Scrivevo sempre appeso a un filo

Scrivevo sempre appeso a un filo

ANTOLOGIA VOL. 22

Iannozzi Giuseppe

witch

Okay

Okay, vi siete divertite,
si vede dalle vostre facce
Non vi hanno rifilato una suola
e il calzolaio sapeva il fatto suo,
non era un semplice parolaio
E anche se il senso di tutto ciò
non è affatto chiaro
neanche allo scrivente,
è chiaro che vi siete divertite
e che non siete tornate a casa
se non dopo l’alba

Okay, vi siete divertite
Nadia ha persino fatto pace con Dylan
E se gli Stones alla radio promettevano
di non invecchiare troppo in fretta,
se la notizia vi ha forse un po’ spaventate,
siete però riuscite a tenere bene il volante

Okay, vi siete divertite
Siete ancora amiche per la pelle,
e ci sono ancora tante anime belle
su cui riflettere; e in copertina
il nuovo Rolling Stones in edicola
vi ha fatto la promessa
di farvele conoscere tutte anno dopo anno,
anno dopo anno

Quand’ero giovane scrivevo

Quand’ero giovane scrivevo
sempre appeso a un filo,
inventando greve Fato per desio
di morte, insegnando all’alma
che all’Amore non è lecito
chiedere alcunché, mentre giusta
è l’attesa che la morte avvenga
in foggia né lieta né coraggiosa
Così trascorsi i giorni migliori
morendo a ogni tramonto
dentro a un nero fiume di inchiostro,
incontrando in sogno donne
che, con volto cinereo, mi segnavano
nel nome del Padre e del Figlio
E poi, un mattino vuoto d’oro in bocca,
più morto che sveglio scoprire
che ha colto l’età matura tutti i frutti,
sia i migliori sia quelli ancora acerbi,
e che nulla di significativo m’è rimasto
se non il calamaio vuoto di china
e un avanzo d’occhio, solitario e cieco

Quand’ero giovane scrivevo poesie,
scrivevo per arrivare a baciare l’oggi,
scrivevo per arrivare al mio morire

Come un addio mai pensato

All’orizzonte pesanti lacrime
di pioggia fra cielo e nuvole,
quando il sole un bacio alla fronte
dedicò al tuo bel volto arrossato,
felice come un addio mai pensato

Piano ti tremavano le labbra,
incapaci di dire, di baciare
chi ti stava lasciando
reggendo delle tue mani il calore
nelle sue sempre più fredde
Buon Dio, avevi tu lacrime sì silenti;
e dicevano gli occhi più di quanto
il cuore avrebbe potuto sopportare

E allora sfiorarono le dita
quei rivoli amari sulle gote;
sui polpastrelli il sapore loro
subito alla bocca di lui
che sì, lo capiva bene quanto
e quanto eri stata tu importante
E il crepuscolo già sfumava in buio
totale e assoluto, cosi che dell’amato
sol ti rimase l’ombra sua fugace
lavata in un niente, da onde su onde
a morir sulla sabbia,
sulla sabbia di sole ancor calda

Di cieli e di fiamme

Ieri mi hai raccontato di te;
soddisfacendo le mie curiosità,
mi hai dipinta donna su tela.

Ti ho dipinta di tutti i colori,
di bianco e di nero, e ti ho sognata
sempre, con la luce e con il buio.
Di me ti ho dato il seme più buono,
il pennello più felice per una tela
che avesse il coraggio di Tiziano.
Così sei arrossita più d’un’alba
appena sorta dall’abisso dei cieli.

Poi, stanco, oggi
hai bussato
alla mia porta,
e io, arditamente,
ti ho fatto entrare.

Incantato ho chinato il capo nudo
per sentir del tuo seno il sapore
e il profumo lieto di donna in fiore;
e allora nelle vene la passione
ha preso il sopravvento
facendo sì che, con un unico gesto,
ti gettassi sul letto distesa. Remissiva,
quasi pallida più per paura
che per pudore, alfine il corsetto
hai iniziato a slacciare piano,
lasciando che completassi io l’opera.
E alle dita tue tremanti le mie ho legato.

Mi hai abbracciato
sussurrandomi fiabe
di draghi, di fiamme, di principi;
mordendomi le labbra
e facendomi l’amore, mi hai
fatta tua principessa.

Beato del tuo rossore sì tanto acceso,
tu, in tutto dipendente dalla mia voce,
hai compreso infine ch’ero più drago
che principe; tremante hai cercato
di scagliarmi via, ma troppo forte
la mia presa, e allora ti sei arresa
pronta a morire al primo accenno
di dolore. Che però mai venne.
Così per sempre fosti prigioniera
dall’alba al tramonto, raggiante ognóra.

Fanciulla in fiore

Fanciulla in fiore,
quanti sogni, quanti, per Dio!
Domani avrete però accanto
uno o due pensieri in più,
un figlio e un uomo duro
che col favore delle tenebre
nelle vostre camere
farà irruzione pel piacere
di veder sulle vostre gote
subito diffuso rossore
nel chiamarlo “Marito,
Marito caro, presto venite!”

Nei giorni di lontananza
che il nome caro impegnato
in guerra a rischiar la vita,
quanti sospiri darete
fissando negli occhi il piccino
che v’ha dato sì simile a lui;
ed allora gli perdonerete
gli slanci d’ebbrezza,
quella sua voglia d’amarvi
tanto per la carne
quanto per l’anima in petto.

Son certo che una lagrima,
almeno una la spenderete
perché a voi ritorni tutto d’un pezzo;
poi al seno il figlio roseo stringerete
e una ninna nanna gli canterete
con voce calda calda, dolce dolce…

Occhi bambini

Se non avete perso
gli occhi nei suoi occhi bambini
non potrete capire mai
la bellezza del cielo infinito

Orme

Ti lascio un bacio
perché di me
tu ti possa
alfine ricordare,
non so con quale
ardore,
se per amore
o per altro sentimento
Ma io spero
che il mio nome
non sia l’impiccio
che ti capiterà
fra i nudi piedi
a cercare
quelle orme di noi
sulla spiaggia di ieri

La peste

Dalle chiaviche escono
portando nella città
un breve rantolo
ma moltiplicato per mille
e mille ancora,
così che non c’è angolo
che non sia tutto uno squittio
Barcollando sulle zampette,
incerti una lama di luce
gli ferisce gli occhietti maligni;
poi vomitano una macchia rossa
come d’inchiostro,
cadono sul dorso
e immobili rimangono
fino a che un piede straniero
li calcia via o li pesta
per sporco capriccio
A centinaia tirano le cuoia,
non si fa tempo a contarli
che già un’altra carrettata
aspetta d’esser portata
fino all’inceneritore
là dove sono stati cremati
i primi infetti di peste, morti
senza neanche immaginare
quale la loro colpa
per castigo divino sì virulento

Parigi, Buddha e Bolle di Sapone

Io ti dicevo la Risata del Buddha
Tu mi facevi le Bolle di Sapone
Ma nell’aria c’era jazz,
era chiaro a tutt’e due
che sbagliavamo di grosso
Non potevamo ammetterlo ch’era così
Non potevamo mandare in frantumi
tutti i sogni d’una vita, per quanto breve

Scendevano lungo gli Champs-Elysées
brune foglie d’autunno e gocce di pioggia
Avevi gli occhi presi in un debole rosso,
fra l’orizzonte davanti e l’idea bambina
che l’indomani m’avresti fatto la sorpresa
Pensavo ch’era il caso di fermare un taxi,
e in un momento lasciasti cadere il capo
sulla mia spalla

Io ti dicevo del Ghigno di Stalin
Tu mi mostravi la lingua e volevi un bacio
Nell’aria c’era sentore del tuo profumo;
nuvole gravide si stendevano sul Louvre
abortendo acqua in gran quantità
Ma uno strillone costretto al limite della strada
gridava e gridava ch’era Tempo di Libertà

Cadeva piano la rimbaudiana notte sul debole rossore
abbandonato sulla linea d’un piovigginoso occaso
Eco di bronzo correva di orecchio in orecchio,
rivi di pioggia serpeggiavano verso i tombini
Scendevamo lungo gli Champs-Elysées
Sbagliavamo di grosso
Non potevamo ammetterlo ch’era così
Non potevamo mandare in frantumi
tutti i sogni d’una vita, per quanto breve

Non potevamo mandare in frantumi
tutti i sogni d’una vita, per quanto breve
La pioggia accecava l’occhio dei tombini
Dio, era proprio così, colpevoli e innocenti
La tua testa adagiata sulla mia spalla
Dio, era proprio così, colpevoli di vivere,
colpevoli di vivere solo per pochi momenti

Al mattino una lama di luce penetrò gli scuri
Tagliò di netto le cispe dai miei occhi,
buttandomi giù dal letto: ero di panico
– un corvo nero mezzo spennato, morto dentro
Qualcuno dabbasso chiedeva più pane,
e fu allora che realizzai d’esser rimasto da solo

Nell’aria c’è jazz e profumo di whisky
Nell’aria c’è il peso della sorte e jazz
C’è debolezza e lieve profumo di sapone

Nel tuo cielo

Sei ancora lì
come allora
che mi aspetti
Sei ancora lì,
piccola
uguale a un uccellino
che le ali ha perso
volando

Ti ho lasciata ieri
che eri già donna
E ti ritrovo oggi
bambina
uguale a un uccellino
che aspetta
a bocca aperta
il cielo, il suo destino

Ti ho cercata tanto
Per molto poco
sono caduto
Non te lo nascondo,
mi sono ferito
a un ginocchio
e ho pianto tanto;
non per il male
né per la caduta,
ma per quel tuo bacio
mai arrivato
a curar l’egoismo
d’averti a me accanto

Sei ancora che aspetti
Io mi lecco come posso,
fingo amori a più non posso
poi a sera mi chiudo in me
stanco – accendo l’illusione
che per un po’ sei stata mia,
che per un giorno almeno
hai amato il mio volto
e non il nome che porto
e non sopporto

Sono ancora qui,
solo più vecchio
uguale a un povero diavolo
che le ali ha perso
cercando il cielo
per arrivare da te

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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