Amori, funerali e altre sciocchezze

Amori, funerali e altre sciocchezze

ANTOLOGIA VOL. 29

Iannozzi Giuseppe

funeral

Sulla cattiva strada

Te lo dissi al primo incontro,
“Non sono quel tipo d’uomo che si fa prendere in giro”
Te lo dissi chiaro, alzando l’indice al cielo,
che non avrei fatto il gioco delle tre carte
Te lo dissi in maniera spicciola,
vuotando le tasche, guardandoti in faccia,
“Ogni uomo ha un buon motivo per bere vino,
ogni disgraziato ha un motivo per non credere”

Il mondo è pieno di tassisti che girano in tondo
con una quarantacinque al posto del portafogli
A ogni angolo un pappone e un giudice armato
infrangono la legge perché non conoscono stelle
Questa città è piena di colpi accidentali,
di auto che sfrecciano veloci più dei proiettili
investendo il verde il rosso il giallo

L’Egitto è lontano e di Giuseppe è da tempo
che non si han notizie; ma le ragazzine,
vergini o no, battono le strade da mane a sera
in cerca d’un santo che le salvi o le condanni
E l’Ebreo errante inganna il tempo,
scrive libri sul Giudizio Universale,
brucia fiori e croci vicino ai semafori,
cerca di non farsi mancare niente d’importante
A chi per un momento inciampa sui suoi passi,
indica la cattiva strada senza pensarci su

Te lo dissi al primo incontro,
“Non sono quel tipo d’uomo che gira a vuoto”
Te lo dissi senza girarci in tondo
che non mangio pane azzimo con questo casino
Te lo dissi con puntualità e fermezza,
bevendo e fumando, invitandoti a tacere,
“Ogni uomo ha un buon motivo per sparare,
ogni figlio di buona donna pecca e ci prova”

Te lo dissi al primo e ultimo incontro,
“Con una carezza l’uomo lo fa fuori la strada”

I.

… talvolta la frenesia
di non voler più nulla scrivere
ché il bello e il brutto
persino dal vento commentati,
in maniera conveniente o no;
prende talvolta la noia
come dentro a un obitorio
tra cadaveri e ossa da segare.

II.

Eran ieri i libri la rivoluzione,
forse solo l’illusione d’un buffone
che domani il domani
sarebbe finalmente stato.

Giorni perduti,
riavuti indietro mai,
così ancor oggi dalla bocca mia,
veloce o piano,
si diparte il raglio,
quello che ben sai,
quello che in eredità lascio.

Sepolto nel cuore di lei
(versione con versi alternativi)

Non le ombre
su le tombe,
né i rami ischeletriti
di peso caduti
su letti di foglie marcescenti
potranno mai dire
quale la sofferenza
di quell’unico vagabondo
che dall’Est all’Ovest
la sua donna cercò

Bionda d’animo,
vergine di cuore,
si perse lontano lontano
tanto tanto tempo fa
in una notte
che il vento ululava
e la luna moriva
affogata
in un pozzo di nero inchiostro

Bionda
come il grano maturo
a Primavera,
scomparsa
nella stagione più bella
accompagnata
soltanto dalla sua passione;
non lo sa Dio né Belzebù
dove oggi il suo rifugio,
se viva o prigioniera preda
di altro destino
Nessuno davvero
sa più niente di lei
sì tanto amata

Ma sepolto è un uomo
in un angolo oscuro
dove la terra non è
per santi e sacramenti;
confisso ben dentro
al budello catacombale
– che in un remoto dì
ognuno di noi a suo modo
ci partorì -, senza iscrizione
l’avello nudo di fiori sta…
come in attesa
d’una carezza, d’un fiore

Vestito a lutto
(versione inedita e alternativa)

Ho capito
che vivere o morire
non è poi differenza
Saranno i rimpianti
a passar di bocca in bocca
domani
a favore dei pettegoli
sedicenti poeti;
ma niuno saprà mai
la verità e se mai una
ha trovato nel petto mio
albergo

Sulla tomba mia
non scrivere versi,
non sparger lacrime silenti,
non dare grida al cielo

Ho vissuto
e visto abbastanza
e sentito in ugual misura
Lasciami
come si lascia la sabbia
che nelle mani a coppa raccolta
tosto dalle dita fugge via

Lasciami all’ellera,
alla gramigna e alle piante
che sullo spoglio marmo
vorranno ricamare il loro squallore
Sarò felice così,
nella morte eterna
vestito a lutto finalmente

Donne in inverno

Il verno maledetto
per lutto certo
corso ha dato
a nevi e tormente
su i guerrieri
e le loro armi;
non è bastato
l’acciaro novo
dal Maestro forgiato,
con rabbia e passione,
perché orchi e coboldi
cadessero
l’uno su l’altro,
né è servito priare
con la nuda forza
della disperazione
Uno a uno
caduti
tutti
e tosto coperti
da impietoso sudario
giù dritto dal Cielo
piovuto
pesante

Non ancora
la feral contezza
le donne sanno
nel sonno raccolte
accanto a le spente braci
della sera prima
fra lazzi e accese risa
Chi dirà loro
che gli uomini
non faran più ritorno?
chi avrà questo coraggio?
Vuota al lor fianco
la sponda
disabitata,
ma ancor calda
dell’amata virile impronta:
così oggi e per sempre

Mio Dio!

Modestamente
non chiamatemi
poeta, santo,
portaborse
Meglio è
che sia solo
il vostro Dio

Sguardo di donna

Anche se mi vuoi oggi uccidere
non sarà facile, ho pur sempre
due occhi e due proiettili,
e una pistola ben legata al fianco;
tra le dune posso prender la mira,
aspettando del sole il nero calare,
studiando degli avvoltoi il volo

Non vedrò forse che una o due albe
In fondo sempre l’ho sospettato
che lo sguardo d’una donna fulmina
più dell’ira di Dio; mi riterrò dunque
fortunato di darti del filo da torcere

Non ho mai preteso di vincere
Di morire da uomo, sì…

Ginestra

Poesie,
gioie o amori
da recar oggi
al gentile tuo cospetto,
non ne ho, davvero;
ma se guardi
e guardi bene
l’immagine
che lo specchio
in camera ti specchia,
scoprirai
che appassita
non è la Ginestra
che ieri t’arrossiva
quando
dai tetti spioventi
stormi di colombe
in volo si levavano
al suono
del tuo richiamo.

Pesante forse
il fardello di fantasmi
che disegna l’alba
sull’amata tua magione,
più ostinata e sincera però
la forza che alle delusioni
non s’arrende,
quella forza caparbia
nel petto tuo annidata
e che ai forse non ci sta;
così io sospetto
che nulla di serio in te
sia cambiato veramente.
Per questo solamente
come te anch’io aspetto
che alla vita tu dica sì,
che una volta ancora
tenti d’incatenarla a te
la vita
facendo franare
quelle malate tue paure
che, con malignità,
all’orecchio ti sussurrano
di non osare, di non osare
d’esser libera…
d’esser libera veramente,
d’esser verità.

Silenzio di rasoio

Vivo anch’io
il bisogno
di parole dolci
che mi facciano
cadere in ginocchio
con la faccia
spremuta
sul pavimento

Più non reggo
il lamento mio
e quello più lungo
degli stranieri
A lungo
dai miei occhi
le cascate del Niagara,
e il deserto
dell’anima mia
non è mutato

Più non ho parole
che siano di giustizia
Se i giorni ancora così
le labbra taglio via
con un colpo di rasoio
E in silenzio
il mio amen

Ti santifica o ti condanna l’amore

Ti santifica o ti condanna l’amore
Come un pugno incontra i sogni,
come una trottola sbanda
e non gliene frega niente

Ti santifica o ti condanna l’amore
Togli a un uomo la donna che ama
e tutto gli avrai tolto; togli a una donna
l’uomo che dice d’amare alla follia
e solo gli avrai tolto un cuscino,
solo l’avrai salvata da una bugia,
da una telenovela di battute ripetute

Non parliamo d’amore,
non così, a cuor leggero:
già lo fanno in troppi
tirando su ospedali di parole,
ospedali quasi belli ma fragili,
di menzogne,
di vanità quasi mai educate
e denudate

Non parliamo d’amore,
non così,
non per l’eccitazione
d’una sbronza,
d’una stupida poesia

Non parliamo d’amore,
non così,
non per un inganno di cipria,
per una composizione barocca
che si consuma in Fa minore

Ti santifica o ti condanna l’amore
Come un pugno incontra i sogni,
come una trottola sbanda e sbanda
e dove va poi a sbattersi,
se in cielo o in un postribolo,
non lo puoi indovinare tu

Dove le strade si tagliano

Aspettavano tutti una lettera mai arrivata
Aspettavano, la Bibbia in una mano,
il coltello ben affilato nell’altra
per scorticare dal corpo infedele la scabbia

Aspettava di rompere il guscio dell’uovo
Un solo pensiero in testa, divorare l’anima
Aspettava affilando le unghie sulla lingua
Dove per colpa o per destino le strade si tagliano
formando una croce di polvere, lui aspettava
perché i film moderni non gli piacciono affatto

E aspettando tutti perirono eccetto lui
che in tasca sol tiene un foglio bianco

Grazie a Dio

Grazie a Dio non sono poeta
e nemmeno un ciabattino,
un tiranno o un condottiero
Per Roma nostra basta Nerone

Che fossi bravo
non ne hanno mai parlato
al telegiornale, in televisione
Eppure tutta questa bellezza,
che ai miei piedi se ne muore,
qualcuno deve averla pensata
O è il disegno d’un aguzzino
fra cuore e amore un po’ santo!

Meno d’un peto, ringrazio Dio
Sfamato a fagioli e illusioni,
il vino più buono me lo versa
in un vetro d’osteria l’amor mio

E quello che scrivo io
a tarda sera nei vespasiani,
giuro!, non lo saprà nessuno
al mondo mai, grazie a Dio

Colombella bella non piange

Colombella bella non piange
Ha già pianto tanto…
tanto tempo fa, per quel cuore
inciso sulla vecchia quercia
Colombella bella non ha lacrime
da sprecare per un altro cuore
trafitto dalla freccia assassina
Colombella bella oggi canta,
passa avanti, attende dubbiosa
che l’amante faccia ritorno
prima o poi con la sua faccia
di bronzo e gli occhi ciechi o quasi

Colombella bella confida ai sonetti
del Cigno dell’Avon l’amor perduto
perché sia destino che domani
lo si possa dir ritrovato o lontano
sotterrato in una anonima bara,
senza epitaffi e pianti di donne

Colombella bella adesso sa
che ogni uomo è impegnato,
stupido fino alla fine dei giorni
Colombella bella no, non piange
Ha già dato e non hanno guadagnato
le rose una sola stilla di rossore
Colombella bella canta, canta
finché ce la fa perché adesso sa
che lungo lo stelo le spine pungono
nel profondo lo spirito bambino
nel rosso del sangue corrompendolo

Colombella bella sorride adesso
Sorride ogni giorno, con la testa
persa fra le nuvole per un momento
soltanto, torna poi a recitar poesia
tentando il sole con labbra rosse
di peccato in fiore

Maschi e femmine

Mi scappa di farla
Se non la faccio
ci rimetto la faccia
davanti ai tuoi amici
sempre così pieni di sé,
sempre con un diavolo
per capello

Ti dico che devo ora e qui
Non posso reggere oltre
La Toilette è a un tiro
di schioppo, vado o schiatto
Due-passi-due e sono dentro
Nessuno se ne accorgerà
Non fare quella faccia
Tu ti sei incipriata il naso,
a me scappa di scrollarmelo
e non ho nemmeno un amico
che mi tenga compagnia
Se si sapesse in giro
che non piscio in compagnia,
mia cara, non immagini
che scandalo tirerebbero sù
ninfomani e giornaliste

Adesso lasciami
Stacca la presa dalla patta
Ci stanno guardando,
abbiamo i flash addosso
e io me la sta facendo sotto

Un minuto, mi basta un cazzo
di minuto, non chiedo di più
Un minuto, mi scappa la pipì,
Dio è morto, l’hanno detto in tv

Tu ti sei incipriata il naso
con quel bellimbusto,
io avrò pur diritto a farmi
una bella pisciata, o no?

Rendez-vous (Storia d’amore e di morte)

Seduto sulla panchina, aspettava il pullman tenendo in braccio una rosa dallo stelo particolarmente lungo. Il giovane stava vivendo il suo primo amore: biondo, quasi pallido, le gote non portavano ancora i segni della prima barba. All’improvviso si sentì uno stridore ferroso. Non era il pullman, bensì un tram che aveva frenato: al giovane bastò buttare l’occhio al di là della strada, delle auto ferme al semaforo, per vedere il grosso muso di ferro del tram. Non si scompose.

Il cielo era d’un azzurro perfetto e le grida della gente non gli davano poi fastidio: quel giorno si sentiva in pace, se non sicuro di sé stesso, inebriato alla sola idea che presto avrebbe dato via la sua prima rosa. Il semaforo continuava a passare dal rosso al giallo al verde, ma il tram non ripartiva: le auto si erano arrestate in maniera scomposta invadendo la linea di mezzeria. Si era formato un capannello di persone: il muso del grosso tram era stato invaso dalla curiosità morbosa di semplici passanti e curiosi di professione. Il giovane fece per aguzzare la vista, ma un barbaglio di luce gli ferì gli occhi: rimase cieco per qualche secondo, poi, finalmente, la vide, una sottile linea di sangue, color rubino come di colomba. E comprese, lasciando cadere sull’asfalto la lunga rosa, mentre col cuore che gli s’era bloccato in gola, invano, adesso in piedi su gambe tremanti, prossimo allo svenimento, tentò di lanciare un urlo più grande di lui.

Il paese è piccolo e la gente mormora

Il paese è piccolo e la gente mormora, e mormora così forte che è impossibile non sentire, o far finta di niente. La gente mormora e lo fa con una grazia degna del peggior pollaio. Se certe oche (maschi e femmine) si facessero i cazzi propri! Ma è sogno e desiderio impossibile: da sempre la calunnia è quel che è, molto più ostinata di un venticello gentile.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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