Sembrava felicità, era invece triste gioia

Sembrava felicità, era invece triste gioia

ANTOLOGIA VOL. 26

Iannozzi Giuseppe

Cyrano and Roxanne

Donna mia, son Cyrano!

Donna mia, fresca rosa
di rossa passione,
a ben guardare son io
solamente un poeta, uno dei tanti
che la Corte della tua Bellezza infestano
Ogni dì sotto al tuo balcone
trovo assiepate bande di sbandati,
di cantanti stonati alle prime armi,
ma tutti di me più belli assai;
con occhio arcigno li guardo
e quelli non una piega:
chi rutta e chi sbadiglia,
manco s’accorgono di me
che al puzzo loro mi mischio
per incontrare,
col favore dell’alba,
il fresco tuo saluto
Spintonato,
gittato di peso
nelle pozzanghere e nel fango,
calpestato dalla calca,
le lodi di tutti quegli altri odo, mentr’io
– che il cor mio per te darei –
è già tanto quando riesco
a levar per un momento gli occhi
al cielo e incontrar così la luce
che è nei tuoi

Pesto, malconcio,
con le pupille di pianto gravide,
in una taverna cerco rifugio
e insieme agli avvinazzati canto,
canto un canto stonato
a volte empio, colmo di rabbia
più che di poesia; e tutto questo
perché t’amo, t’amo più di quanto
sia mai riuscito a farti capire

Che resta, cosa mai resta
a chi ama con sì tanta forza
e la voglia non se la può levare
se non nell’ebrietà d’un vinello da poco?
Oddio sì, ammetto d’aver di tanto in tanto
pizzicato il culetto a qualche chellerina
e d’aver fatto anche
due o tre ubriachi complimenti all’ostessa;
quando poi però s’è trattato d’andar al sodo,
per chissà quale strano caso del destino
sempre mi son ritrovato con le braghe calate
e il sedere gonfio di legnate

Ah, se sol natura m’avesse fatto bello!
E invece son cavaliere malfatto,
grande di cuore e di naso, abile
a metter le rime ai sentimenti,
coraggioso tanto assai con la fantasia,
ma quando s’accorgono le donzelle
di quanto lungo e duro è il naso mio,
tosto sbuffano, ed è così
che sempre mi vedo costretto
a ripiegar sulle meno belle
che di muliebre hanno un bel niente

Triste destino quello del Poeta
eletto tale dal ghigno popolare,
triste assai davvero! Non bello,
dotato di cuore e di naso,
alle belle non piaccio, Donna mia
Per questo a te mi confesso,
a te che di me mai nulla saprai
se non per interposta persona

Se sol potessi amare il naso mio
così come ami la mia poesia!
Ma nel sogno ho già sconfinato
d’una misura di troppo,
e allor taccio, taccio per non soffrire
più di quanto sia disposto il core
a sopportare

Rosso dolore

All’inverno resistono
Crescono
Di rosso si vestono
petalo dopo petalo
La morte sfidano

Là dove il nulla s’immagina
tenga suo quieto impero
è invece tutto un rossore
un poco appena screziato
di bianco
Sotto
il candore della neve,
dal gelo,
dalla frusta del vento
prese d’assalto,
piano i petali piegano
in commozione sul gambo,
sulle spine imperlate
Sul virgineo manto bianco

Dalla mano,
che gentile le avvicina,
si lasciano raccogliere
per calmare un dolore
profondo,
nell’anima a lungo
tenuto segreto;
e però pria che dal gambo
per sempre recise,
una lacrima di caldo sangue
le rose, le rose lo bevono
perché siano per sempre
nel ricordo
di chi le ha strappate
più rosse del rosso
Della vita

Lupa in guerra

Una lupa in guerra
contro l’Oggi e il Domani,
– complice la notte –
gittando lo sguardo
alla luna-fortuna,
col muso sporco di vento,
par che preghi,
o solo è canzone
che dagli oscuri monti
giù fino in paese scende
accendendo falò
d’ancestrali paure,
di leggende antiche
quanto la notte

Orme sulla neve
a riposo sulle alte vette,
o più difficili
nel sottobosco,
al cielo e all’occhio
nascoste,
indicano che selvaggio
è l’ululato
sia esso d’amore
sia esso di dolore

Comunque soffi il vento
sempre resiste l’eco
mai stanca di portare
a chi sul chi vive
il crudo messaggio
che prima o poi tutto muta,
dai sentimenti pulsanti
contro le tempie di vene gonfie
agli affari più gretti delle finanze

Sembrava felicità

Sembrava infinita felicità,
era invece la triste gioia
di scoprire uguale solitudine
negli animi stillanti galaverna

Così ora piango tutte le lacrime
certo che al mondo non troverò
un’altra rosa che col suo rossore
sappia all’inverno resistere

Ci son notti
che col buio segnano la carne mia,
notti straniere sulla pelle
e nell’anima tatuate,
impossibili da cancellare,
odorose
al pari di certe rose giovani e pungenti
Mi calma però l’inverno
– che le tenebre sui crepuscoli allunga –
e la Luna alta in cielo
che le tremanti dita del corteggiamento respinge:
la vedo che modesta si ritira
dietro spesse cortine di nuvole assassine,
grigie e di lampi gravide

Con l’indice mi disegno della bocca il confine
come a impormi sacrificio e silenzio
per aver peccato, per aver desiderato
un’altra comunione di corpi, di anime;
se amare è desiderare senza la speranza accanto,
se sperare è poi solo scendere a patti col diavolo,
io più non lo voglio

Son stato e non sono stato abbastanza
Irruente sì; ma se amare è infiammarsi
per poi lentamente spegnersi
lontano e dimenticato, meglio
non conoscere mai dell’affetto la fragilità
Sola consolazione rimane
quella di credere l’Io in difetto,
e null’altro davvero!

Cronaca d’un uomo solo

A te basta un raggio di sole improvviso
perché il cuore ti sbocci a nuova felicità
Ti basta così poco, porti commozione
dentro al mio cuore di oscuri deserti…
di indicibili presentimenti
Poi il vento a schiaffeggiarmi la faccia
E mi scopro dio morto, perfetto e solo
come sempre son stato,
muta statua di sale davanti all’edicola;
ma il mio nome
nella pagina della nera campeggia
e poco distante del bronzo il sordo rumore…
campane a morto che a chi mi ha amato,
per un momento e per sua disgrazia,
mi ricordano

Sei ancora piccola

Bimba, hai pianto per me, porca miseria
Eppure ti avevo messo sull’avviso
che non mi piacciono le lacrime sul viso
Hai pianto, hai pianto perché la Cadillac
che amavamo tanto è finita contro un camion?
Ringrazia Dio che non c’eri accanto a me
quella maledetta sera – avevo un bicchiere
di troppo nella testa e nello stomaco

Bimba, quante volte te l’avrò ripetuto
che non mi garbano quelle che frignano
solo perché uno se ne va senza dar avviso!
Bimba, toglimi di sotto il naso quel fazzoletto
Sarò pure morto ma non sono rimbecillito
Bimba, portami un po’ di quel grappino
che mi offriva tuo padre quando venivo
a prenderti sotto casa e tutti alle finestre
a guardare il motore rombante e fumante

Bimba, toglimi fuori da tutto questo tufo
Non l’ho mai digerito, proprio mai
Oramai dovresti conoscermi come le tue tasche
Dammi qualche cosa che mi tiri su il morale,
non quei confetti rosa che ti piacciono tanto,
piuttosto un po’ di quel bourbon che tua madre
tiene ben nascosto nella credenza in cucina
Bimba, toglimi da questo impiccio del diavolo
Quel fottuto Lancia Esatau non l’ho digerito

Bimba, non mi dire che stai ancora piangendo
Non lo sopporterei mai e poi mai
Portami qualcosa di forte e un fiore, uno solo però
Non potrà farmi male più di tanto, non più di tanto,
purché tu non vada in giro a vantartene con le amiche
Bimba, asciuga quelle lacrime e lasciami cantare
quanto sei piccola… non sei proprio cambiata
in tutti questi anni, sei rimasta piccola piccola

Canzone del bimbo triste

Tu non mi vuoi bene più
L’ho capito, sai
Vedo che non mi tratti
Sento che ogni parola
ti dà fastidio perché son io

Tu non mi vuoi più
Non desideri, non sogni più
Vuoi che sgommi via
Che me ne vada dalla vita tua
Che porti via ogni cosa,
dal falso Picasso
ai Vangeli apocrifi
Tu sei già in una vita
che io non posso darti

Tu non mi vuoi
Ho fatto troppo
e sempre troppo poco
Un fuoco di paglia
Un cucchiaino di sale
buttato a mare
Una mosca cieca,
un disgraziato sul ciglio
della strada
Tu non chiedi più
che ti faccia volare su,
più in alto e ancor di più
fino a toccare il cielo blu

Parruccone e coglione
Raccattapalle e stregone
Filosofo e imbroglione
Eco da poco, bonaccia e basta
Non so tenere su bene l’asta,
mi rendi pan per focaccia

Crudele mondo
Mondo crudele,
non sai apprezzare
chi per te si fa male
sanguinando nudo,
camminando scalzo
su bottiglie rotte
Non sai capire
chi si spezza il collo
mettendo alla prova
la cravatta migliore

Un giocattolo o giù di lì
Un peluche abbandonato
nel mucchio selvaggio
dei tuoi pensieri scomposti
Una scarpa presa all’amo
Un pesce fuor d’acqua
Una preghiera mancata
Una storta, una sbandata,
un divieto di sosta
in un vicolo cieco
Crudele mondo, crudele sì

Crudele, non mi vuoi più
Tu, crudele, lo sai, sì

Lingua lunga, passo stanco;
dici non sono stato capace
di starti accanto, una croce
sempre e soltanto
Crudele sì, come l’amore
che in primavera sboccia
e già prima dell’inverno
se ne muore
senza un perché

Senza un perché
Senza mutande
Senza contante
Tasche vuote e testa pesante
Questo è tutto il poco
che mi resta

Crudele, non mi vuoi più
L’ho capito, sai
Tu, tu non chiedi più
che ti faccia volare su
Non ti sbatti più
Capisco che ogni gesto
ti dà noia perché son io
Crudele sì, crudele
non mi vuoi, non mi vuoi più

Senza un perché
Senza mutande
Senza contante
Tasche vuote e testa pesante
Questo è tutto il poco
che mi resta, tutto il poco
che ancora mi consuma
invocando te, bimba mia!

Brodo caldo

Un buon brodo
caldo
di culi di gallina
quando l’inverno
spacca la fronte
e gela i coglioni,
un brodo così
rimette al mondo
rivoluzionari,
portinaie e puttane

Addio, mia poesia

ma poesia
è sospiro,
breve gioia
sul ciglio
dell’orizzonte

presto assai
cangia
in lacrima
veloce,
silente

sulla guancia
scavata
subito rimane
consumata,
ben pria
che possa
delle labbra
sfiorar
il turgore

sia così il morire,
un inaspettato
sorriso
a quello di Camus
uguale

e sia il vivere
smorfia e sputo,
abituale disgusto
d’andare
tanto per andare,
come da sempre
fan tutti
grandi e piccoli,
cattivi e buoni

Croci

ripeti il mio nome
dopo la tempesta
perché superi
la cortina di nuvole
e sulle labbra di Dio
infine si posi

senza rimpianti
pianta poi
la croce mia
sotto la quercia
con un cuore
sulla corteccia
intagliato
e per l’eternità
dannato

Sirenetta

I tuoi fianchi
di proibite dolcezze
dalle morbose mie mani
sedotti
si sciolgono
in liquido amore
sostentato
dall’ingenuo furore
di velluto
dentro ai tuoi occhi
nei miei fissi

Tu, mia nuda sirena,
mio unico possesso,
immensa fortuna,
lascia che affondi
una volta ancora
nelle segrete profondità
dei Sette Mari
che t’hanno partorita,
e ti prego non far di Eros
procelloso capriccio

Poesie e seghe (prosa)

Quanto, quanto soffro
Nessuno può capire…

Come nessuno?
E io che ci starei a fare?

Ah, la mia coscienza, fumo d’una sigaretta
Una cosa che vale meno d’un fantasma
Ma non hai di meglio da fare
che rompermi i marroni a tutte l’ore?

No

Certo che detto così in maniera secca
fa un certo effetto, uno potrebbe pure
perder la tramontana, o rimetterci la vita
Un infarto, per una questione di coscienza
è proprio una vergogna…

Parla per te… Piuttosto che t’angoscia?

Donne, donne, donne… anzi una
Le ho scritto mille poesie d’amore
e quella irriconoscente mai una volta
che mi abbia ringraziato, non dico
col cuore in mano, ma un bacio, per dio!

Mille poesie sono tante davvero,
devi esserci andato giù di brutto,
sempre con la penna in mano!

Dici bene, ci ho perso le notti e la testa

E lei com’è? E’ bella?

Bellissima

Ha un amante?

Che dici mai!Lei pensa soltanto a me

E allora come mai
non ti si fila manco di striscio?

Forse sono un poeta dappoco,
un netturbino delle lettere,
un buono sconto scaduto…
una cosa così senza né arte né parte…
Uno si crede e si crede,
non fa però mai i conti col proprio talento…

Mille poesie sono in ogni caso un mucchio
Buone o cattive, sono un’enormità per chiunque
Guardati come sei deperito, con le occhiaie,
il volto scavato, la bocca esangue… fai più schifo
che pena… per una donna, per una soltanto poi!
Mille poesie, mica briciole, e scommetto
che non l’hai battuta manco una volta…!

Batterla! Giammai, le donne non si toccano
neanche con un fiore…Non potrei mai alzare
un dito su una creatura così tanto divina…

Ecco, ora si spiega,
sei quello che si dice un idiota

Un coso dostoevskijano in pratica…

Diciamo pure così, e di questo passo ti verrà
pure la colite nervosa… un paio di schiaffi,
dà retta a me, e vedrai come ti amerà…
cadrà ai tuoi piedi, ti amerà per l’uomo che sei

Mai!!! Mi rifiuto,
piuttosto vado avanti a poesie

E al tunnel carpale ci hai pensato?

L’amore è sempre uno vivere all’oscuro,
un brutto giro d’incomprensioni e sofferenze…
l’eroina rimane sempre la donna,
al maschio l’ago nel braccio…
nel braccio della morte…

Tu stai delirando, io parlavo dei tendini,
non te li senti forse tirati dalla spalla al polso?

Che insinui! L’amo sì, ma costumato sono
fino all’ultimo spermatozoo…
Be’, un paio di seghe di tanto in tanto…
di poesia non si campa, lo sai

Di poesia non si campa,
e di seghe si muore

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
Questa voce è stata pubblicata in amicizia, amore, arte e cultura, attualità, cultura, eros, Iannozzi Giuseppe, passione, poesia, società e costume e contrassegnata con , , , , , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a Sembrava felicità, era invece triste gioia

  1. Lady Nadia ha detto:

    Un ironico e triste CAPOLAVORO. Queste son venute meglio di qualsiasi altra poesia che io abbia mai letto e, forse, che qualcuno abbia mai scritto. E sai perché? Perché, dentro, non vi è davvero nessuna presunzione, sono sincere, schiette e arrivano all’anima. Con queste poesie hai scoccato la tua miglior freccia e ti auguro che, per tempo, possa giungere al cuore della donna a cui sono dedicate. Trovo che siano FANTASTICHE.
    Sai, ho riso soprattutto per questa:

    Un buon brodo
    caldo
    di culi di gallina
    quando l’inverno
    spacca la fronte
    e gela i coglioni,
    un brodo così
    rimette al mondo
    rivoluzionari,
    portinaie e puttane

    E’ scanzonata, potente.
    Inoltre, l’ultima parte che è quasi teatrale, si riappropria di tutta la serietà e il dramma che, via via, scivola perdendosi riga dopo riga fino a diventare una malinconica risata.
    Che forza, che originalità.
    Sei il poeta NUMERO 1, ALTRO CHE BALLE! E qui non c’è scusa di gusti che tenga. Qui bisogna riconoscere la tua fantasia, la tua unicità, parola dopo parola, RIGA DOPO RIGA in un crescendo musicale, dentro una trappola, presi da un vento che ci solleva per metri da terra e poi ci sbatte giù, così forte da pestarsi pure il naso, per piccolo o grande che sia. BRAVOOOOOOO, BRAVISSIMOOOOOO.

    Piace a 1 persona

  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Nadia, grazie infinite, ma forse stai un po’ esagerando. 🙂 E con questo non intendo affatto dire che il tuo sentito apprezzamento non solletichi almeno un po’ la mia vanità, anche se poeta non sono e mai lo sarò. “Donna mia, son Cyrano” è forse la più compiuta insieme a “Sembrava felicità”. Nella prima c’è umorismo e tragicità, l’altra ha un tono vagamente leopardiano. 😉 Ce ne sono altre, più lievi forse, più semplici anche per stile. “Sei ancora piccola” è un chiaro omaggio a Fred Buscaglione, ad esempio. “Brodo caldo” (la poesia che qui citi) è una cosetta, credo divertente: non sono purtroppo il grande Giuseppe Gioachino Belli, per cui mi arrangio come posso, vale a dire nei limiti del mio poco talento.

    Nella prosa – che ovviamente irride i poeti e chi fa poesia e soprattutto il sottoscritto – dico che di poesia non si vive e che di BIP si muore. 😉
    Ho in questo post raccolto alcune poesie che scrissi fra il 2013 e il 2016. Alcune non ricordavo neanche di averle scritte e riscoprirle ha fatto piacere persino al sottoscritto. In ogni caso, il naso mi rimane grande, il talento invece rimane poco, forse uguale allo zero assoluto, ma di ciò non mi preoccupo, mai me ne sono preoccupato.

    Grazie, Nadia, il tuo commento è molto bello, ed è davvero troppo per me. E però sono felice che qualcuno mi legga e mi apprezzi, questo non posso proprio negarlo, sarei un ipocrita se dicessi diversamente.

    Mi piace

I commenti sono chiusi.