
dove più bella di me è poesia

QUEL CHE DI NOI RESTA

Non me l’avevi detto
che saresti andata via
portando la valigia
e tutte le sette corde
della mia chitarra
Ma ancora ho il plettro
e il tuo pettine
per arrangiare una malinconia

Se c’è cielo di tempesta,
se ce n’è uno di sole,
per me fa lo stesso
Alzo il gomito e attacco
Faccio del mio meglio,
tento il colpo di bottiglia
Tento di spezzarmi il collo

Ti ricordo sì, eri bella
Non me l’avevi fatto mai
notare

Così adesso suono
i tuoi nudi passi
Così adesso sento
i tuoi nudi baci
Adesso suono e sento
E però è tardi assai
e domani devo lavorare
con la sbronza addosso
e i fianchi feriti
dalla solitudine
che hai lasciato a riposare
sul nostro letto

IN ASSENZIO

Oh Charles, Charles,
manchi al mio assenzio
Così d’assenza
ti sei fatto
fra le foglie dell’autunno
e il mio libro di poesie
aperto e morto
sulle gambe aperte

NELLA MIA BOCCA

Prendo l’anima tua
dentro alla bocca mia
perché possa sentirne
il sapore di dolore
di sangue, di rame
che stuzzica la punta della lingua
per una morte non eterna
e nemmeno d’un secondo
restando in piedi
davanti agli occhi di dio
spaventato più d’un mortale
quale io sono e resterò

ARMÒNIA

Tutte le donne
che un dì amai
fuggirono presto via
lasciando di sé
scia di profumo,
credendo bastasse
a rendermi più duro,
nel pianto più impavido

Mai ti ho incontrata,
ma il cuore mio l’avevi,
l’avevi al tuo legato
ed eri Armònia;
cosi adesso mi chiedo io
dove ho sbagliato,
se nella poesia
che ho dato e non dato,
o sol perché
sono quel che sono
E se ci penso bene su,
comprendo l’idiozia
del mio scavare,
il vano tentativo
d’un uomo di scavare
nel cuore d’una donna
perché emergano segreti,
inconfessate passioni,
quasi si potesse
con le reti dal mare pescare
i millenari tesori
nel profondo più profondo
per sempre sepolti

Così adesso so,
soltanto so il poco
che già ieri sapevo:
se a un uomo togli
la donna che ama
tutto gli avrai tolto,
molto di più della vita
che sbilenca in piedi
gli sta negli stivali
bucati e polverosi

PER CIELI E PER MARI

i cieli alti
non li tocchi con un dito
ma a guardarli ti cavi gli occhi
i mari profondi
così salati, ne basta un sorso
per farti vomitar l’anima

e tu, tu mi dici che è facile
che oggi o domani t’incontri
e poi dirti così su due piedi
piuma al vento
o bottiglia alle correnti affidata
ma il tempo tutto porta
in altro tempo
rovesciando e sconvolgendo

non v’è certezza se non una
che a tacer mette dell’alma la poesia
la pazzia
forse perché vera tempesta
la sola per una vita intera desiderata
sospirata sognando immersi nella quiete
di secolari querce dalla primavera prese

VITE PARALLELE
(da “Fiore di Passione”)

E in petto l’ansia alla speranza sposata… stazione dopo stazione fuggiva via il cielo dal finestrino, e se Dio c’era appariva e scompariva nei volti in ombra di quanti nei campi a schiena nuda a dissodare la terra brulla; e pensavo che sì, ero già preso bene, che già ti volevo più bene che a me… e, di tanto in tanto, perdeva il cuore un battito, consapevole io di disegnare illusioni… ma così difficile stemperare il vizio di poetare sul prossimo futuro e più difficile ancora stornare la tentazione d’esser Profeta nonostante mai abbia tentato di passar io per quel che in realtà non sono; i sorrisi di chi mi stava accanto non alleviavano la pena: per quanto veloce il treno, più veloce il desiderio di abbracciarti… il nome tuo in bocca masticato, Mantra, preghiera pagana, invocazione… non m’era possibile non premere sul cuore l’acceleratore…: e loro lo sapevano, di sottecchi mi spiavano i passeggeri seppelliti nella compostezza della loro calma… quasi li odiavo, loro sì calmi e io invece così tanto agitato che l’acqua, dalla bottiglia nella strozza vuotata tutta d’un fiato, non faceva a tempo a portarmi minimo sollievo che già era sulla fronte mia in gocciole di pallido sudore; pensava io, “ti conosco da sempre e da sempre mi conosci, sulla Terra vomitati da chissà quale Dio, eccoci ora qui… dopo anni e anni le nostre anime si sono trovate”; pensava così credendoci forte, per poesia e per amore che sol premeva di scoppiare… e veloce, mai troppo veloce, sulle rotaie il treno schizzava per portarmi a incontrare finalmente il volto tuo amato… ; noi così poco illustri, eppur vite parallele fra le pagine di Plutarco.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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