Il cavallino a dondolo e questa gloria da coglioni

Il cavallino a dondolo e questa gloria da coglioni

ANTOLOGIA VOL. 52

Iannozzi Giuseppe

Paul Desmond

CONFUSO INFINITO LEOPARDIANO

sparare sulla croce rossa
sepolcri imbiancati e il milite, il milite ignoto
è stato vent’anni fa
che mi dicesti in un soffio di vita “dovrei smettere di vivere”
è stato facile farmi sordo e ridurre il mio coraggio tetraplegico

c’erano proprio tutti al funerale e la pioggia veniva giù grossa
cadeva la bara in due metri per due per raggiungere l’infinito
ero lì come il milite ignoto e d’attorno solo sepolcri imbiancati
è stato facile prendere tutti i sentimenti e farne zibaldone
sparare sulla croce rossa e nascondere la gobba in un’ombra

come?
come passi oggi i tuoi giorni felici? questo volevi
riposare e non vedere la luce del sole e della luna

se fu poesia l’ultimo passo decisivo, se fu un momento infinito
questa terra tutto inghiotte e la memoria si fa torbida e torpida

quello che voglio veramente è trovare
e dimenticare un posto lontano
quello che posso è metterci su una croce
e riesumare l’ombra
e tornare, tornare da me, sparare sulla croce rossa

c’erano proprio tutti al funerale
è stato facile darmi il colpo finale
ridurre il mio coraggio tetraplegico
vent’anni fa giocavamo a prenderci in giro
oggi è un po’ diverso, è una misura inferiore

in questo confuso infinito leopardiano
tutto quello che mi serve è
tornare, tornare da me, sparare sulla croce rossa
metterci su una croce, sparare all’ombra gobba

tornare, tornare da me, sparare sulla croce rossa
metterci su una croce, sparare all’ombra gobba
in questo ottuso infinito senza senso
che non ha coscienza di sé

IDENTITÀ

qual è la mia identità?
il cerchio si chiude
sono polvere di stelle – sono a passeggio, libero
sono forbice – sono gemini, sempre uguale il taglio
sono collage – sono a pezzi, sempre mischiato
sono grigio bianco e nero – sono vero, intero
sono blu – sono uno che stona, sangue nelle vene
indovina un po’ tu
te, quale la mia identità

solo il fuoco intorno a me
chi sa dire chi non è
non fa per me
solo l’acqua intorno a me
e ponti da tagliare strada facendo

una rivoluzione pazza
il sogno sul piatto della bilancia
e quello sulla catapulta
una storia così senza né capo né coda
il lupo perde il pelo ma non il vizio
indovina un po’ tu
te, se hai un’identità
o solo un tutù da mane a sera
quale, quale la tua età?

sono la piuma dell’arcangelo gabriele
ma anche la lingua di lucifero caduto
sono tutto quello che vuoi che sia
sono tutto quello che vuoi che sia vero
caduto dal cielo, riemerso dal cielo

non è difficile
si tratta solo di capire
che il mondo gira lo stesso
con o senza di me
perché dire un di più quando sai
che non ce n’è?
non è difficile
si tratta solo di intuire
che il mondo si fa da sé
e l’uomo pure o si fa fare
non è troppa differenza

solo il fuoco intorno a me
solo l’acqua intorno a me
e ponti da tagliare strada facendo
come un bambino tutto il destino
da scrivere intorno alla tua difesa abbattuta

KING LEAR

I sudditi miei – ah, me tapino! -,
li dovrei tutti fustigare,
e metter poi a pane e acqua
così che possano sentire
pure loro il morso feroce
che m’è dentro allo stomaco
Un morso sì forte
che non lo si può domare
con carezze o preghiere,
con magie di streghe e diavoli
Ché un Re, come me Pazzo,
soltanto ha sudditi che mettono
avanti a sé l’inchino
e in bocca il ghigno più feroce,
illudendosi di nasconderlo
al vuoto mio sguardo
Come se fossi da sempre orbo,
i miei sudditi così illusi sono!

Se sol sapessero
tutto quello che io ho visto,
al mio cospetto allora tremerebbero
e non oserebbero mostrar i denti
col favore delle ombre e dei ventagli
Se solo sapessero, i miei sudditi!
Se solo… Ma niente sanno
Solo da vicino conoscono
la solita oppiacea nebbia
che li porta di campo in campo
a inseguirsi senza mai toccare
alcunché

Se solo… allora sì che la fronte
gli cadrebbe a toccar il freddo
pavimento di pietra millenaria
E come me tacerebbero
E come me il morso allo stomaco
lo morderebbero cogli occhi loro

TRA L’ARNO E IL PO

Ricordo ogni giorno
anche se son stati due soltanto,
uguali a gabbiani prigionieri
dei riflessi su l’Arno

Di sassi le tasche piene
Difficile il cammino
e ogni giorno un’accusa
o solo una scusa
col sole in faccia
e l’angoscia a spremer la faccia
d’angoscia e altre sciocchezze
simili, quasi uguali a carezze
che nessuno vorrebbe su sé

Ricordo ogni giorno
E sì, oggi comprendo
che sbagliavo:
Florence, un giglio
e una strada strappata,
di ciottoli fra le mani
come grani d’un rosario
sparsi
– fastidiosi

Ricordo sì, ogni giorno
e un dormire di poche ore
su una branda vicino all’abbaino,
il tetto spiovente e la luna puttana
a contarmi le età sulla faccia
di salse lacrime piovute
per chissà quale futile distrazione

Ricordo un giorno
a camminare sotto il primo crepuscolo
con gl’occhi di cispe e la bocca di nicotina
Muti i pochi volti mi passavano accanto
mentre allungavo il passo e accorciavo
tiro dopo tiro la cicca fra le labbra

Troppi grilli in testa;
e però quando ce li hai dentro
a cantarti amore, non lo capisci
che stai perdendo la bussola
oltre alla dignità d’esser uomo,
o solo un più comune stronzo

Perché tutti, prima
o poi, sogniamo quel che sogniamo:
una disperazione
e una fine con occhi acerbi
– crudeli, uguali a noi pensati
innamorati
Tutti pensiamo
a quella morte che si dice
avrà occhi ciechi fra le pagine di Leucò

Ti svegli poi una mattina
scoprendo che l’urlo non c’è,
che finito è il tormento
così com’era iniziato
quasi per amore, quasi per scherzo
E scopri d’aver un sogghigno cinico
che ti rende attraente
a quel mondo sì tanto insofferente

Ti dici che è stato un tempo sì,
ma giusto appunto un frammento
E poi nulla più

E prendi una nuova strada
– che conosci da sempre –
con l’occhio buttato
su i riflessi che sul Po
sconfinano…
col fiato buono
lasciandoti indietro
sassi cenere e macerie,
cicche: le apparenze d’una gioia
che fu di due giorni appena

RIEMERGERÒ

non sprecare tempo, tutti hanno il loro
solo prendi il tuo e continua a passare avanti
ti hanno detto che la verginità è suicida
hanno fatto di tutto per farti credere di sotto
come un povero diavolo
hanno fatto l’appello caricandoti addosso l’arma bianca
gesù sulle acque, l’ultima cena e il sorriso di monnalisa
non ascoltare oltre il loro inferno, solo prendi il tuo
o la mia mano
se vuoi un tetto sotto cui riparare, un pugno allo stomaco

passano in fila a salutarti, passano tutti, tutti hanno il loro
stanno con le mani in mano o vanno per il saluto romano
ti vorrebbero in fila di sotto
come un condannato a vivere fumo
non rispondere al miracolo, al pane spezzato, al sorriso impossibile
hanno già preso ogni briciola avanzata e tutto il possibile
così solo prendi il tuo poco così poco e avanti, solo prendi il tuo
o la mia mano
se credi che l’amore faccia male, avanti!

chiedo solo il mio, chiedo di essere vivo, vivo!
sarò un woody allen, così giovane e già ebreo
perché portavo una pallottola nel taschino, all’altezza del cuore
e quando mi spararono una bibbia, la pallottola mi salvò la vita (*)
chiedo solo il mio, bianca biancheria intima e il sorriso di Dio

passato e presente s’incontrano in un punto unico
nel fumo d’una sigaretta, in un tramonto, nella prima luce dell’alba
l’immortalità vivere il momento al momento giusto e non dopo
così non camminerò sulle acque né berrò il loro sale

inciamperò, in una pozzanghera mi troverò sdraiato
ma non camminerò a piedi nudi nel suo breve spazio
solo a forza di braccia riemergerò
riemergerò, un pugno allo stomaco

non sprecare tempo, tutti hanno il loro
solo prendi il tuo e continua a passare avanti, avanti!
ti hanno detto bugie da maometto a cristo
ti hanno detto bugie dalla montagna al golgota
ma io ti guarderò negli occhi
ti insegnerò che non ho se e ma da insegnarti
se vuoi un tetto sotto cui riparare, un pugno allo stomaco
se vuoi una mano che non lavi l’altra, un pugno allo stomaco
ma sincero
se non vuoi più stare sotto

(*) Riadattamento d’una famosa battuta di Woody Allen

UN PO’ DI TE

dentro alla pelle mia questa tua crisi di realtà
e tu sorridi, e tu piangi, e tu dici che è l’età…
che vivrai un po’ di te in questo frammento
di poesia

TUTTO IL TUO AMORE

usciamo allo scoperto
ancora, ancora un altro momento
dammi tutto il tuo amore
in questa notte fredda e figa

lasciamoci andare, lasciamoci andare
facciamolo!

l’amore è comico, l’amore è uno
l’amore non aspetta che la notte passi
l’amore è duro

dammi amore, prendimi fra le tue braccia
sarò al tuo fianco in questa notte fredda e figa
ragazzina, per te sarò ali di un angelo o giù di lì

resta con me
nessuno può vivere in solitudine come un cane
resta con me
nessuno può vivere in solitudine come un cane

inviami tutto il tuo amore
e fammi sentire il tuo profumo

e crocifiggimi nell’intimo più intimo del tuo petto

è ancora notte, è ancora notte fonda
e solo ti chiedo di prendere ogni mio fiato sul tuo seno
perché nessuno può vivere in solitudine come un cane
perché nessuno può vivere in solitudine come un cane

DALL’OGGI AL DOMANI

il cavallino a dondolo, le onde del mare
e questa gloria da coglioni
sopravvissuto, solo sopravvissuto al terrore dannunziano
contraddizioni fanno ressa nei rissosi gorghi del passato
bisogna che non ci pensi, bisogna che impariate a guardarmi
con occhio diverso

cambiato ma non dall’oggi al domani
ogni meraviglia è nell’occhio che vedi, nella cataratta
che ho preso quand’ero ancora bambino, bella gioia!

la contraddizione e i puntini di sospensione non reggono
il discorso
è ancora una questione irrisolta fra me e me, bella gioia!

ogni meraviglia è nell’occhio che mi dirai domani
in fondo alla bottega dei giocattoli
ogni occhio è nell’occhio che mi oscurerai domani
sul fondo del mare trascurato

sì, sono cambiato, non sai però immaginare come
non dall’oggi al domani

ALBATROS

le parole non fanno le promesse né gli uomini
le parole fanno le parole vuote
solo affondano nel loro significato
solo mutano coi tempi ma rimanendo uguali
e che ne sai tu del sole che è in alto?
e che ne sai tu della luna che è in alto?

alzo le mani, celebro tutto questo
resto in volo, lontano da te, nel mio spazio vitale
che è almeno almeno una conquista pacifica

come un albatros spiego le grandi ali
seguo le navi e la loro scia di spuma, l’oceano
lascio ai poveri di spirito il lombrosiano

e che ne sai tu del sole che è al tramonto?
e che ne sai tu della luna che appare e scompare?

spiego le ali, celebro tutto questo
come un albatros conosco la libertà

PICCOLI UOMINI, PICCOLE DONNE

come una morte annunciata, come una vita
al gusto di profilattico, alla mia porta ti sei presentata
era una vita intera
che ti aspettavo

è da quel lontano giorno che gesù camminò sulle acque
che continui a ripetere che avrei perso la semplicità
ma non ho mai avuto paura degli sgambetti
fra apparenza e realtà

qui la tua natura morta
e il campo di concentramento
era una morte infinita
che ti aspettavo prendendo per buono
che ancora avresti dato tutto per scontato

adesso siedi come nulla fosse
incroci le gambe
e sacrifichi il tuo sorriso alla mia sigaretta
ma se è vero, se è vero che ho perso la semplicità
allora questo gioco di occhi che si scontrano non vale
il sapore di uno scarto, plagiato

adesso sto fermo al mio posto
e fumo nervoso
non ho molto da raccontare o da giustificare
ma se è vero, se è vero che apparenza e realtà
fanno lo stesso gioco
allora c’è il mio che non puoi proprio prendere per scontato
ho piedi piagati ma anche forza per tenere il mio passo
ho ancora il mio amore e la vastità percettiva di un bambino

se sono stato un bambino schiantato dal pianto
se lo sono stato veramente, sono cresciuto
solo per incontrare questo momento
perché è da una vita intera e da una morte infinita
che te lo volevo dire a chiare lettere
“piccoli uomini crescono”

come una morte annunciata, come una vita
al gusto di profilattico, hai preso la strada
che ti ha condotta lontana dalla mia porta
era una vita intera
che aspettavo, vederti fallire nella convinzione che
“piccole donne non crescono”

FARFALLE

tengo il mio, la strada
si sbaglia sempre
quasi mai abbastanza
come le foglie cadono
così le farfalle e il loro volo

il ritorno fa paura
come l’andata
e sempre la pioggia spinge
il mio riflesso nelle pozzanghere

dicesti “non finirà”
dicesti “è così la vita”
così adesso lo so
che ogni male viene per nuocere
per piovere

tengo il mio, la strada
tutti hanno un dolore
e una commedia da portare avanti
come le foglie cadono
così le farfalle e la vita in volo

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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2 risposte a Il cavallino a dondolo e questa gloria da coglioni

  1. Lady Nadia ha detto:

    Si sta come in primavera, nel cielo, le farfalle.
    Molto belle.

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Si sta come si sta. 😉 Quella che forse ti è piaciuta di più è “Farfalle”, forse la più ungarettiana. 😉 E credo di capire bene il perché. La scrissi però tanto tanto tanto tempo fa, non è nuova.

    Grazie, Nadia.

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