La prima volta che ti ho regalato una rosa

La prima volta che ti ho regalato una rosa

ANTOLOGIA VOL. 18

Iannozzi Giuseppe

William Shakespeare

Fianco a fianco

Fianco a fianco ci muoviamo
verso solitudine fra infinito e eternità,
per una verità
al di là delle possibilità
del cuore e della mente
Sulla cenere delle ère lasciamo
le nostre orme ora leggere, ora pesanti
Per plaghe ricche di frutti
Per deserti edaci dove il sole fa male
e la luna un freddo occhio
trapiantato fra il trono di Dio e la speranza
Per mari – profondi più dei nostri cuori –
di fondali abitati da Leviathan e da più negre creature
Attraverso sogni e incubi disperati
Così tanto, così, sempre fianco a fianco
reggendo la spada e lo scudo in mano,
dimenticando le risate dei bambini
e i rantoli dei vecchi alla loro ultima notte,
e non ancora è finito il cammino
né ci preoccupiamo di quanto rotte le ginocchia

Centinaia di anni insabbiati
e di culture sgretolate, come niente;
e noi non poi troppo diversi da ieri:
soltanto qualche ammaccatura qua e là
Verso solitudine ci muoviamo
Seppelliamo mostri e Crociati allo stesso modo
in una terra che appartiene al limbo estremo
del nostro pensiero
Fianco a fianco camminiamo,
più morti di tutti quei morti
che seppelliti e marcescenti
da un remoto recesso
dentro al nostro pensiero tentano indarno
di lanciarci eco d’avvertimento…

Io lo sapevo

Io lo sapevo sin dall’inizio
che alla fine ti saresti dimenticata
di chi t’ha amata, di chi ancora non osa
accettar la verità che tu oramai andata
per un altro amore, lontano lontano

Io lo sapevo sin dall’inizio
che la fine inizia dall’inizio
con la promessa in un “per sempre!”

Così crudele
e logica la realtà
Eppur ha da rimanere
incastrata là dove da un’eternità
riposa il pomo d’Adamo,
costretto da poca o tanta saliva,
per tutta la vita,
a un utile quanto noioso su e giù

Un giorno capirai

Non ti preoccupare, un giorno capirai
che gli uomini han tasche fonde
piene di sale, più spesso di sporchi avanzi
rubati a chi lungo disteso morente
senza manco più un fiato nei polmoni,
ma soltanto un’immensa paura
nello sguardo dilatato sull’incognito

Non ti preoccupare, domani saprai
che fanno in fretta i volti amati
a diventare grigi teschi tutti uguali
e tutti sconosciuti a chi li incontra
sulla sua via in cerca di nessuno
in particolare

Soldati

Siamo poi soltanto soldati
fra giarrettiere e brindisi
pronti a andare incontro
alla vita per morire da fessi

Milioni di baci

Bella Suzanne,
quanti milioni di baci
ti devo dare oggi?
Tanti, troppi; e di più
Riuscirai a raccoglierli tutti?
Riuscirai a soffocarli
con altrettanti baci?
O mi dirai
che non sono il tuo tipo,
che hai già un altro appuntamento
appostato tra il tramonto
e là dove il vento soffia
e soffia impetuoso
più d’ogni amante sognato
creduto per un momento,
per uno soltanto reale…

In questo Capodanno
che mette alle corde gli anni miei
In questo primo giorno
che ti confesso quanto vecchio
e quanto infiammato l’ardore,
tu da me fuggirai, lo so bene:
fuggirai oltre la linea
dove l’umano sguardo arriva
E delle tue delicate linee
mi rimarrà il ricordo,
un fantasma leggero
da disegnare nell’aria
con l’indice,
cercando invano di amarti
per il poco
che ho saputo essere per te

Diana
(Dea della Luna)

Strega, una strega sei tu, Diana
Sei il mio diletto, il letto in difetto
e il dispetto che porto in petto:
segnato e crociato come chi
monta l’asta e lo scudo in mano
per muover guerra ai Saraceni

Strega, una strega sei tu, Diana
Faccia di cera la tua, che il desio
mi dispera, ma che non disperde
l’essenza del viro che sono, pronto
a un postribolo nuovo ogni sera

Lascia che io ci sia

Dove vai, dove? Parti e via, parti, vai via
Guardo il cielo, c’è una goccia di sole
e c’è una goccia di pioggia, una lacrima
Dio comanda alle gambe d’andare
Dio comanda di lavorare per mangiare,
per fare all’amore – lavorare fino a quando?
Non ho orecchi, ho una bocca capricciosa
e il cervello sempre spettinato
che non si abitua mai alle ciminiere,
a tutto il fumo che vomitano nell’aria
Ma tu devi andare via, un’altra volta via
E io non ho armi per trattenerti,
né un giornale da leggere per ingannare il tempo
E quasi cado in tentazione,
quasi cado in ginocchio a pregare
affinché tu possa un giorno far ritorno da me

Dovunque tu vada, porta con te un po’ di me
Dovunque il viaggio della vita ti porterà,
lascia che ci sia anch’io al tuo fianco,
come un’ombra leggera
– da prendere a calci, calpestare, ignorare
Lascia solo che in qualche modo ci sia,
per una promessa di vita sotto questo cielo,
sotto questo cielo di stanchezze e tenerezze
Lascia solamente che ci sia, che ci sia

Occhi neri

La prima volta che ti ho incontrata,
l’ho capito dal tuo sguardo
che eri una strega: tacchi alti
e occhi neri e nudi, lucenti sì,
ma d’una luce nera presa dall’Inferno

La prima volta che ti ho regalato una rosa,
non hai battuto ciglio, l’hai presa in mano
e mi hai guardato strano; in quel momento
ho capito, ero fregato per sempre e di più

La prima volta che ho tentato di baciarti,
con uno schiaffo mi hai fatto volare lontano
dal tuo bel seno: cinque petali di fuoco
riposano ancora sulla mia guancia
Però le mie labbra ardenti non hanno perso
né il vizio né il desiderio d’incontrare
almeno per una sola volta la tua lingua

Ci sono state tante prime volte con te
Io ho sempre perso qualcosa, un dente
il cuore, l’anima, e mai la vita
nonostante tu ci abbia provato
a portarmela via con tutta la tua malizia,
vestendoti di nudità, di magia, di ambiguità
Ci sono state tante prime volte con te
E sin dall’inizio l’ho saputo ch’ero fregato

Strega, sei una strega: non sei cambiata
d’una virgola da quando ti ho conosciuta
Sei sempre bella uguale, sempre perfida
Lo stesso sguardo nero più del nero,
che viene dritto dall’Inferno e che sfida
degli uomini la saggezza e la stupidità

Sei una strega, con te ogni partita è persa
sin dall’inizio: avevo messo in conto,
pure questo; non smetterò però mai
di portarti di mia mano ogni dì una rosa,
una rossa rosa

Sui libri

Non posso dire
che i libri m’han salvato
la vita o restituito un briciolo
di quella fragile ingenuità
di quand’ero bambino
e per il mondo dei sogni vagavo
Non posso dire
che m’han dato identità
o dignità che già non avessi
negli anfratti dei cessi

I libri, i loro autori appartengono
a quella gran buffonata
che noi, con flebile serietà
ma di più con voglia assai
di truffare il prossimo,
chiamiamo poesia e umanità

Piccola geisha

Vuoi esser la mia piccola geisha
Senza parlare
mi fai capire che il mondo
mi appartiene,
che il tuo cuore è nelle mie mani,
che non ho nulla da temere
dalle tue carezze e dai tuoi sorrisi

Dici tante cose senza aprir bocca
Mi passi le dita sul volto contratto
in una smorfia di dolore,
e mi inviti alla calma,
a entrar nella santità del tuo corpo
per dar vita a un peccato d’amore
Perché le tue carezze non sono
per l’illusione

Mi costringi alla dolcezza
di non aver paura
mentre ti accarezzo i seni

Mi ami, come una bambola mi ami,
e il mondo si fa tutto nei tuoi occhi

Perdente
(1ma versione)

Ed ora lasciatemi
Ho bevuto il vino
e fatto fuori i bicchieri
uno a uno in un camino di fantasie,
e il mio cammino non è ancora finito

Ho guardato le carte
perdendo la posta in gioco;
ho perso le lacrime al tavolo verde
per continuare a giocare,
e quel che me n’è venuto
è una sera buia più del buio

Se nasci sotto la stella nera
non pensare di poter cambiare
Tutti hanno un motivo per ammazzare
e tutti possono sputarti in faccia
se nasci in una notte di buio assoluto
com’è accaduto a me e agli amici miei

Ora lasciatemi, devo far fuori
i demoni che vedo davanti a me
Devo farmi fuori, ballare nel loro cerchio,
dare il meglio di me perché tutto è finito
e sono stato io a volerlo credendo all’amore,
cedendo all’amore

Non sei felice

Non sei felice
Nessuno lo è
Ma qualcuno sorride
per accondiscendere
all’imperativo bisogno
d’aver un sogno
seppur di falso conio

Ti lascio il mio naso
da pagliaccio e il cerone:
ma non la parrucca
che mi gratto
con quell’unghia rossa
che m’hai pitturata

Se il mondo

Se il mondo fosse a immagine tua
non verrebbero su guerre o strazi d’autore,
né rosari e ossari da sgranare
Solo dominerebbe l’amore, il tenero latte
addormenterebbe degli uomini gli spasmi

Sei tutto quel che ho

Sei tutto quel che ho
Al mattino, all’alba
sogno che ci sei
Mi sveglio e sogno
a occhi aperti un raggio
di sole, uno solo
che la fronte mi bacia
Sei tutto quel che sogno
E i giorni passano via,
ma profumo d’incenso nell’aria,
e in strada le chiese in viola

Sei tutta la fede che so
Ho paura, sai
Ma sei tutto, tutto quello
che io egoista oggi amo,
sentire il vento che soffia,
che i capelli d’oro ti commuove

Se ti seguissi

Se nel sogno ti seguissi
tu lo rispetteresti
o mi diresti del mal di testa
per non lasciarmi
cadere in amore?

Nell’estate vive il seme
d’un’orgia di nere nuvole:
occhi di diavolo spiano
quanto forte la depravazione
e la bava
alla mia bocca legate
– una quasi santità impazzita
che dilania

Che mi dilania
pensandoti addormentata
in una culla tenuta d’occhio
da Ciclope

Fiore

C’è un uomo
che ti attende
o solo un sogno
che si fa fiore
fra la notte
e la solita follia?

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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