Storie di tutti i giorni fra fantasie e realtà

Storie di tutti i giorni fra fantasie e realtà

Antologia di racconti brevi o brevissimi

Iannozzi Giuseppe

beautiful blonde woman

Giovane e vergine, una bambola – Si pettinò i capelli, lunghi, biondi e serici. Poi si accarezzò il ventre morbido, caldo e vellutato.
Sul letto il vestito più bello, quello che mai aveva indossato. Ma nello specchio tutta la nudità, la verginità mai data ad alcuno, né per passione né per necessità.
Sul volto pallido una lacrima solitaria. Una sola, superbamente lenta, gravida di solitudine. Tutta la vita l’aveva sciupata per restare eternamente giovane! Lo sapeva, ora, in ritardo. Distolse lo sguardo dallo specchio. Doveva fare la pipì, come una bambina. Poi sarebbe morta. Poi sarebbe diventata fredda per sempre, come una bambola.

Il chiodo fisso – Hai ragione, mi lamento sempre: pure dei chiodi a piedi e mani dell’Unto. Ce li hanno messi che erano già presi dalla ruggine. Un lavoro o lo si fa bene o non lo si fa proprio. Credo bene che poi Dio s’è imbestialito più del diavolo, difatti dopo tre giorni appena a quel figlio hippy l’ha fatto scendere giù dalla croce con una pacca sul sedere, sussurrandogli in un orecchio: “Ora corri dalla Maddalena, altrimenti quella ti diventa puttana…”
E Gesù, tutto felice: “Padre, lei è proprio così! E’ per questo che lei è il mio chiodo fisso. A me mi piace la Traviata, me ne vuoi fare forse una colpa?”

Testimoni di G. – Rincaso, stanco, sfatto: due minuti dopo, driiin. Mi chiedo: “Chi cazzo è?”
Rispondo al citofono.
Oddio! Bestemmio, ma in silenzio e solo dico, con quanta più calma m’è possibile: “Agnostico, ateo, areligioso, in pratica completamente andato.”
E quelli erano uno e una: “…”
M’attaccano una solfa di quelle che manco Cristo ai suoi dodici discepoli o apostoli che fossero – o che credevano d’essere tra pesci e pani moltiplicati.
Glielo ripeto che sono ateo e agnostico e areligioso, ma quelli sordi da entrambi gli orecchi. Non capiscono mica. Allora m’affaccio alla finestra e mi mostro loro. Ecco, mi fissano, puntano i loro occhi su di me, si trovano di fronte il mio mostaccio scimmiesco. Tossisco nicotina e rabbia. Capiscono. Chinano il capo. Poi, sconfitti, battono in ritirata.
Io l’ho sempre detto che quando il pensiero non riesce a far capire, l’unica è tornare ad essere naturalmente barbari.

Mi monta il mio ragazzo – Stamattina mi sveglio, cerchio alla testa: troppe birre o, forse, poco sesso. Ecco, ce l’ho il cerchio e non è sicuramente paragonabile ad aureola d’un angelo. Il fatto è che c’ho sempre in testa l’idea fissa che, per me, la necessità è quella d’aver la moglie ubriaca e la botte piena. Mio fratello ha deciso di farmi fare un giro in macchina, perché dice che a forza di camminare consumo le suole delle scarpe: l’ho guardato strano, ma lui non ha fatto una piega, e subito m’ha invitato a salire a bordo. La macchinina c’ha le ruote quadrate, ma prende ugualmente le curve che è una meraviglia. Saluto con la mano le belle ragazze, mentre scivolano via dalla mia portata e invito mio fratello a non premere troppo sull’acceleratore.

Una bionda mozzafiato sta attraversando sulle strisce pedonali, mentre noi aspettiamo che il semaforo ci dia il via per continuare la nostra folle corsa. E’ bella davvero, e non posso fare a meno di gridarle, con tutto il fiato che c’ho nei polmoni, almeno una genuina volgarità: “Ciao bella bionda, beato chi ti monta!” E lei, gettando leggermente indietro la testa orocrinita, tutta divertita mi grida: “Mi monta il mio ragazzo, attaccati a ‘sto cazzo!” Mio fratello scoppia a ridere e pure io; e nell’intanto il semaforo s’è fatto buono per noi, e così la macchinina via veloce a incontrare altre meraviglie.

Prende a piovere, all’improvviso, una pioggia sottile sottile: le ragazze allarmate fuggono a cercare riparo sotto la pergola d’un’edicola o sotto a una più modesta tegola d’una comune abitazione. Dio, quanto sono belle tutte quelle gambe seriche e leggere che sembra danzino nella pioggia. Potrei morire per una visione così. Potrei dirmi in paradiso per finire sotto i loro teneri piedini eccitati. Apro i finestrini, li apro tutti e invito ogni bella a salire in macchina, a farsi un giro con noi. Ma niente. Però ridono: sono ninfe, sono vergini, tornano bambine, perché la pioggia lava via il passato dai loro cuori, o forse è solo la manifesta illusione del cuore d’un poeta pensare che sia così. Il cerchio alla testa me lo son quasi dimenticato: però c’ho sempre l’idea fissa, la solita, moglie ubriaca e botte piena. Un raggio di sole squarcia le nubi: non è divino, è solare, e si riflette nelle pozzanghere. E intanto la macchina continua a correre veloce. Oh, tutto è così follemente bello e veloce. Tutto è così bello che non c’ho proprio voglia di mettere la testa a posto, di farmi saggio.

Il destino di un figlio – Quando Carlo varcò le porte del Pronto soccorso, i paramedici già sapevano che di lì a poco avrebbe tirato le cuoia. Non era il primo caso, e non sarebbe stato l’ultimo.

L’ambulanza era arrivata nel giro di pochi minuti, che avrebbero potuto fare la differenza se solo ci fossero state delle speranze o un Dio in cui credere sul serio. L’avevano raccolto dal letto d’asfalto così come si raccoglie un uccellino ferito, con una delicatezza piena di commozione.

Gli avevano tagliato la strada e Carlo era volato dal motorino, che da tempo usava per recarsi in Facoltà dove sudava sette camicie per diventare un bravo chirurgo. Figlio di due poveri contadini già avanti con l’età, Carlo aveva deciso di diventare un dottore il giorno in cui sua madre, Giovannina, aveva avuto il primo infarto. La donna se l’era poi cavata, ma Carlo non aveva mai dimenticato il senso di impotenza e frustrazione che aveva provato di fronte alla madre più di là che di qua: quel giorno aveva giurato a sé stesso che lui avrebbe imparato a salvare delle vite umane.

Era rovinato a terra, adagiandosi su un fianco.
Non si era fatto male sul serio.
Ma mentre tentava di rimettersi in piedi, una macchina, sbucata da chissà dove, l’aveva catapultato in aria. E subito era schizzata via, con il cofano ammaccato sporco di sangue.
Il colpo era stato fracassante.
Non era robusto, Carlo. Non più di cinquanta chili.
L’auto l’aveva centrato in pieno.
L’impatto era stato così tanto forte da fargli volare via il casco.
Quando i paramedici lo raccolsero da terra, subito scossero il capo: trauma cranico, diverse costole rotte, un braccio e le gambe spezzate in due. E con tutta probabilità chissà quali disastrose emorragie interne erano già in atto.
Lo raccolsero facendo attenzione a respirare piano, timorosi quasi che un fiato di troppo avrebbe potuto spezzare per sempre la vita del giovane.
Lo conoscevano. Qualche anno prima erano stati loro a portare Giovannina, la madre di Carlo, in ospedale dove, per puro miracolo, l’avevano strappata alla morte.
Lo sapevano che il ragazzo non ce l’avrebbe fatta. Lo caricarono sull’ambulanza e partirono a sirene spiegate.
Mentre lo portavano, Carlo ebbe un arresto cardiaco.
Lo rianimarono.
Non lo sapevano neanche loro come c’erano riusciti, ma il cuore di Carlo aveva ripreso a battere.

A Giovannina non avevano avuto cuore di dirle che suo figlio era grave.
Le avevano detto soltanto che aveva avuto un piccolo incidente.
I due vecchi genitori attendevano posteggiati in sala d’attesa. La madre si tormentava e pregava stringendo il Crocifisso al petto. Pregava Dio perché salvasse suo figlio. Pregava il Dio Padre perché operasse quel miracolo che lui, nella sua smania di grandezza, a Gesù aveva negato.

Colpo di rasoio – “Voi di sotto, all’Inferno…” E’ un silenzio quello che Loro urlano.
Che c’è? baccano? E’ solo uno stupidissimo party. Non c’è nessuno, solo poche anime, io e quattro suore di carità.
“Piantatela con tutto questo silenzio! Non lo reggo più. Voi dei piani alti, voi vi credete forse in Paradiso? credete davvero di poter rompere le scatole a ogni cristo, a tutte le ore del giorno, con questo cazzo di silenzio?”
Loro tacciono. Non m’aspettavo una risposta diversa dal solito silenzio che so da troppi anni.
Sorrido. Metto su un disco, un trentatré giri: aggiusto la puntina, qualche scricchiolio, poi la voce calda, di rasoio, di Leonard Cohen comincia a riempire la stanza.
Tu mi vieni incontro: sei vestita bene. Ti sei vestita da suora, però hai i tacchi alti e la gonna ha uno spacco che lascia immaginare – che fa star male.
“L’hanno beccato Alfred?”
Non ti rispondo, perché non lo so. Però ti offro un bicchiere di buon vino rosso. E tu scoppi in una risata che è un colpo di rasoio per la mia anima.
Bevi tutto il vino, fino all’ultima goccia. Mi restituisci il bicchiere vuoto. E’ così triste per me. E’ vuoto, totalmente, come se mai fosse stato riempito. Se solo m’avessi lasciato una goccia di rosso vino, quanto sarei stato contento non lo puoi immaginare. Ma io sì. Immagino troppo, è questo il problema.
Prendo il cordone che ti lega alla vita – che ti lega la vita. Tu, con uno sguardo, mi fai capire che non è per me. Che non fa per me.
“Ci sono le mie amiche, tre per l’esattezza…” Ma lo so che è una bugia. Lo so che lo dici solo per tranquillizzarmi. Io volevo soltanto te, la quarta. Le altre tre sono una finzione, lo so.
“Si prenderanno cura di te, non ti preoccupare.”
“Sì, forse hai ragione”, acconsento alla fine, ma solo per farti credere che… Ah, non lo so che cosa ti vorrei far credere. Però tu mi sei davanti, e lo spacco s’allarga e le tue bianche lunghe gambe non posso fare davvero a meno di notarle.
Il disco è finito. Perché c’è tutto questo silenzio? Non lo desidero, non per me.
‘Toglimi da questo imbarazzo. Spogliami dell’anima’, penso e sono già morto.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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