Capodanno con o senza condom

Capodanno con o senza condom

Hic porcos coctos ambulare

Iannozzi Giuseppe

«Hic porcos coctos ambulare.»

Satyricon, Petronio Arbitrio

A me mi scappa sempre. Col freddo poi ogni ora devo tirarlo fuori dal caldo delle mutande, appartarmi in un angolo e liberare la vescica. Non che sia incontinente, è solo che le basse temperature mi stimolano la minzione. Fossi stato una femmina mi sarei trovato in imbarazzo, sono invece un uomo e piuttosto grosso e ben fornito. Quando mi scappa però devo farla e tanto fa. Si può dire che è per me una sorta di vizio.

Lo scorso Capodanno mi trovavo a un party in casa d’un amico. I bagni erano tutti occupati e a me scappava. La mezzanotte era già stata battuta dalle campane e dai petardi, gli avvinazzati o ronfavano su divani e poltrone, o scopavano alla boia d’un Giuda nei cessi. C’era un gran puzzo di sperma e di alcol. Alla fine l’ho fatta nel lavandino della cucina. Qualcuno mi ha pure detto “bravo”. Erano tutti marci da fare schifo. Perché restassi ancora in quel consesso non so. Forse non avevo voglia di mettermi alla porta. Le donne non erano niente di speciale, erano anzi piuttosto bruttine e se l’erano sbattute cani e porci. Metterglielo dentro era qualcosa più d’un azzardo, con o senza condom.
Ho infilato la porta della camera da letto. Il mio amico si stava facendo fottere nel culo da un gran pezzo di marcantonio. Non l’avessi visto coi miei occhi giuro che avrei faticato a crederci. Chiusi piano e restituii ai due finocchi la loro intimità.
Ciondolai su e giù per la casa fin dopo l’alba.
Alle sette in punto mi sbattei la porta di casa alle spalle e scesi le scale, fermandomi però giusto il tempo per pisciare in un angoletto, solo soletto, su uno dei tanti ballatoi.

Vagolai per le strade di Torino senza una mèta.
Non c’era un cane. Pisciai un paio di volte senza tema d’esser preso per culo.
Non ricordo in che zona mi trovassi, ma un bar da quattro soldi teneva aperto, e a giudicare dagli schiamazzi dentro doveva esserci gente.
Entrai senza pensarci su. Avevo bisogno d’una birra prima di buttarmi sul letto.
Nessuno fece caso a me.
Mi avvicinai al banco. Un ciccione rubizzo, pelato, con un grembiale inzaccherato mica poco, mi ruttò dritto in faccia, poi bofonchiò… Compresi che voleva che ordinassi.
La birra me la schiaffò sotto il naso. Una pinta bella grossa e schiumante. Ma calda da fare schifo.
Toccai la schiuma con le labbra. La birra la lasciai sul banco, tanto non poteva peggiorare.
Un pakistano cotto al punto giusto mi sputò in faccia un sorriso mezzo sdentato, mentre si riempiva i polmoni di altro fumo. In risposta gli abbozzai una smorfia più o meno simpatica. Quello allora si levò dalla sua sedia e con passo claudicante si portò fino al bancone dove stavo io. Mi rimase vicino per un paio di minuti buoni prima di aprire becco.
“La bevi?”
“L’ho ordinata”, gli feci notare.
Prese a sghignazzare facendo ciondolare la testa di capelli fitti e neri come piume d’un corvo. “Il Padrone ci piscia dentro. Lo fa per noi. Sta con i fasci. A noi non ci può vedere, è per questo che piscia nella birra.”
“Io non sono…”, balbettai.
“Tu no. Ma a lui gliel’hai detto?”
Non dovevo avere l’aria d’un signorotto di collina, poco ma sicuro.
Smadonnai. D’attaccar briga con quel fascio non tenevo nessuna voglia, tanto più che ero forse più cotto del pakistano dopo una notte passata in un bagno di noia.
Annusai la birra nel boccale. L’amico non mentiva, era stata allungata col piscio.
Sbuffando mi misi in piedi. Arrivato sulla porta un grugnito. Il ciccione fascista era uscito da dietro il bancone. Grugniva che gli dovevo cinque euro per il birrozzo. Non gli prestai ascolto e uscii dal locale.
Il ciccione mi seguì. Insisteva.
Mi venne fin sotto il naso.
A quel punto feci partire un destro.
Quello rovinò a terra, finendo seduto sul suo culo merdoso.
Gli avevo spaccato il setto nasale, poco ma sicuro.
Gli urlai addosso d’essere italiano io.
Lì per lì non mi accorsi che quel bestione s’era pisciato nelle mutande.
Piagnucolava.
Non fosse stato un fascio del cazzo, avrei provato persino un po’ di pena.

Lungo la strada per tornare a casa non pisciai una sola volta.
Arrivato a casa, senza spogliarmi, mi buttai sul letto e mi addormentai di brutto.
Dormii per ventiquattro ore del cazzo senza svegliarmi.
Quella fu la prima e l’ultima volta che feci una dormita tanto lunga senza sentire il bisogno di alzarmi per andare in bagno.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
Questa voce è stata pubblicata in arte e cultura, attualità, cultura, eros, Iannozzi Giuseppe, letteratura, narrativa, racconti, racconti semi-autobiografici, società e costume, Uncategorized e contrassegnata con , , , , , , . Contrassegna il permalink.