6 poesie inedite e alcuni cavalli da battaglia

6 poesie inedite e alcuni cavalli da battaglia

ANTOLOGIA VOL. 21

Iannozzi Giuseppe

Chet Baker

I.

Saltando
fuori dall’acqua
per un secondo appena,
con voce vuota di voce
il Pesciolino d’Oro
al Vecchio
– che non capiva
del sole al tramonto
la ragione – spiegò:
“In mare non gettare
i tuoi punti fermi
per farne delle esche”
E lui obbedì e morì

II.

La casa vuota,
e le mani?
Vuote pure quelle
Non conta stelle
il mio destino
Ma,
di tanto in tanto,
un po’ di vento
fra me, Buddha
e il cuscino

Come sempre,
di notte dei morti
ascolto le voci:
mi preparo
a incontrare
il mio funerale

III.

Sono solo un uomo
e sono un uomo solo,
e il mio sogno è grande
e lei ha seni piccoli

Lei dice: “Non amo
gli uomini brutti; per te
farò un’eccezione”

Non ricordo altro,
no davvero

IV.

Crepitano le voci
di noi in attesa
di Chi eterno,
e crepitano nel camino
lingue di fuoco
che non sappiamo
bene interpretare

Sotto questo cielo,
che vediamo solo
per una infinitesima
porzione, chissà se
un miracolo c’è,
se domani un domani
per noi ci sarà

V.

Ho perso il vizio
e non è stato semplice
Dicevo ieri la mia
su questo e quello,
Finiva che perdevo
sempre i pantaloni,
e così tutti mi rubavano
i pochi gettoni buoni
che tenevo in saccoccia
Non posso più,
non posso più dire
dell’uomo politico,
vedo sempre il politico,
l’uomo mai
Ma dallo zoo continuano
a fuggire animali,
e le scimmie sono…
sono un numero infinito,
e tutte si grattano la testa,
e tutte mi invitano
a considerare l’Aleph

VI.

Quel giorno veniva giù
come Dio comanda
Sembrava che il Cielo
dovesse precipitare
dentro alle nostre anime
bagnate e mute
Dal Luna Park un freak
vomitava baci di fuoco,
un altro ingoiava la Sacra Spada:
è proprio vero dunque
che se il Paradiso cade
gli Angeli stringono al seno
il Demone da sempre
in lor nascosto
Quanto, quanto vento
ti ha maltrattato i capelli
mentre tentavi l’abbozzo
d’un sorriso
– d’una malinconia d’amore
vecchia quanto l’argento
sulle mie tempie di poeta

Vana illusione fu
credere di poter
per un giorno almeno
spazzar via il Male,
la cenere ammonticchiata
sulle teste dei penitenti
Inganno la Rosa Rossa
strappata all’Eden:
confitta rimane nel cuore
la spina, più che mai
resistente a ogni battito

Rimaniamo così noi,
stretti stretti guatando
il sole al crepuscolo
morboso sulla Ruota Panoramica,
che gira e gira, quasi del tutto ignara
del dramma che qui dabbasso
è oramai pronto a tirar l’ultimo fiato

Ma tu, Luna, donami
l’incanto della Fine,
come al Cine
nei titoli di coda
seppellita
l’estrema carezza

VII.

Silenziosa,
alle nostre spalle,
scende la Luna
Ma le stelle
in cielo alte
brillano,
brillano e brillano
ubriache più di noi:
non sanno
– Dio mio! -,
non immaginano
quanti qui siamo
sofferenti,
senza speranza,
vittime
del nostro Desio,
forse del Destino
– groppo in gola
che a stento osiamo
di chiamare per nome

Eppure, all’alba
gli occhi sveglieremo
ancora una volta,
presi d’assalto dall’insistenza
dei guaiti dei bastardi
dabbasso,
e di tutti quegli altri
che dalla vita hanno avuto
ancor meno del meno…
non una bottiglia di sbornia,
non un po’ di sale sull’Eterna Ferita
a ricordargli d’esser vivi
e dolenti col Sole e con la Luna

Scende la notte
e la città si accende:
vicoli, lampioni, portoni
gravidi d’una grama esistenza
che solo immaginiamo
in sogno e nemmeno;
domani poi
si tornerà a faticare

VIII. Ci si attacca alla morte come ci si attacca alla vita nel momento in cui doniamo al mondo il primo inutile vagito.

IX.

Se ha raccolto
l’Inferno la metà
delle lacrime
nei secoli piante
da chi in vita
e poi tosto dannato,
allora è luogo
dove i sogni
son segni d’Eternità
sulle schiene
dei condannati
che ai figli
hanno sol lasciato
i tristi loro fogli
nel tentativo vano
di spiegar loro
perché l’Addio
fu così feroce,
e più veloce
d’un lampo

GRANDE VUOTO

Dammi indietro il mio sitar,
i libri degli antichi saggi
e quel giorno di pioggia
che ti mancava una bugia
L’autunno ha preso casa qui
Quando sono venuto
te l’avevo detto che ero
di passaggio;
hai taciuto
invitandomi a radermi il capo
Ci siamo poi seduti
senza parlare:
fuori c’era aria di rivoluzione

Dammi indietro quel giorno,
il suono estatico del sitar
che insegnava all’anima
la ribellione e la comunione
Dammi indietro la saggezza
e tutto il Grande Vuoto dell’Universo
Quando sono venuto
non ho mentito,
ero una zucca vuota,
una fra le tante possibili
Ora ho bisogno di suonare,
di tornare sulla strada sotto il sole
Ho conosciuto tante malattie,
alcune mortali, e sono ancora qui
Ho visto piccoli uomini spaccare teste
e ho visto i loro stupidi becchini
Ho conosciuto un momento di pietà
per fermarmi a lungo in una distrazione
Ho visto monaci scivolare lungo il fiume
con la pancia gonfia d’acqua e il volto ammaccato
L’Universo ha impiegato proprio niente
per cadere nel suo Centro
Così ti chiedo di darmi indietro il sitar
Sono una zucca a metà e non vuota,
me l’hai insegnato tu immersi
nelle luci delle candele
Ma ora devo trovare il Suono Perfetto
che ci sollevi dalla Miseria
Fuori c’è più morte che rivoluzione,
non è tempo buono per la meditazione

I Beatles sono quasi tutti morti
I Rolling Stones sono neri dentro

O sì, sono così neri dentro
Tutti noi lo siamo
Dammi indietro il mio sitar,
le parole consumate degli antichi saggi
e quel giorno di pioggia
che ti mancava una bugia
per dirmi “ti amo”

SI SPENGONO LE LUCI

Piano,
in silenzio quasi,
si spengono le luci,
e si raffreddano gli animi
ma mai abbastanza, mai:
e bruciano, bruciano
– come marchi a fuoco –
sulla linea del tramonto
speranze e promesse
per accompagnarci
nel cavo della notte,
nella sua profondità
che sfida di Dio
l’eterna Luce
– la Genesi.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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