Come scimmie viviamo, amiamo e moriamo

Come scimmie viviamo, amiamo e moriamo

ANTOLOGIA VOL. 46

Iannozzi Giuseppe

Il Pianto

Quel giorno pioveva forte
Tu non avevi gli occhi bagnati
Il cielo era grigio, un funerale
e la gente portava il passo avanti
sorridendo sempre inebetita
Tu mi raccontavi dell’ultima volta
che l’avevi fatto
Io ascoltavo, ti nascondevo
sotto l’ombrello
per toglierti dai denti affilati dei passanti
Improvvisamente ti facesti scura in volto,
la bocca si contorse in una smorfia
di morte e lussuria; e uscisti allo scoperto
oltre la portata del mio riparo

Ti vidi che affondavi
in una pozzanghera nera
che pareva un pozzo di pece:
le tue bianche piume divennero pesanti,
di piombo, piegate, massacrate,
arrese lungo la schiena;
i tuoi piedi, nudi, scomparirono per primi;
scomparirono poi le ginocchia,
e scomparì il seno…
Non smettevi tu di ridere a bocca aperta
mentre l’inferno t’ingoiava:
sguaiata, portavi imbarazzo e pena
Sembrava che solo io mi rendessi conto
di quanto ti stava accadendo
Non facesti niente per salvarti,
né invocasti il mio nome

Se oggi ripenso a quel giorno,
un pianto sordo mi squarcia il petto
Non serve però a sedare le fiamme
che l’inferno m’ha messo addosso
in larghe spire, forti come risate
di gola

Dannazione

Tutti noi si muore
Ma all’Irriconoscente
l’Inferno per sempre
vien negato; poi altro
in fede mia davvero
non c’è

Il suo volto

Guardategli la faccia
ora che sol più c’è
la banalità delle ossa
e d’un poco di pelle gialla;
guardate come avvoltoi
cani e topi s’affaticano
attorno alla salma
che, povera, non può dare
né un lamento né un segno;
e l’Anima non resiste,
persa altrove, forse lassù,
guarda infine quaggiù
e lo incontra spoglio
quel corpo che vestì
con amore, con odio talvolta,
ma sempre disperando
nel momento della malattia;
lo guarda lei fisso…
è come se le avessero
strappato un figlio
– e forse è proprio così
E poco importa davvero
se adesso sia lei tra i Beati
o tra i Condannati: grave
le è il supplizio di sapere,
d’aver gittato l’occhio
in basso,
d’aver capito lo strazio

Quel teschio, quel teschio
non ha più che una utilità:
spavento per chi davanti
se l’è all’improvviso trovato
E severa, a rotta di collo,
la Morte al Disgraziato gli appare
e in faccia gli ghigna il destino;
ma per ora – poi domani chissà –,
topi e altre più infami creature
non hanno che le ossa di quell’uno,
e quel poco di carne contenuta
fra le orbite e lo scavo del naso

Il giorno dopo

Ho, ho qualcosa per te.
No, non è niente di che.

Il giorno dopo è sempre così:
si pensa debba essere fantastico.
E invece è un lento seppellirsi
nei ricordi. Il becchino. Che suona
alla porta. Che con fare drastico
annuncia: “Pompe Funebri
per pochi clienti, poca fortuna!”

Per una farfalla

Mi lasciò al mattino d’un giorno qualunque
Giù in paese sorridevano, già sapevano
Il parroco m’invitò a confessarmi, il barista
invece, più accorto, mi offrì un bicchiere forte
Sbronzo ma non allegro passai di fronte
alla bottega della sartina che mi segnò col dito:
“Ti disperi? Quella è stata con chiunque
tranne che con te… tranne che con te…”
Aveva ragione, ma la rabbia in me montava,
il veleno nelle viscere s’accumulava minuto
dopo minuto; fu così che presi la decisione
di darle una lezione come si conviene…
Ma prima che potessi trascinarla per i capelli
in piazza, una farfalla mi volò davanti agli occhi::
bastò perché il piede mettessi in fallo
su una merda fresca di cane, sbattendo forte
il capo sul nero catrame, colorandolo per sempre
con l’inutilità del rosso mio sangue

Zanzara

Ognuno oggi lo sa
che la zanzara
per quanto piccola
e fastidiosa,
insignificante quasi
all’occhio
di chi la intravede
e nell’ignoranza sta,
seco porta malattia
antica: malaria

Quanti son periti
ingoiando la lingua,
cercando indarno
una boccata d’aria
pria di spegnersi
alla vita; quanti,
il tempo non li conta,
solamente li sotterra
senza una preghiera,
in quattro e quattr’otto,
felice di non doversi
adoperare
per uno sputo d’epitaffio

Non fu abbastanza uno

Non fu abbastanza un amante,
il suo cuore e tutta la sua povertà
Ne volesti a te accanto altri cento,
uno diverso per ogni santa notte
Ti donasti loro con pena e voluttà
Ma all’alba ognuno fuori dal letto,
di nuovo raminghi per chiese e città
in cerca d’un’altra suora di carità

Meglio una puttana oggi

Meglio una puttana oggi
che una vergine domani
La castità ha buchi
anche per parlare e cagare,
non rabbuiarti dunque
se ti consiglio il male minore

Nella pazzia del 72

Tu pazza di gelosia,
non credo!
Ragazza, vieni vicino
Più vicino, per Dio!
Ecco, così quasi ci siamo
Sei pazza, sì, ma non di me
Le tue amiche mi ronzano intorno,
la gente fa la fila per una critica
che sia bene in chiaro
uguale a un autografo;
e io continuo a pensare
che B.B. King è Dio
con Lucille in mano

Fiorisce la primavera
e sfioriscono i miei legami;
eppure un tempo
li avevo legati e straziati
Non potevo farne davvero a meno
Mi accarezzo ora le tempie grigie
e non provo niente,
non un avviso di dolore,
né una lacrima
che mi scavi il volto
In verità devo dire
che l’età delle gioie
è sol più per quei giovani
che muoiono intorno ai ventisette;
e io ho smesso d’esser bello
nella pazzia del Settantadue
E sulla coscienza
non un rimpianto
Rimorsi, qualcuno

Avrei voglia d’un cane da prendere a calci;
al limite anche un figlio mi starebbe bene
La mia amica ride forte,
ogni giorno più fatta
Racconta la vita che l’ha sbattuta,
dice che è appena all’inizio,
e che questo porco mondo
non avrà la sua passerina;
me la fa accarezzare,
senza sbottonarsi però
Poi scoppia a piangere a dirotto
E a me mi tocca di prendere il largo
prima che la situazione troppo dura

Ragazza, lo senti il mio alito
che puzza d’aglio,
di primavere sepolte
in “un domani sarò un uomo migliore”?
Ecco, di me è sopravvissuto
il poco che senti
Non dire quindi
che di me sei pazza,
che la gelosia ti divora i battiti del cuore
Non dire bugie
per lavar via l’argento
dalle mie tempie stanche
Domani sarò uguale a oggi,
solo con un giorno in più
Tutto questo lo sai bene,
non mi adulare

Adesso lasciami qui,
sotto il pergolato
Ho buona musica
e qualche libro frivolo
Il tempo passerà,
passerà e toccherà la fine
prima o poi
Ho ancora tanto da fare,
così tanto
Lasciami qui
Sei pazza, sì, ma non di me

Piccola luce

In ogni vita
una piccola luce
Sì splendente, io spero
non perderai mai la tenerezza
che t’ha fatta fiorir donna,
forte più di quanto
oggi tu abbia coraggio d’ammettere
sorpresa…
soppressa dagl’ingorghi dell’inciviltà

Ogni cosa muore,
non la Bellezza
che l’alma coltiva
di nascosto da quei dubbi
che t’invitano
a negarle l’Eternità

Bella Scimmietta

Dolcezza, è tanto tempo
che non ti trovo più
nel sapore del caffè
Col favore delle tenebre
vengo fuori e piango
Con chi ti sei inculata?

Devo rassegnarmi
all’idea che t’ho persa
senza sapere perché?
La Bella Scimmietta
tanto tanto amata
m’ha abbandonato

Lasciatemi a me
Voglio restare nudo e solo:
senza i suoi affilati dispetti
sul mio pene d’argento
non val la vita… non vale
la bellezza che tu fantasma
dell’Ieri mi dici che eppur c’è

Ti dico bene in chiaro
che senza le sue mani
sulle mie natiche non c’è
il mondo che un tempo
anch’io amai
sul filo del rasoio

Bella ragazza, bella giovinezza

Con l’alito che puzza
e la testa alla pazzia,
a te, bella ragazza
che vivi piena
la tua ingorda giovinezza,
io vengo per un sorso di gioia
Non mi cacciare indietro
anche se ho il naso lungo:
ho camminato a lungo per strade
di solitudini con accanto soltanto
l’ombra lunga della fame,
inseguendo spettri d’impossibile felicità
sotto la luna uggiolante, pallida
come il sangue nelle vene
ad avvelenarmi l’anima ribelle

Bella ragazza, bella giovinezza,
non scacciare questo bugiardo
più morto che vivo alla tua porta
Dammi riparo fra le tue braccia
e uccidimi piano piano
nel sonno se non ti piaccio,
non lasciarmi però all’addiaccio
vittima dei sogni mai avveratesi

Bella ragazza, un sorso appena chiedo,
uno appena del liquore che tieni nascosto,
dopo il mio destino non avrà più importanza
né in un senso né nell’altro
perché sarò per sempre fra le tue braccia

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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2 risposte a Come scimmie viviamo, amiamo e moriamo

  1. Lady Nadia ha detto:

    Queste sono arrabbiate. Belle.

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Queste sono diverse, un po’ ironiche e un po’ arrabbiate. Forse c’è un pizzico dello spirito di Allen Ginsberg. Sono molto vecchie le poesie qui presentate. Grazie, Nadia.

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