Per colpa della bellezza non credesti in me

ANTOLOGIA VOL. 10

Per colpa della bellezza non credesti in me

Iannozzi Giuseppe

Salomè

Salomè

Era logico che portassi via l’amore,
che mi lasciassi il freddo del marmo
delle tue cosce lisce, dei tuoi seni duri
Non è stato facile accettare
che saresti stata presto d’un altro
D’altro canto non hai mai avuto problemi
ad allacciare nuove relazioni pericolose

Hai ancora quel ritratto
che ti vede coi capelli al vento
e la guerra alle spalle?
Hai ancora quel disco graffiato
che mettevamo su per fare all’amore?

Tutto s’è perso così facilmente
Sembra impossibile ma devo accettare
che sei d’un altro più perverso di me

Tutto s’è spento per colpa della bellezza,
della consapevolezza che gli amanti
non ti sarebbero mancati con scorte di ori
E io avevo da offrirti solo la mia testa,
e il mio cuore, poco in verità, Salomè

Poesia bianca

Non guardarmi
(non lo sai quanto amo)
Non toccarmi
(non lo sai quanto odio)
No, non credermi come sono
Lo sai che il foglio resta bianco

Intervallo I

Vennero giù
scortando legioni
di solitudini,
tenendo alta la croce
di un dio bambino

Vennero qui
per mettere all’asta
il feto e l’aborto
che siamo

Intervallo II

sono tornati su
dove ogni anima
è solo un’anima persa,
un panico tra bianco
e nero – uguale intervallo
invisibile fra i denti
d’un pianoforte

Intervallo III

se solo sapessimo
accettare il prima
il dopo,
se solo sapessimo
riconoscere
che nostra età
è tumore asportato
con imprecisione
chirurgica,
l’attacco di panico
– che produciamo
grattandoci via
la viva pelle
con unghie di morti –
sarebbe almeno
una quasi santità
spezzata a lutto
infinito

Intervallo IV

guarda dentro chi sei,
sabbia, e oasi
di sangue negli occhi:
una fatica sulle spalle,
fra scapola e scapola,
che affonda sempre più,
nel nome di quel tuo Gesù
uguale a eterno tradimento
– a fraterno divertimento

così la cortesia della Morte,
quasi mai sincera, eppur forte

Spegnersi

ci spegniamo
non perché la felicità
evanescente
o perché la tristezza
sconveniente

ci spegniamo
e lo sappiamo
proprio come quando
ci innamoriamo
perdutamente

Sulla Luna lassù

Non riesco ancora a credere che sia vero
Eppure me ne dovrò fare una ragione,
gettare il senno sulla Luna lassù
e far delle stelle un’eternità di pianto

Quella mattina, se solo l’avessi intuito
E invece
i tuoi occhi felici non lasciavano spazio;
come potevo arrivarci che l’avresti fatto?
Dal Sahara al Mar Rosso fino in Tibet
Per così tanto ti ho cercata,
per darmi la possibilità d’un’altra vita
Ma non d’una nuova verità

Non riesco ancora a capire
Trovo il tuo cuscino col tuo odore
Ricordo il tuo sapore, ce l’ho in bocca
e brucia lo schiaffo sulla guancia
Ma tutto è perduto oramai

Preghiamo perché mai noi

Meno di fiera da bestiario
quell’uomo
che sulle donne leva le mani
menando al cielo peste offese,
spogliandosi presto dei pantaloni,
gridando che lui l’unico, il Padrone.

Dio o no, preghiamo perché mai noi
un domani uguali ai nostri padri,
vecchi coglioni pieni di boria fascista.

Preghiamo insieme

Preghiamo
Preghiamo insieme
e le mani giungiamo
Invochiamo
la vergine critica
e un santo che valga
almeno il nome
che porta

Preghiamo
fra fuochi fatui
e tombe divelte:
domani
uno scrittore risorgerà
e sarà come Lazzaro
o giù di lì
In ogni caso
un miracolato,
senza nevralgie odontoiatriche
né disturbi della personalità
Senza una personalità multipla
scissa in serial killer
e giallista professionista

Preghiamo
perché una volta per tutte
abbandoni la frigidità,
il cadavere anonimo giacente
all’oscuro dei fatti
in un buio vicolo milanese,
di piscio e vino puzzolente

Preghiamo
e pentiamoci
per aver dubitato
che il morto ammazzato
non potesse più tornare
dall’Aldilà
a tirarci per i piedi
nelle notti in bianco
con lo sguardo sepolto
sulla pagina vuota

Tu così frigida

Depressione e tristezza, così da cliché
Vorrei poterti dire che ho fatto un ballo
Che in giardino mi sono disteso sull’erba
a guardare le stelle, invece dalle stelle
alle stalle

…la verità è che avrei bisogno di…

Facciamo che te lo spiego un’altra volta
Sono troppo depresso per parlarti di me
per l’ennesima volta e poi lasciar cadere
lo sguardo sulle tue gambe mute e chiuse

Mai credesti in me

Mai credesti
che fossi nel giusto,
così insinuarono
ch’ero troppo vecchio
per una ragazzina
Mai credesti in me,
neanche quando fecero
del mio occhio destro
un’orbita vuota

E venne il giorno
che venti e onde
dai loro letti si sollevarono;
fu così che fui infine libero
di non tornare da te per giocare
la mia ultima carta

Che bella nudità

Che bella nudità,
che bella schiena
Vien forte la voglia
di menar carezze,
di lasciar scivolar
sul collo le dita
fin su a lambir
dei capelli la seta

Negli occhi
non mi guardi mai
quando ti chiedo
di che segno sei;
immaginare,
solo immaginare
quali stelle
il volto tuo illuminano,
solo immaginare
la bocca tua carnosa
da mordere, da baciare

Vedrò mai
l’angelico tuo ovale?
Accosterò mai
le labbra mie di satiro
alle tue di Dea?

Sempre ti nascondi
Così nel tormento
mi consumo
danzando e cantando
sotto la luna piena,
menando la coda
insieme ai miei consimili
al par di me disperati

Almeno un perché

Capelli di Grano,
tra le onde sguazzi
giocando tra sorrisi e lazzi,
dimenticando la conchiglia
che in un giorno d’inverno
ti regalai perché mai lontana
ti fosse la mia pallida eco

Non credi che
almeno un perché
avresti potuto schiaffarmelo
in piena faccia?

Capelli di Grano,
questa triste canzone
che or ti canto così blu
te la canto ricordando
l’incanto dei tuoi occhi
nei miei occhi
dal mio buio quaggiù

Non credi che…
Non credo che…
Oddio, ma perché!

Inutile, lo so, tornare
fra la paglia e il fieno,
a com’eravamo ieri,
giovani e fieri

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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