Parlami d’amore o aiutami a dimenticare

Parlami d’amore o aiutami a dimenticare

ANTOLOGIA VOL. 44

Iannozzi Giuseppe

Nerone e la morte di Agrippina

CILIEGI IN FIORE

Le mani sporche
di sangue
carezzano la cicatrice
cucita-aperta,
sollevano la morte
dal petto.

Uguale a una geisha
il bianco seme muore
scivolando
sulla pelle,
lungo le gambe
bianche come neve,
come neve
immersa
nel lunare lucore.

I ciliegi in fiore,
e Buddha ingrassa.
Kamala, Govinda, i Samana,
tutti servono al Nirvana;
ma la saggezza non è
un’onda
che possa esser trasmessa
nel corpo traslucido
della reincarnazione.

Parlami d’amore
o aiutami a dimenticare
le passioni, le mani sporche
e il bianco seme.

Parlami d’amore
o aiutami a dimenticare,
perché solo si sta
come fiori sui rami
della vita.

AMOR MIO BELLO

Che te ne farai di Te,
Amor mio bello,
ora che di Te solo
un ritornello, quello
solito abusato scassinato?

Che te ne farai di Te,
Amor mio bello,
ora che di Te solo
la bellezza
che non ricordo?
ora che di Te solo
un verme sotterraneo?

Non lo so io.
Ma sono qui,
sono ancora bello,
sono ancora tormento
e canto, e canto
– libero prigioniero –
come un fringuello.

Non lo so io.
Ma sono qui,
ancora mi faccio abbindolare,
ancora prendo il volo,
ancora rischio un tenero
inesorabile cadere
e canto, e canto
– libero prigioniero –
fra l’incudine e il martello.

I.

Fu disperato coraggio
cadere
fra le barbe del grano
ancor poco maturo,
troppo poco biondo.

Era all’inizio la vita,
ma tu già la finivi
senza né un canto
né una malinconia
che t’indicasse la via
del paradiso o anche solo
la ragione non ragionevole
dell’esistere tuo schiantato
nei polmoni di niente gonfi.

Fu tenero inutile
cadere
quando la barba
ancor non metteva
radici o ombre
sul giovane tuo
esangue viso.

E’ qui del cielo il pianto,
grigio Maggio d’una madre
che sol più culla
il grembo che t’ospitò

II.

Più non dici
di Nerone,
delle liste di proscrizione:
che amici,
che nemici siamo stati!
Tartarughe rovesciate,
nell’instabile
non improbabile stato
di perifrasi spezzate
sotto una scala a pioli
e punti esclamativi

Più non dici,
più non dici quel che dici
Ma assorda
il non vuoto silenzio
l’orecchio d’un sordo,
che al rallentatore ridendo
ardito si guarda d’attorno,
buffo uguale a un senzatetto
che lo sguardo lo punta dritto
per chissà quale affondo;
e proprio sul più bello poi,
sul ponte di suo già vecchio,
l’occhiolino scatta e fa cilecca

Abbiam parlato,
sai tu di cosa
E abbiam dimenticato
che non inghiotte la diaria
il diario delle confessioni
per benino imburrate,
nel latte cagliato scagliate
per un viaggio di andata
e una scoreggia di coraggio
del visto cieca

Ma che ci resta
dei pesci non pescati,
dei pani non spezzati,
d’un mai a noi ritorno?
La foto d’una festa,
un tamponamento non voluto
eppur accaduto

III.

Raro privilegio
esser odiati con sincerità
Raro sì, molto, oggi
Oggi tutti si è malati
di bontà pietà carità
D’una bocca di pirite

L’AMATA SEPOLTA

Rabbioso
il cocchiere
frustava la corsa:
“Più veloce, per Dio!”

I neri cavalli lanciati
sudavano
sette umani peccati,
ferendo il sudario
della profonda notte.

Il galantuomo
plorava infinito sudore:
“Dio, abbi pietà di Lei!”

Morti i cavalli
caddero a terra
senza un lamento.

Il gentiluomo
infine ci fu:
e baciando
l’avello dell’Amata,
inginocchiato
rimase statua di sale.

Il cocchiere
impassibile,
nel notturno buio
seppellendosi,
la fossa scavava
per i neri cavalli.

Cyrano

PER NIENTE MA T’IMPLORO

Con quelle tue parole
che da tanto sospettavo
pronunciassi in sentenza,
il fiato in due hai tagliato
quand’era ancora
dentro al petto mio,
non buono non cattivo

Con poche parole
quale male
adesso ho da sopportare!
E non c’è rimedio
né carezza di pietà che mi tolga
dall’occhio
la lacrima sul tuo viso scesa

Silente ora resisti
Non un singulto,
silente ma tremante resti;
e pazzo per te divento,
a ogni secondo più impotente

T’imploro,
ai tuoi piedi cado
nudo
dannato
uguale a angelo caduto;
e sol ottengo muto astio

Con quelle due parole
Con quelle tue parole
d’addio
alfine sì, comprendo
che non varrà il pianto
né il desiderio
a ridarti il sorriso
Così col fiato sospeso
rimango
attendendo l’ultimo secondo

Con quelle due parole
Con quelle tue parole

Con quelle due parole

ATLANTE INDIFFERENTE

Molti, in silenzio, spensero
i loro giorni, quelli solari e negri,
tutti, perché troppa fu l’incoscienza,
l’indifferenza di “chi” solo calpestava
la Vita. Si era in cerca d’un’attenzione
minima, o anche solo terminale. Ma
non ci fu, mai. E nel mai la Vergogna
di chi oggi rimane Atlante indifferente
a sostenere il peso del suo proprio egoismo.
Ecco la mia Vergogna, la compagnia
che m’accompagna senza redenzione.

INVERNO

sì, qualcuno credeva in te
com’è che ti sei venduto?

in un girotondo di convenienze
ora vendi il giorno e la notte
e a tutti vai dicendo
che è stato facile inciampare
alzare lo sguardo e andare avanti

ma l’inverno ti gela il culo
come ti sei venduto

A MIO MODO

A mio modo
ci ho provato
a essere libero
A mio modo
ci ho provato
a cantare
A mio modo, sempre
a mio modo
E se mi sono perso
non datemi colpa
perché ho solo seguito
la mia vita prima
che potesse dirsi finita

J. J. J.

Come un mocassino
ogni assassino:
quale la tua parte
questa notte
prima che il sipario
si alzi ancora una volta
e sia la luce… quale?
Quale vita
in punta di piedi?
a portata di mano?

Come una confessione
ogni attore:
domani
tutti avremo il nostro spazio,
due metri per due, e una croce
o un bel niente
che ci possa al mondo
ricordare
coi nostri sogni di delitti.

Così leggiamo Shakespeare
e dimentichiamoci dentro alla sua ombra,
perché così è
Jimi Hendrix Janis Joplin Jim Morrison,
perché così è
domandarsi oggi
se essere o non essere.

JANIS

Pensavo a una traccia,
a una puntina su un disco
graffiato,
pensavo a una voce roca
sensuale
Pensavo alla vita,
a come è facile
farla finita
quando si dice
“questa
è l’ultima volta!”

GENTILE

Amor mio
che domani partirai,
il cuore ti vorrei raccomandare:
è delicato, non è facile, ma facile
a consumarsi,
così sol ti chiedo
di trattarlo con mano gentile,
d’accordargli ogni tanto
un tuo battito, un soffio di vita

ROSA SPOGLIATA

Rosa spogliata
delle foglie,
e delle spine tutte
Rosa rossa
dal fuoco della passione
ammantata
Si prende il tuo vestito
scucito
per un momento
d’amore, di dolore
Si prende il tuo sapore
in bocca
prima che sia l’ora
d’un bocca a bocca

LA BARBA DI DIO

Col cappio al collo viviamo,
il nodo alla cravatta tentiamo
pensandoci belli
scoprendoci borghesi
come la mano di dio
che al mattino scava pulci
nella barba arruffata

IL TUO STILETTO

Il tuo stiletto di ghiaccio affonda
nel profondo del mio cuore
e di tutto il resto non ti curare,
si scioglierà o in te m’ucciderà

IL GIOCO

Il gioco è aperto
Bisogna puntare
sugli occhi di Paul Newman
o dimenticare quelli di dio

GIOCO AMPUTATO

Ho il braccio scucito
Il tavolo verde è un prato
e i miei occhi sono biglie
che giocano la ventura,
mentre mi sorride il sorriso
d’una donna per una nuova
avventura

Dovrei puntare tutto sul rosso,
dovrei restare attaccato alla sua gonna
prima che abbia tempo d’accorgersi
che sono un baro pure io

Lei mi abbraccia, mi avvolge
nel suo vestito rosso
E cerco io le sue labbra:
sono solo un uomo assetato
di gioco

Dio m’ha assistito
quando ho mentito,
quando ho detto
al mondo d’esser sano,
un uomo tutto d’un pezzo

Ho sognato un uomo amputato
che mi sorrideva strano,
che aveva la mia faccia:
non sanguinava
né gli faceva male il braccio
che più non aveva
Solo quello ancora a giocare
un’altra mano
non gli dava un attimo di pace

Dio m’ha amato
quando ho mentito,
quando ho bestemmiato
il mondo intero

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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