Vi spiego il significato dell’amore

Vi spiego il significato dell’amore

ANTOLOGIA VOL. 45

Iannozzi Giuseppe

Siren - Edward Armitage

HAI PERSO IL SENNO

Hai perso il senno
Sulla Luna credevi
di poterlo raccogliere
insieme a quello
d’un uomo
ch’era piuttosto famoso
in un dì ormai lontano
– da tutti dimenticato;
e invece solo
hai scoperto
che pazzia chiama
pazzia, piena pazzia
che i mari fa incollerire
e gli amori morire
nel mezzo di procelle
senza nome né anima

Povera Fanciulla
E’ verme strisciante
quel luccichio negli occhi
che ogni mattina
allo specchio ritrovi
insieme alla tua imago
sì virginale

Povera, povera Anima
che le notti tutte vivi
a lume di candela
plorando per la Croce
– danzante stella –
fra gli acerbi seni
non ancora sfiorati
da mani innamorate

FOGLIO BIANCO

E adesso che farai,
non lo sai
Gli anni sono inganni
che passano veloci
lasciando di sé brevi tracce,
granelli di sabbia,
tranelli per le pupille
che guardano ai ricordi
proprio come se
ti fossero davanti

Così la spada
ai tuoi piedi qui depongo,
e la penna in mano prendo
consumando nero inchiostro
dal calamaio,
e le memorie mie
di getto
sul bianco foglio
– figlio mio! –
vergo

OMBRE DAL POZZO NERO

Non insegnarmi la bellezza,
ho già fatto posto alla stanchezza
Non potevi proprio sopportare lo specchio,
quel mio modo particolare di tenerti d’occhio

Le tue calze di seta riposano sulla sedia,
la tua fotografia è insieme ai miei appunti
con la cartastraccia e la lingua di tua madre
In tasca, come al solito, il solito coma
che resiste alle aspirine, al disastro
– che ci ha condotti all’amore
Ma giù al Pozzo Nero hanno deciso
per nuovi schiavi bianchi e neri
da seppellire nelle miniere di carbone

Mi chiedo se è questo che volevamo,
se è questo che meritavamo per i baci in sospeso
Mi chiedo se è questo che meritavamo,
per la profondità che le lingue hanno toccato
nel cavo delle nostre bocche avide, avide
di saliva di aliti di frane al tartaro
Non è questo che ci aspettavamo
noi nudi vermi di carne, riflessi striscianti
sulla superficie dello specchio in camera

C’è la luna alta stasera
C’è il lupo che tira ululati tuonanti
in un cielo troppo blu per esser vero
C’è la luna alta, più alta delle ombre cinesi
a raccontar il pettegolezzo su di noi
laggiù in fondo al Pozzo Nero

Con tutti i nostri difetti, l’amore
Con tutti i nostri dispetti, l’amore
Con tutto il corpo il corpo dell’amore
Con tutta l’anima il cadavere dell’amore
C’è la luna alta stasera
C’è una luna che fa paura ai lemuri
e alle poche fate sopravvissute agl’incubi di dio

Non insegnarmi la bellezza
Non sono in ginocchio,
ho solo le gambe piegate
e le spalle piagate da mille colpi di frusta
Non caricarmi d’altra stanchezza,
ho cuore duro, una pietra bagnata
dal sangue mio e da quello dei morti
che ricordo così simili al male
che da sempre covo dentro all’anima

Non potevi proprio sopportare lo specchio,
quel mio modo particolare di tenerti d’occhio

Sono ombre che dal pozzo nero…
Sono tombe che vengono alla luce
Solo ombre, ombre che dal pozzo nero
risalgono fino a noi, fino a noi…

NON SBAGLIO

Con la mascella slogata
Con il diavolo impresso sulla guancia
Con gli occhi un po’ strabici
Con il naso rotto ma storto di suo
Con il sorriso spezzato
Con i capelli scompigliati
uguali a quelli d’un delinquente qualunque,
osservo il nostro amore prender fuoco
in un rogo che prima era un pagliaio

Non sbaglio
Hai gli occhi belli e dolenti
Non sbaglio, sei il solito diavolo
che m’innamora in una tempesta di guai

Sei la solita romantica
che mi tira per i capelli
Sei la sola che mi spacca in due
per poi lasciarmi vivere
senza una donna accanto

Sei l’unica capace
d’uno schiaffo
e d’un addio senza fine
E poi eccoti di nuovo qui
a me davanti con le mani sui fianchi
e gli occhi puntati addosso a me
uguali a due freddi coltelli
E poi eccoti di nuovo qui
che mi fai segno con l’indice
senza aprire bocca mai
per quel pagliaio che brucia ancora

Non sbaglio
Ho il diavolo impresso sulla guancia
E il tuo indice ne infiamma il segno
E la tua mano lo sfiora giorno dopo giorno

Non sbaglio
Hai gli occhi belli e ardenti
Non sbaglio, sei il solito diavolo
che m’innamora in una tempesta di gioie

Non sbaglio, sei la solita,
la sola che mi spacca in due
per lasciarmi attendere il tuo ritorno
giorno dopo giorno, giorno dopo giorno

Sei la sola che sempre si fa cercare
come un ago in un pagliaio
giorno dopo giorno, giorno dopo giorno

NON FACCIO PIÙ ALL’AMORE

Non faccio più all’amore
Non traccio più la linea di confine
fra la l’anima e il sesso
sul tuo corpo nudo e abbandonato
su bianche lenzuola saporose di sudore
Adesso mi disegno un’amaca
per cullarmi in una bella pennichella

Mi gratto la testa da solo, quasi un santo
E prendo il sole con discrezione,
ma soltanto quando è ormai il vespro
e le campane muoiono in eco di bronzo

Non prendo e non dono più dolore
Sol mi gratto la pancia per la mia gioia

LA TUA VELA E LA MIA POESIA

Ti devo far vivere la poesia
perché l’amore sia
più d’una frase da antologia

Così depongo la penna
ben dentro al calamaio;
gli occhi sul vergine foglio
puntati
a navigare fra il bianco
cercando un appiglio,
una parola
che in un sospiro
ancora non nato
possa eternarsi
in un che di vero

Dolente la fronte
pel troppo ponzare,
ecco che il sole declina
e malvagie ombre getta
sul bianco
che par preso
da dantesca maledizione:
più la vista
non mi porta aita
e la mano sempre ferma
ora trema
di paura, con ebrietà
uguale a quella
che i marinai provano
quando la bonaccia li minaccia
e all’orizzonte non il segno
d’una terra
o d’un’altra sventura
di remi, di uomini per mare

E notte è venuta
Rimango però
con la testa vuota,
di silenzio piena,
pronto ad affrontare
il destino
che nel buio s’annida

GUARDAMI, GUARDAMI ANCORA

Guardami,
guardami ancora
I miei sbagli sono
e sono tanti, tanti;
li puoi vedere,
a uno a uno li puoi contare
guardandomi oggi
negli occhi stanchi,
sporgendoti sul mio ieri,
su quei gigli bianchi
che dai prati strappai
con la stupida arroganza
d’una giovinezza
che è finita, marcita
… da un pezzo oramai

QUASI DOMENICA

Forse non ti hanno avvertita,
la settimana è ormai finita
Oggi niente pesce, le chiese
si preparano a tingersi di viola
E le ragazze mettono nastri
fra i capelli lunghi e splendenti
Le nonne piangono sulle panchine
abbandonate al sole e ai piccioni
Ma è la settimana che è finita
(e non la vita)

Il vino nella bottiglia tutto scolato
Ne è rimasto appena un goccio
e si sta preparando un gran temporale

Le donzelle vogliono però altri nastri,
più lunghi e belli, per legare i capelli

MADRE E AMANTE

Madre e Amante, sollevati
Dalle tue ceneri risorgi
Torna a essere la bellezza che eri
Torna, vieni a me
che sono il tuo uomo
Dammi ciò di cui ho bisogno,
sesso
L’amore, semmai dopo,
adesso sesso
Risorgi,
il sudario della morte abbandona
Torna a suggere della vita il miele
Tesoro, non farti pregare
Ho bisogno d’averti accanto
Ho bisogno di metterti sotto

Ho bisogno di sesso
Mi manca la tua rossa bocca
Delle tue gambe
che stringono la vita mia
ho bisogno
Di te adesso
A lungo non farti pregare
Di metterti al di sopra di tutto
ma sotto di me,
di questo ho bisogno

Al di sopra di tutto ma sotto di me
Troppo lunga è la notte che s’avanza
Non posso passarla da solo
Ho bisogno che tu sia l’amante,
la madre di tutte le mie fantasie

NON SERVIRÀ PREGARE

La canzone dell’estate
Tutte quelle note morte
ai piedi degli alberi silenti

Guarda! La luna è alta,
il dottore assicura che non ci sarà
un’altra stagione così bella
Lo dice tanto per dire,
perché è uno che tira a campare
Conosco la verità
Le foglie spazzate via,
i monaci pregano
Le doglie delle madri
– non hai idea di quanti feti
abortiti

Giù a Wall Street
se la vedono brutta,
hanno il sangue alla testa,
e nessuno gli presta attenzione
Cristo sta rovesciato nel vino,
il pane costa caro e le brioches
son tutte per la colazione del Presidente

Credi a me quando ti dico
che questa è una brutta stagione
Il cowboy è caduto nella polvere
Il toro ha fatto fuori il picador,
mentre la folla era distratta
a guardare un Dio in cielo
impegnato a toccarsi di sotto

Tutte quelle note morte
Tutti quegl’idioti
a gridare dentro ai gospel
che lui è eterno e risorgerà
Tutto questo sangue
che ingrossa il fiume,
e non c’è più un solo nemico
da aspettare cadavere
E le rose impallidiscono
sotto questa luna stuprata
da centomila pecore bianche
Che fine ha fatto la pecora nera?
Il dottore dice che una stagione così…
che non è mai stato meglio
da quando il forcipe l’ha strappato
dal ventre della madre
Il dottore è uno dei tanti

Le vedove nere,
la cenere, il sapone di Marsiglia
Le Erinni, Farinelli e Satchmo
E’ tutto perso, tutto andato
La prima pietra
è in mano a milioni d’assassini

Non c’è più nessuno
che bussi alla porta
Però il fiume continua a ingravidarsi
I vecchi ridono abortendo la voce
I giovani cadono in ginocchio
rovesciando gli occhi al cielo
mentre Dio si gratta
Non c’è più nessuno
ma questo fiume,
questo fiume diventa rosso
ogni giorno un po’ di più

Il dottore dice di mantenere la calma
Il dottore è un figlio di puttana,
ha ficcato il coltello
nel ventre della madre
per paura d’affrontare Edipo
Le brioches sono tutte sul piatto del Presidente
I giornali escono su un foglio solo
Le foglie, le foglie ch’eran tante,
spazzate via
da un colpo di vento sparato in aria
Le foglie ch’eran verdi,
tutti i germogli caduti

Il dottore è blu, mezzo soffocato,
come il cielo di ieri
Non ricordo com’era vivere in pace
Gesù Cristo ha il sangue alla testa
e guarda tutti dall’alto in basso
con l’occhio di Charlie Manson
Il dottore prega convinto
che questa stagione,
che questa stagione è proprio la più bella

La canzone dell’estate
io non la ricordo più come faceva
Tutte quelle note morte
ai piedi degli alberi silenti
Il fiume continua a scorrere ai miei piedi,
ma non c’è nessuno da aspettare
E allora perché, perché le foglie
continuano a staccarsi
da questi rami scheletrici;
perché tutti questi vecchi
non la smettono di scavare
in ginocchio come in preghiera?

Come in preghiera!

PIÙ PEGGIO

Più peggio d’ogni riconosciuta deficienza
c’è solo la debolezza d’esser al mondo
per metter sul piatto la lingua
in cortili d’orfanotrofi, brefotrofi e manicomi,
in ginocchio in oratori, sedi di partito e vespasiani
Come allo Stadio, come allo Stadio che si urla
Che ci si ammazza in nome di Dio e di Stalin

BRUCIANO LE STELLE

Come bruciano le stelle
voi umani non lo potete sapere
Eppure vi beate
quando esse v’illuminano
anche solo per un istante

RIMANE FRA I DENTI

Qualcosa poi rimane fra i denti
Un bruscolo si dà da fare
nelle vuote orbite a fissare lo spazio
Essere o non essere?
Si torna poi a giocare a palla
e ruzzola la testa da un angolo
a un altro, più ridicola che oscena

CERCANDO DI CAPIRE

E’ l’alba o il tramonto?
Quando smonto
da questo giorno
mi sento dolorante,
le ossa peste
e il volto nelle occhiaie
Non rimane granché di me:
la polvere sulla tuta da lavoro,
una fede al dito
a ricordarmi chi più non c’è,
e l’orizzonte in cui affondare
cercando di capire
Ma non si può capire

TI PERDO E DI RABBIA T’AMO
(prima versione)

Ti perdo e mi scordo d’essere qui nudo
brutto e divino, coglione in amore
Tu non torni, non chiedi perdono
E la luna e il sole girano nell’assurdo
vuoto del tuo sorriso, di quel tuo viso
che sol più ricordo di lacrime bagnato

Ogni giorno ti perdo fino al rimpianto
E ogni giorno spegne la luce del giorno
E ritrovo per terra le mie orme scalze,
e nello specchio occhi pieni di sonno
E voglia di gridare “puttana”, e t’amo
e non c’è altro che questo sogno
che è appena di ieri, il dolore e l’amore
Ti perdo… mi scordo di vivere, t’amo

T’amo e ti perdo, non sai nemmeno quanto
Ti perdo e t’amo, come un uomo piango
Ti perdo e t’amo, t’amo e rimpiango, ti perdo…
piantando su un casino, urlando il tuo nome
Ti perdo, ti perdo… nei pugni stretti a sangue
soltanto vento cenere e rabbia, perché ti perdo
a ogni momento un po’ di più ricordando
la tua carezza, lo schiaffo sul mio viso
di cera bianco

Quanto t’amo, quanto ti perdo, era solo ieri
Ti perdo e inciampo, un completo disastro
Ma tu non torni, non chiedi perdono
E la luna e il sole girano nell’assurdo…

Quanto t’amo! E ogni giorno ti perdo e t’amo
E mi scordo di vivere: è che t’amo, è che t’amo
anche se è sol più un sogno di sudore al mattino

Ti perdo e mi scordo d’essere qui nudo
Tu non torni, resto nudo, ti chiedo perdono
Tu non torni, tu no, tu no, non torni al dolore

TI PERDO E DI RABBIA T’AMO
(seconda versione)

Ti perdo e mi scordo d’essere qui nudo,
brutto e divino, un coglione in amore
Ti perdo, tiro giù i santi e sputo veleni
Ma tu non torni, né chiedi perdono a dio
Tu hai sempre avuta una e una parola sola
E la luna e il sole girano nell’assurdo vuoto
del tuo sorriso d’angelo sbiadito
E io ti ricordo ancor bagnata di lacrime
che respingevi il mio abbraccio… il bacio

Ti perdo ogni dì fino a tagliarmi le vene
E ogni giorno piange luce che non è luce
da un cielo di sole nuvole, da un cielo cieco cieco
Così ritrovo per terra le mie orme scalze,
nello specchio occhi pieni di sorte e morte
E in corpo tanta, tanta voglia di gridare
E nell’anima tanta voglia di dirti “puttana”,
ma t’amo e non c’è altro che questo sogno
che è appena di ieri – il dolore e l’amore
Ti perdo… mi scordo di vivere, e sì, t’amo

T’amo e ti perdo, non sai nemmeno quanto
Ti perdo e t’amo, come un uomo piango
Ti perdo e t’amo, t’amo e rimpiango, ti perdo…
piantando casino, urlando e santificando il tuo nome
Ti perdo, ti perdo… e nei pugni stretti a sangue
soltanto vento cenere e rabbia, perché ti perdo
a ogni momento un po’ di più ricordando
la tua carezza e lo schiaffo sul mio viso di cera,
bianco

Quanto t’amo, quanto ti perdo, era solo ieri
Ti perdo e inciampo, un completo disastro
E tu non torni, né chiedi perdono a me o a dio
E la luna e il sole girano nell’assurdo, e io nudo

Quanto t’amo! E ti perdo e t’amo ogni giorno
Mi scordo però di vivere: è che t’amo, è che t’amo
anche se è sol più un sogno di sudore al mattino

Ti perdo e mi scordo d’essere qui all’inferno
E tu non torni, resto nudo, ti chiedo perdono
Tu non torni, tu no, tu no, non torni al dolore…

AMARE, IL SUO SIGNIFICATO

Si ama soltanto tutto quello che può essere rovinato in un tempo minimo per consegnarlo a un minimo storico.
Si ama soltanto tutto quello che non è a portata di mano: ci muove la smania di distruggere ogni cosa che è da noi lontana.
Si ama soltanto se il tornaconto è conio d’odio.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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2 risposte a Vi spiego il significato dell’amore

  1. Lady Nadia ha detto:

    Belle. Dovrei stamparle per meglio trovare le differenze tra la prima e la seconda versione. Questa antologia è polvere di stelle spente. Mi piace molto.

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Questo post antologico è decisamente lungo, tante poesie ma non potevo fare altrimenti per raccogliere tutta la polvere di stelle spente, secondo questa tua definizione che mi piace molto.

    “Ti perdo e di rabbia t’amo” l’ho presentata qui, per la prima volta, nelle sue due stesure. La seconda stesura è molto più complessa, più arrabbiata e disperata. O no?

    Grazie, Nadia.

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