DI VENTO DI VERSO – Da oltre il nero a verso la luce – Sulla poesia di Dario Arkel – Dall’introduzione di Iannozzi Giuseppe – Edizioni Il Foglio

DI VENTO DI VERSO

Da oltre il nero a verso la luce
Sulla poesia di Dario Arkel

Iannozzi Giuseppe

Dario Arkel - Di vento di vesso - Edizioni Il Foglio

Ciò che maggiormente sorprende nella poesia di Dario Arkel è la freschezza, una sempre rinnovata scoperta della passione, come bene è evidenziato da questi versi: «I doni, quando sono sorprese./ Il tuo respiro su di me./ Le mie mani a cercarti. »  – (versi da Porterei nello zaino)

Da quando l’uomo ha scoperto la poesia, vale a dire la possibilità di tradurre in immagini di parole i propri sentimenti, nel corso dei secoli sono state scritte milioni di poesie d’amore, con risultati più o meno eccellenti. Come scriveva il Bardo dell’Avon, William Shakespeare: «All’unione di due anime costanti io mai porrò impedimenti./ Amore non è amore se muta quando scopre/ un mutamento o tende a svanire quando l’altro si allontana./ Oh no! Amore è un faro, sempre fisso che sovrasta/ la tempesta e non vacilla mai./ Amore non muta in poche ore o settimane,/ ma, impavido, resiste al giorno estremo del giudizio;/ se questo è errore e mi sarà provato,/ io non avrò mai scritto e nessuno ha mai amato.» L’amore non può dunque che essere un faro sempre fisso che sovrasta, e Arkel nella sua silloge poetica lo ribadisce più e più volte, ora con profonda lietezza, ora con una ottimale punta di sofferenza che rifiuta però, giustamente, la tragicità: «Se ancora non dormi, so che danzi col vento/ e il soffitto è vela tesa e vibrante/ come un orizzonte mai ultimo.» – (versi da Ancora non si dorme)

Ma, in realtà, cos’è la poesia? Tutti oggi scrivono poesia, o perlomeno si illudono di scrivere qualcosa che sia vagamente assimilabile a dei versi; l’arte di poetare non è dono per il quale ci si possa improvvisare e dirsi poeti. Platone, con molta assennatezza, evidenziava che «i poeti componevano le loro opere non facendo uso del cervello ma per una certa disposizione naturale, per una sorta di ispirazione, come gli indovini e i profeti», mentre per Santoni Lucilio, poeta e scrittore contemporaneo, «il poeta non mette le parole bene, una accanto all’altra. Non armonizza i suoni. Non allieta nessun orecchio. Il poeta, criticamente, guarda e ascolta. Concede la possibilità di meravigliarsi di fronte a qualcosa che non abbiamo sentito, o che non ci hanno permesso di sentire.» Nel corso dei secoli, il modo di fare poesia è cambiato ed è cambiato anche il modo di interpretare il lavoro del poeta. Fornire una definizione esaustiva sulla poesia, su che cosa essa realmente sia, è particolarmente difficile se non impossibile, perché la poesia è soprattutto un respiro dell’anima, un sentire che è diverso da poeta a poeta. Essendo che il sentire è variabile, mai uguale per tutti i poeti, si potrebbe giustamente pensare che poeta e poesia si rifiutino di farsi giudicare, di essere costretti in un ingabbiaménto critico, e forse è proprio così!

Dario ArkelIn “Di vento di verso”, Dario Arkel struttura il suo sentire e con passione carnale e con passione dell’anima: «Vorrei tenerti stretto, dici, portarti con me sulla pelle/ e vibrare con te a ogni istante,/ respirare insieme l’aria del mattino/ nei pensieri, nella corsa, nella fatica./ Vorrei i tuoi occhi a guidare i miei passi,/ le tue mani a sfiorare il mio volto,/ e le tue braccia per farmi/ una capanna solo mia.» – (versi da Il vento che stringe la tua mano) Ciò è ancor più evidente in questi versi: «accanto a me/ e sentirti tra le braccia,/ stringerti mentre scappi/ come un pesciolino matto. » (versi da Stringerti stretta)

Il Poeta si veste, si cala nei panni di un portatore sano di luce. E per l’Amata, talvolta, si annulla anche, cambiando il suo proprio ruolo, seguendo quella direttiva logica e illogica che Leonard Cohen mise bene in chiaro nella sua famosa I’m your man (1988): «And if you’ve got to sleep a moment on the road/ I will steer for you/ And if you want to work the street alone/ I’ll disappear for you/ If you want a father for your child/ Or only want to walk with me a while across the sand/ I’m your man.» Dario Arkel è disposto a tutto e lo dichiara subito, dall’inizio, imprimendo la sua anima direttamente nel titolo “Di vento di verso”, la cui interpretazione non lascia spazio a dubbi: “io divento di vento e divento diverso.”

In sostanza, leggere “Di vento di verso” è (un) andare incontro alla luce: il Poeta ben sa che la poesia si forma e si scrive solo quando profondamente ispirati dalla vita, quando il vivere quotidiano si traduce in estasi emotiva. Guardando alla tradizione classica ma soprattutto a quella più attuale ed essenziale, Dario Arkel sa, secondo l’insegnamento di Hillel il Vecchio, che «Se io non sono per me, chi è per me? E se io sono solo per me stesso, cosa sono? E se non ora, quando?» Il Poeta si interroga e le risposte, quando le trova, le scolpisce all’interno dei suoi versi: « […] posa l’orecchio là/ dove la corteccia nasconde il libro,/ ascolterai chi porta/ parola e bacio/ nel vapore del tuo specchio.»  – (versi da Toulouse)

“Di vento di verso” è un lavoro che illumina tanto lo spirito quanto la fisicità di essere qui e ora: « […] ripercorreremo il tragitto/ che precede il noi: il tu che noi siamo. » – (versi da Io la vedo così 2)

Ma in “Di vento di verso”, oltre alle poesie d’amore, in appendice possiamo leggere quattro racconti brevi, tutti con una loro propria morale di impronta pedagogica: La giostra di Anna, Sorriso d’autunno, Un bambino corre, Il paracadute. Guardando a filosofi quali Nicholas Georgescu-Roegen e Serge Latouche oltreché al grande pedagogo Janusz Korczak, Dario Arkel costruisce le sue storie. Da sottolineare che Korczak è stato ed è tuttora fondamentale per la scrittura di Arkel: «Dobbiamo offrire loro qualcosa di noi che non sia moneta falsa, ma una parte della nostra verità. Se non li rispettiamo per quello che sono, se siamo diffidenti e mal disposti, non potremo mai occuparcene in modo adeguato. “Per sapere come dobbiamo fare — ci avverte Korczak — dobbiamo rivolgerci a degli esperti, e gli esperti, in questo caso… sono i bambini”. La sua ricetta, quindi, non consiste nel sapere qualche cosa di più sul come coinvolgere o come trattare con i piccoli, consiste nell’essere con loro. E dimenticare il nostro inguaribile egoismo.»  – (da Ascoltare la luce. Vita e pedagogia di Janusz Korczak – Dario Arkel)

In occasione dell’uscita del romanzo “Il Clowndestino”, chiedevo a Dario Arkel della generosità e delle donne: «Non sono un sognatore, ho rispetto per quanto mi gira intorno. Non ho mai avvertito in me la pulsione di impadronirmi delle doti interiori di chi ho conosciuto. Ricerco la complicità e in essa trovo una parte della felicità. L’altra parte la trovo amando gli esseri umani nel contesto di condivisione naturale. Non amo invece l’artefatto, il falso, l’imitazione, e neppure il travestimento umano, la furbizia interessata. Preferisco, per fare una metafora, il cemento delle città all’artificio di un bosco di plastica. Nel mio cammino ho conosciuto persone che hanno rischiarato l’orizzonte della mia vita. Apprezzo chi non si lamenta, chi fa il suo in modo consapevole e responsabile, chi non è schiavo del tempo né del denaro né ricerca il potere. Il mio modello umano è Janusz Korczak, il medico-pedagogo ebreo-polacco che morì con i suoi orfani a Treblinka nel 1942. Quando aveva 7 anni cominciò una campagna per l’abolizione del denaro… Nel 2013 ho pubblicato un saggio intitolato “Il pianeta condiviso – per una pedagogia della condivisione” nel quale sostengo che l’umanità debba considerare il Pianeta come un fratello maggiore da rispettare. Che fa un Pianeta? Nutre esseri e al contempo orbita il suo enorme masso: entrambe le funzioni servono per le formiche che siamo, ma la seconda necessità va intesa anche come l’invito per l’uomo al vagabondaggio poetico-onirico. In me si può dire alberghino alcuni aspetti di Raffaele e altri dell’antagonista, Damian Dihlberg detto Dadi, fusi tra loro e sempre in conflitto. Il primo mi porta alla disperazione, il secondo mi porta un’esaltazione da contenere. È il conflitto tra l’esistenza e la bellezza degli atti della vita (il primo dei quali è respirare, il secondo respirare con gli Altri, co-spirare). Tra queste due strade si situa l’impegno, meno militante di un tempo ma più meditato, sulle possibilità del mio fare per offrire parole favorevoli e accoglienti all’umanità che mi circonda.»
E gli chiedevo anche quali autori, nel corso della sua lunga carriera, e come scrittore e come saggista e come poeta, lo avessero influenzato e per quali ragioni: «Molto ci sarebbe da dire su questo argomento, pur considerando che chiunque scriva trova un modo suo, anche involontario, di scrivere. Ne verrà fuori una risposta piuttosto affollata di volti, pensieri e biografie. Cercherò di essere molto sintetico, considerando, però, che io per primo so che “Il clowndestino” non ha parenti stretti né nobili né popolari. Intanto il mio rapporto con la lettura è via via mutato: ho letto molto in gioventù, soprattutto romanzi e poesie, mentre ora leggo maggiormente saggistica. Avevo l’idea di ritrovare sempre qualcosa di me, del me ragazzo, in quanto leggevo e questo mi affascinava. Da anni sono diventato come Beppe Fenoglio che aveva smesso di leggere quando e perché scriveva. Non si tratta di scarso interesse per gli autori contemporanei, ma della sensazione di non essermi espresso del tutto e sino in fondo, benché quantitativamente la mia produzione sia piuttosto cospicua: credo si tratti di difendere quanto ho ancora dentro di me, il timore di poter corrompere l’impegno di analizzare e sfrondare e quindi rendere parola scritta le mie sensazioni più forti. Amo molto gli autori classici, a cominciare da Montaigne, che inventò lo scrivere moderno e contemporaneo parlando di se stesso e delle sue riflessioni su qualsiasi argomento interessasse la sua vita. Camus mi ha portato la luce della sofferenza che porta al bello e giustifica il vivere. Kafka è stato il maggiore ispiratore e, per me, il punto di riferimento delle possibilità dello scrivere. Dostoevskij lo trovo insuperato nei monologhi, benché Thomas Bernhard abbia inaugurato un modo nuovo di costruire il dialogo interiore. Peter Handke voglio citarlo per l’atmosfera nuova, impalpabile e poetica di una narrazione universale. Bolaño, che conobbi giovanissimo, per la capacità di costruire trame ad intrico. Così come Ernesto Sabato, che con “Il rapporto sui ciechi” in “Sopra eroi e tombe” porta l’assurdo a livelli realistici. Un romanzo che mi ha portato più strettamente a trattare l’argomento dell’adolescenza è stato il notevolissimo “La città e i cani” di Mario Vargas Llosa autore che però in altri libri mi ha stuccato. Come puoi facilmente osservare la maggior parte di questi autori sfuggono al mio modo di scrivere, almeno in apparenza. Ai citati, non posso non aggiungere gli scrittori ebrei, e non solo, del Centro-Est europeo e israeliani. Fanno parte della mia tradizione Singer, i due fratelli, Agnon, Stefan Zweig, Joseph Roth, Gombrowicz, e tanti scrittori ungheresi (compresi Ferenc Molnár, Tibór Déry, Sándor Márai, ecc.) tra i quali la punta d’oro di László Krasznhorkai, autore degli immensi film di Béla Tarr. Infine, però, fammi aggiungere una cosa che forse ti stupirà ulteriormente: coloro a cui devo di più, scrivendo e pensando in italiano, sono quattro scrittori diversissimi tra loro per genere, provenienza, formazione, carattere e personale impegno: il mio mentore Paolo Volponi, Claudio Magris, Giorgio Bassani e lo scrittore-a-getto-continuo Giorgio Scerbanenco.»

Con “Il Clowndestino” e “Di vento di verso”, Dario Arkel non lascia dubbio alcuno che la ricerca del luminoso oltre il nero è qualcosa oramai alle sue spalle, perché qui adesso la ricerca è spostata verso la luce, verso la sua sorgente più intima e profonda.

“Di vento di verso” non è opera improvvisata, parrocchiale, è invece frutto di uno scavare in profondità nel proprio sentire per aprire una crepa in persone e cose affinché, per mezzo di essa, possa filtrare una lama di luce, di luce divina.

Di vento di versoDario ArkelEdizioni Il Foglio – Collana: Poesia – Anno edizione: 2017 – Pagine: 105 p., Brossura – EAN: 9788876067136 – Prezzo: 12 Euro

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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