Oggi è un triste giorno, un triste triste giorno

Oggi è un triste giorno, un triste triste giorno

ANTOLOGIA VOL. 19

Iannozzi Giuseppe

lovers

Favola Bella

Favola Bella,
lasciami dormire
Io ho sonno
Sogno sempre un somarello
e un cammello
Mica lo so il perché
Però c’è
che mi piacciono
e vado con loro
a volte in groppa, altre no
E viaggio tanto ma tanto davvero,
tu non puoi nemmeno immaginare quanto
Così, ti prego,
lasciami qui, sul cuscino
col capo addormentato
perduto in chissà quali regni
e bordelli
Qui sono un cavaliere
Tengo una spada
e ogni secondo è più lungo dell’intera mia vita

Non ti chiedo poi molto,
lascia che riposi ancora un momento

Alla tua porta

La nebbia m’avvolgeva
in una coperta
che gli occhi tuoi avevano
tessuto perché più non trovassi
la tua porta aperta,
né battendo i pugni né tirando sassi

Ti volevo restare accanto
almeno per un altro momento
a costo d’inventarmi una scusa
e un inferno tutto mio dove giacere
Ti volevo far ballare fino a morire
Non ti potevo vedere
per quanto forte il battito nel sangue
– chiodi confitti nelle tempie
di luna e d’argento, e oramai dagli anni
quasi del tutto consunte

Consumato, più cieco dell’oblio,
tu al mio io non desti ricovero
né avviso; stracco, affamato, famelico
come lupo fiutavo l’aria,
e ogni respiro la gonfiava di più
di quella nebbia che tu mettesti sul mio passo
fino ad avvolgermi tutto

Distrutto,
incapace di sapere quali le mie orme,
la terra mi tremava sotto i piedi,
fino a che lingue di fuoco s’alzarono nude
con eco di risate per tagliarmi le rotule e la lingua
Poi caddi e nella cenere del mio corpo rimasi,
inerte, aspettando un soffio di vento
a portarmi via, per sempre via
Il tuo sospiro!

Buon sangue non mente

Figlio mio,
non ce la devi aver su con la Mamma
perché ci ha abbandonati
per andare incontro al suo desiderio
di stare per un po’ sotto un cielo sereno
a bere whisky e poi morire alcolizzata

Buon sangue non mente

Figlio mio,
è stata dura farti crescere
Avevi le gambe storte,
e te le ho raddrizzate
Avevi la schiena curva,
e te l’ho raddrizzata
Facevi i capricci,
e ti ho riempito di botte
Ti piaceva raccogliere fiori
per i prati,
ti piaceva un casino frignare,
e indicavi ora un colomba,
ora un diavolo
Ti ho riempito di botte,
e ti sei fatto uomo

Buon sangue non mente

Figlio, non è stato facile
starti dietro, farti crescere dritto
Hai conosciuto la verga dei marinai
e la frusta di vecchie sadomaso
Adesso il mondo ti odia
Adesso il mondo odia
E tu non lo soffri più
Adesso, adesso ti odia
Ti odia, ti odia, più di me, di me

Buon sangue non mente
Buon sangue non mente
Buon sangue non mente

E tu e il mondo
non siete ancora andati in pari
E non siamo ancora alla resa
dei conti, ancora non abbiamo pagato
Figlio, questa città è troppo piccola
per tutt’e due, e io oramai sono vecchio
Potresti liberarti presto e bene di me
E che ti resterebbe?

Il ricordo di Ma’
che se n’è andata sottoterra
E il mio ricordo che, in ogni caso,
sarebbe un’altra croce da portare
Ed è questo che vuoi?

Seppelliamo l’ascia di guerra
sotto questo cielo che piaceva a tua madre:
e insieme andiamo a puttane,
tu e il tuo vecchio, come fratelli di sangue

Buon sangue non mente
Buon sangue non mente
Buon sangue non mente

Preghiera per il Padre

Mi sveglio ancora
Ancora
nel cuore della notte
con il petto tremante
e la voce strozzata
che dalla gola
non se ne vuole dipartire
Mi sveglio ancora
come presa sotto
da zoccoli di cavalli in corsa

Mi sveglio ancora,
Padre
Non te l’avevo detto,
ma io sì, mi tormento
e il tuo volto estraneo
m’appare, lo posso toccare,
lo posso sentire sotto il calore
della mia pelle ch’era d’agnello
e che tu hai offeso
fino a farti odiare

Mi sveglio ancora
Ti ho davanti, Padre
E le vedo quelle tue mani
grandi come badili mulinare
E lo sento il dolore
di Lei che vola
più leggera d’una farfalla
per baciare infine il duro
pavimento
E le sento ancora vive
e vive più di ieri
le carezze della mamma
a calmare i singhiozzi miei,
e lo sento quel suo pianto muto
sul volto devastato preoccupato
di non vedermi piangere per lei

Padre,
non chiedermi di perdonarti ora
Posso solamente fare quello che sento,
restarti accanto fino all’ultimo istante
E poi continuare per la mia strada,
ogni giorno cercando
d’allontanare il tuo spettro
uguale a interminabile attacco di panico

Labbra di Ciliegia

L’hanno cantato
Lo spettacolo deve andare avanti
Ma io no, io non m’arrendo all’idea
e metto le pallottole in canna
Labbra di Ciliegia, ho già pronta la pistola
e in testa un lungo lungo tunnel nero

Non mi pensare sentimentale
Ho già visto tutto questo
– le Porte della Percezione
e il vecchio Dulouz piangere
Niente mi può oramai portare
a farmi il fegato
di dolcezza o di fiele
Certo è stata una sorpresa
scoprire una mosca nel whisky
proprio nel momento
che credevo d’aver tutto vinto
Non ci farò però su una malattia
Ha la pistola voce tonante
più forte cento volte della mia

Labbra di Ciliegia, tu ami tante cose:
lo sciroppo d’acero e quello di ciliegie,
il caffè caldo per svegliarti al mattino, il sole
e le stampe giapponesi di fiori, samurai e geishe,
e ami pure milioni di petali,
milioni di petali di ciliegio sulle onde del vento
Tu sì, ami molte cose
E forse hai ragione,
non avrei il coraggio di metterti in ginocchio
con un colpo: nonostante tutto il dolore
rimani pur sempre la bimba che ama,
che troppo ama vivere e tradire i sogni miei
Così non ti preoccupare, ho già scritto a ma’
perché quando non mi vedrà più
mi riservi un posto accanto a pà

Sono al di là dell’amore
Sono nel dolore, uomo d’onore;
l’amore non compra amore,
ma i danari sì, basta averne tanti
Così sono oltre l’amore,
forte abbastanza per aprirmi un tunnel
nero e cieco da tempia a tempia,
e debole abbastanza da perdonare
quelle tue labbra rosse, di ciliegia

Ti perdono ogni cosa di oggi, di domani
Non disperare per me, il caffè l’avrai domattina
come sempre: solo saranno altre mani a farlo
e saranno altre labbra a incontrare il tuo sorriso

Lo spettacolo deve andare avanti
Ma io no, io non m’arrendo all’idea
e metto le pallottole in canna

Labbra di Ciliegia, temo che…
ci sia una furtiva lagrima sul viso

Vieni come sei

Come incesto
a cielo scoperto
la felicità:
la vogliono tutti,
e tutti ne hanno paura
In fondo in fondo
siamo noi
vittime del futuro
che ci attende
oltre l’orizzonte
che i nostri stessi occhi
hanno segnato

Se avessi ori in abbondanza
ti comprerei felicità
e saresti tu felice,
coccolata
da fiumi di vodka e borotalco,
e dalla stanchezza d’un uomo
che ama
e amore non può avere
E se la violenza del mondo
imponesse un giorno ragione
su te, sul tuo bel corpo bianco
puro come petalo
dal vento strapazzato
per qui e altrove,
finalmente
quell’uomo capirebbe
che ci ha provato pure lui
al pari di tanti altri
a vender la Terra
al primo alieno di passaggio

Capirebbe d’esser
caduto in errore,
di non aver ancora abbastanza
per poter comprare te,
per prendere l’anima tua in blocco
e di dosso sciogliersi la stanchezza

Piangi per me

Piangi
Piangi quanto ti pare
Non sei la mia storia d’amore
Non sei tu la spina nel fianco

Piangi
Piangi perché mi piace saperti nel dolore
Piangi più forte
Non risparmiare gli occhi
Piangi finché non avrai più lacrime
Piangi
& piangi ancora, con occhi aridi
svuotati d’ogni umore
Piangi, non voglio sentire storie

Non ho bisogno di baci,
né delle tue mani nelle mie
Non sei il mio amore
Non sei altro che acqua e sale
che poi vien la pioggia e porta via
Non sei la canzone del mio jukebox,
né la beffa e la sberla del dolore
Sei solamente una fra tante
Puoi solo fare una cosa per me,
continuare a piangere

Puoi solo continuare a piangere
Non c’è altro
che m’interessi in questo momento

Immagina il tuo funerale e il mio
Immagina due casse da morto
che vengono ricoperte di terra;
e immagina tutti a ridere di noi,
di come l’abbiamo buttata via la vita
Non ti sembra abbastanza?

Piangi
& piangi ancora, con occhi aridi o no
L’importante per me è vederti piangere
Chi lo sa se ti stancherai mai
di morire ogni giorno un po’… chi lo sa!

Ricordando Carmilla

Oggi è un triste giorno, un triste triste giorno
Corvi, miei Neri Corvi, soli amici rimasti
Corvi, piangete tutte le vostre nere piume:
oggi è morta la più bella creatura, Carmilla

Si vantava così tanto della sua bellezza:
non passava giorno che non si facesse schiava
d’uno specchio di vetro o d’uno d’acqua
Passava le sue giornate a lucidarsi le chiome
Tutte le mattine si spogliava e faceva la doccia;
e mai mancava il Creato intero a spiarla
che d’ogni sua curva godeva, godeva e godeva
Oggi è morta bellezza, ogni pianto è vano
E però, miei Neri Corvi, piangetela
come mai avete fatto per nessun’altra creatura andata,
passata dall’altra parte, là dove Caronte aspetta
Piangetela, sbattete le ali in aria, invocatela
col vostro sinistro grido, lasciate che le piume
tocchino il suolo, volate al di sopra del sole
e oscuratelo: che nessuno guardando lassù,
possa mai più scorgere la luce, un’alba rasata
o un nevralgico tramonto, perché oggi Carmilla
è morta e non farà più ritorno in questi luoghi
che tanto cari le furono e che l’accarezzarono
con bocche di rovi e di rose più rosse del sangue

Si vantava così tanto della sua bellezza
E ora è meno del ricordo d’una fiammella
persa nel sapore scostante che tiene il vento

Quanto freddo il suo corpo, spettinato abbandonato
Non un alito di vita è più in questa delizia
che più d’uno spasimante desiderò fino alla morte
Non ha più respiro lei, il suo petto altero,
degno d’esser spremuto da turgide labbra d’amore,
adesso è piatto: par quasi un passero abbattuto
caduto nella trappola di tentare un volo in picchiata
per imitare dell’aguglia l’imperitura maestà
Le mani, così belle e sottili, riposano lungo i fianchi,
non soffrono un solo fremito, se ne stanno composte
Quasi degli artigli le unghie ancora lucide e lunghe,
oramai incapaci di soffocare uno sbadiglio o di nascondere
una risata; queste mani tanto belle così presto sciupate,
basta uno sguardo e poi un altro perché abbiano
della morte la più negra consistenza
E quel ventre, piatto, docile al tatto, ch’era tenero
cuscino per gli amanti, adesso non più, non più:
freddo più d’un ghiacciaio, desio più non istiga
così com’è, nel rigore che Tantalo gli ha donato
E le gambe da cerva, mio Dio!, sì rigide, innaturali:
paiono stecchi rubati a quelle croci che nei cimiteri
stanno a mantenere viva l’illusione che qualcuno
un tempo amò e soffrì al pari di noi
E i piedi, scalzi, che torno torno l’ellera divora,
delle viole hanno preso il colore: simili a moncherini
mettono paura a chi la terra la pesta perché lungo
gli sia il cammino e tarda l’ora dell’estremo riposo

Quant’è freddo questo corpo, senza più anima
Quant’è freddo, inutile, buono per una fossa di vermi,
ma non per chi ama e ancora vorrebbe amare
Solo l’amaro sulla lingua a tastare dolore
fra denti, gengive e infiniti sospiri d’addio

Corvi, miei Neri Corvi, più forte, più forte piangetela
Carmilla non è più di questo caldo mondo, oscuratelo
Togliete la vista a questo inutile sole che piove i suoi raggi
su questo corpo inerte, pallido, freddo, d’un freddo
che niuno può oramai più curare con l’amore o l’odio,
né con l’oro che il grembo della Terra ancor nasconde

Corvi, miei Neri Corvi, così umano il gracchiare
che dalle vostre gole sprofonda nella gola
di quanti oggi qui raccolti a porgere l’estremo saluto
a colei che amammo sopra ogni altra cosa

Gridate, sì, gridate la rabbia e il dolore dell’uomo
che l’ha perduta per sempre, perché Ade d’ora in poi
l’avrà in custodia; mentre noi, che su questa Terra
ci ostiniamo a restare, possiamo oggi solo adempiere
all’ultimo necessario Comandamento e scavarle tomba
che sia profonda, più profonda del dolore, una tomba
tanto profonda che la possa nascondere per sempre
all’occhio umano, che non sopporterebbe di vederla
nuda fra le braccia della putrefazione per far poi
a noi vivi dono d’un’assai macabra consolazione

Le spoglie mortali, all’aria esposte, non più delizia
Il tanfo si spande nell’intorno, ammorba i viventi:
la vista s’annebbia, disgusta quegli amanti che la vollero
per un’ora o per una notte intera, non uno la desidera più
vedere; solamente una la brama, una veloce inumazione

Oggi è un triste giorno, un triste triste giorno
Corvi, miei Neri Corvi, soli amici rimasti
Corvi, piangete tutte le vostre nere piume:
oggi è morta la più bella creatura, Carmilla

Oggi è morta la più affascinante donzella
Non ha più bisogno di vestiti né di scarpette
Non sente più bisogno di ridere o piangere
Non sente più niente, non sente più niente
Sorda e muta, una morta è, sorda e muta
Cieca, il buio le ha bendato gli occhi in eterno
Gli specchi, da lei tanto amati più degli amanti,
più non specchiano alcun rossore o pallore
A nulla serve infrangerli: sol piangono
vili coriandoli, che fra le dita s’insinuano
penetrando bene addentro ai polpastrelli
Così possiamo sol prepararle sepoltura,
chiudere bene la cassa e non tormentarci più

Il becchino già arriva con un sorriso vuoto di denti
Pochi i capelli, grigia aureola selvatica la commuove
il vento, la sbandiera ora a destra, ora a sinistra
quasi ci sia sotto la mano del diavolo; reca seco
una bara in noce massello, e dietro di essa l’eco,
la voce del Favolista del Paese; in mano reca un libro
aperto verso il cielo, uguale a una colomba pronta
a spiccare il volo da un momento all’altro
Il becchino se la ride mostrando nere fessure
fra le labbra sottili, che reggono un sigaro puzzolente
Al Favolista però non gliene frega niente e legge
ad alta voce, manco fosse a teatro a far baldoria

La trascina e basta il becchino la bara tutta impolverata
La terra presto la coprirà tutta: su un carretto a quattro ruote
fa un fracasso infernale, di catene, di fantasmi senza requie,
e cigola e s’incastra fra un ciuffo d’erba e un cocuzzolo di funghi
Carmilla è morta, nessun Dio o Diavolo potrà più ridarle fiato
E’ un giorno triste, per questo, miei Neri Corvi, volate
Annunciate a tutto il mondo che Carmilla più non è fra i vivi
Portate alle genti la tetra novella, raccontate di come è morta
senza un motivo, né un avvelenamento o malattia: dite la verità,
di come un giorno non s’è più svegliata, rapita nel sonno
con tutta la sua bellezza, simbolo d’una sanguinaria salute
E’ un giorno triste, molto triste, perciò andate per questi cieli
e gridatelo ai quattro venti che la Morte non conosce pietà
né rispetto; il nero delle vostre piume portatelo in lontananza
là dove s’ignora se ci siano esseri senzienti o Dioscuri
Oggi è il giorno più triste che sia mai stato partorito dal destino

Ed ecco che raccolti tutti attorno al molesto feretro
già per metà nella fossa calato, ploriamo noi le ultime lacrime
inventandoci un virgineo pudore; vengono creature,
perlopiù brutte, strane, senza senso capo né coda,
feccia dell’Inferno che si mischia a rari teneri scoiattoli
e ad altre più piccole e amorevoli creature; e il becchino,
che ormai il sigaro l’ha ridotto a un mozzicone, se la ride
Tocca poi alla pala di coprire la bara: di Carmilla
non serbiamo ricordo, così presto è accaduto, in un niente
l’abbiamo dimenticata, sporcandoci i fazzoletti
con quelle lacrime che ora, sì, possiamo ammetterlo,
con troppa foga le abbiamo sperperate; lei era bella,
non valeva però tutto questo cordoglio di gramaglie
I troll cachinnano mentre guatano le nostre figure
scomposte da buffi singulti che davvero non capiscono:
eppure come dargli torto, a chi ci osserva sembriamo
proprio una manica di pazzi senza null’altro da fare
che dar sfogo alla parte più ambigua del nostro essere

Però, miei Neri Corvi, voi volate, toccate i cieli
E scendete in picchiata, sui rami spogli appollaiatevi
e gracchiate a lungo sbattendo le ali, perché si sappia
che Carmilla è morta e con lei la bellezza del mondo

Oggi è un triste giorno, un triste triste giorno
Corvi, miei Neri Corvi, soli amici rimasti
Corvi, piangete tutte le vostre nere piume:
oggi è morta la più bella creatura, Carmilla

Pesanti palate di terra hanno ormai nascosto la bara:
di Carmilla niente è restato, un vago sentore
forse nell’intorno e in quella poca memoria
che anche il più onesto degli amanti s’appresta
a dimenticare, a dimenticare per andar incontro
a più fresche conquiste, virginali e pronte
a quel supplizio che si dà nome d’Amore e Passione

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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8 risposte a Oggi è un triste giorno, un triste triste giorno

  1. furbylla ha detto:

    Le porto da me.. fantastiche
    Cinzia

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Se speravi, se speravate di liberarvi di me, vi siete ingannati. 😉
    Grazie, Cinzietta. Porta dove vuoi, non può che farmi assolutamente piacere.

    Beppe

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  3. furbylla ha detto:

    accidenti mi è andata male ahahaha 😉
    Cinzia

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  4. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Ti annuncio che ti è andata male, che non metterò la testa a posto. 🙂 ah ah ah

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  5. Lady Nadia ha detto:

    Dico una stupidata se affermo che la prima parte potrebbe ricordare Lovecraft e la seconda, per forma e non solo, l’Odissea?
    Dimmi. Da metà in giù è un logorio psicologico, una visione malata. Ma è morta davvero o solo immaginazione?

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  6. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    La prima metà delle poesie sono nate dalla fantasia, e dai sogni anche, per cui sì, potrebbero essere degli incubi tradotti in poesia. No, non le definirei assolutamente lovecraftiane, non hanno niente a che vedere con l’orrore cosmico di H.P. Lovecraft.

    Ti riferisci a “Ricordando Carmilla”, giusto?
    Questa è una lunga poesia ma non malata, almeno lo spero. 🙂 Una poesia gotica, una rivisitazione del primo vampiro letterario, Carmilla per l’appunto. Mai letto Carmilla, il vampiro creato dalla fantasia di Sheridan Le Fanu? Se non l’hai letto, ti sei persa qualcosa. E’ un classico. Senza Carmilla, Bram Stoker non avrebbe forse creato Dracula. Ti dirò, Carmilla è un vampiro femmina, molto sensuale, e molto più ben riuscito rispetto a quello di Stoker.

    Nell’economia Feltrinelli lo trovi a un prezzo più che ragionevole.

    Sì, alla fine Carmilla muore. Non può non morire, perché è un vampiro e come tutti i vampiri che si rispettino anche lei deve rientrare all’Inferno. 😉

    Leggilo Carmilla di Le Fanu. Incontrerai un vampiro che ti stimolerà non poco. Te lo assicuro. Non è il vampiro un po’ ruvido di Stoker. Carmilla è un vampiro femmina, è molto sensuale, ed è “fortemente ambiguo”. Non ti dico altro. Ed è un caposaldo della Letteratura mondiale.

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  7. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Grazie a te semmai. ^_^

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