IL MONDO DOPO L’UOMO BIANCO

IL MONDO DOPO L’UOMO BIANCO

Iannozzi Giuseppe

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Era un negro. Uno dei tanti. E odiava chi lo pigliava per i fondelli chiamandolo uomo di colore. Aveva passato la cinquantina, ma era ancora in forze. Se solo avesse potuto radersi e darsi una sistemata avrebbe fatto la sua porca figura in società, o in quel poco che ne restava.
Il sole era alto e tutt’attorno c’era il deserto che ormai conosceva da troppi anni.
La società era andata a farsi benedire tanto tempo fa, e lui aveva smesso di prendersi cura di sé.
I bianchi erano quasi tutti morti di tumore, e i pochi che erano sopravvissuti erano i più stronzi.
I negri erano diventati la razza dominante, avevano tutta la Terra su cui camminare. Già! Un enorme pianeta di sabbia rovente preso d’assalto da un sole luciferino.
Qualche arbusto ce l’aveva fatta a sopravvivere.
E anche qualche chiesetta sperduta, come quella che adesso Kid si trovava davanti agli occhi. Era una di quelle tirate su dai bianchi, ci voleva poco a capirlo, tutta bianca, e il crocefisso di ferro in alto sul campanile.
Era tentato di entrare: forse avrebbe trovato una spruzzatina d’acqua nella bacinella per le benedizioni. O forse solo un prete bianco che gli avrebbe fatto la predica per poi allungare la mano, come tutti gli elemosinanti in odor di pederastia.
Avrebbe corso il rischio. Ci aveva fatto il callo a spezzare le mani troppo lunghe.
Entrò. Dentro l’aria era insopportabile, puzzava di putrefazione.
La navata era vuota.
La luce penetrava attraverso bifore scalcinate, ciononostante sul pavimento stava una sorta di pulviscolo, spesso e grasso.
Kid gridò qualcosa. Fu il suo un urlo belluino, che gli restituì la sua eco.
Non c’era né un’acquasantiera né un pitale con un goccio di piscio.
Tutto secco.

Sotto i piedi le assi scricchiolavano, pareva di schiacciare scarafaggi, e forse era proprio così.
Un ometto calvo, curvo, con la pelle devastata dai tumori, gli apparve davanti, dal nulla.
“Sei tu il prete qui?”, sputò Kid per niente impressionato.
Quello gli fece un cenno affermativo con la testa.
“Acqua?”
L’ometto scosse vigorosamente il capo.
“E da mangiare?”
Un altro no.
“Allora credo proprio che la visita sia finita.”
“No, aspetta, te lo faccio succhiare.”
“Non sono uno di quelli.”
”In qualche modo devi nutrirti. E’ nutriente il seme. Se vuoi sopravvivere… non c’è altro pane.”
“Sei un pervertito.”
“Sì, è vero, Dio lo sa bene che lo sono. Non sono pentito. Tu metti qualcosa nello stomaco e io sfamo il mio vizio. Ci guadagniamo entrambi.”
“E’ così che vai avanti…”
“Ne avrò ancora per poco.”
“Questo lo vedo. Sei messo proprio male.”
Rimasero in silenzio, bagnati solo dalla luce.
“C’è puzza di morte qui.”
“Tu, negro, la senti subito.”
“Kid.”
“Kid, d’accordo. Il negro Kid è un uomo fortunato.”
“Arriva al punto.”
“Ho seppellito tutti. Molti non li ho nemmeno più seppelliti. Tanto sarebbe stato inutile.”
“La peste…”
“Non attecchisce. Fa prima il sole a bruciare i cadaveri che io a seppellirli. Dopo due giorni non c’è più niente. Solo ossa bianche.”
”Il sole non divora la carne così in fretta.”
“Con l’aiuto degli uomini, sì.”
“Antropofagi.”
“Come siamo istruiti!” Poi tossì vivacemente. “Fottuti cannibali”, aggiunse dopo essersi ripreso.
“Cannibali e succhiacazzi, questo il mondo che ci avete lasciato.”
“Abbiamo fatto degli errori. E abbiamo pagato.”
Kid tirò su con il naso. “Credi che noi negri diventeremo la razza dominate? Mi fai ridere. Prima o poi le radiazioni uccideranno anche noi, è solo questione di tempo.”
“Voi siete più resistenti, vivrete più di noi in ogni caso.”
“Magra consolazione.”
Kid gli diede le spalle e s’incamminò per uscire dalla chiesa.
“Sei tu quello a perderci…”, bofonchiò il prete.
“Non ne avrai per molto!”, gli gridò Kid, con rabbia e disprezzo.
Davanti a sé aveva montagne di sabbia, qualche arbusto, e carcasse, e ossa bianche.
Si tirò su il cappuccio ben bene sulla testa per ripararsi dal sole. Prima o poi avrebbe dovuto procurarsi degli stracci nuovi, spogliare un cadavere che non fosse già stato spolpato dai cannibali.
Era un negro. Però, anche se i bianchi erano ormai la minoranza, sentiva ancora nell’aria la puzza delle loro bocche che dal passato lo chiamavano uomo di colore.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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2 risposte a IL MONDO DOPO L’UOMO BIANCO

  1. Lady Nadia ha detto:

    E’ una visione terribile. A differenza dell’altro brano distopico che ho letto qualche giorno fa, questo, per fortuna è meno profetico. A mio avviso però, contiene delle metafore
    Sbaglio?😉

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Decisamente, non lo nego. E’ un racconto distopico che non lascia nessuna speranza, neanche la più pallida. Alla fine si capisce che l’umanità, presto o tardi, si estinguerà. Non penso si arriverà a tanto, a fare quello che ho descritto nel racconto, anche perché in caso di una guerra atomica non sopravviverà nessuno, o comunque a sopravvivere saranno pochi; e questi pochi diventeranno un numero uguale a zero per via del fallout nucleare.

    C’è una accusa, neanche poi troppo velata, nei confronti di chi ancora oggi usa fare distinzioni razziali in base al colore della pelle, questo sì; il resto è facile dedurlo leggendo il racconto.

    Fantascienza, null’altro che questo. Ma non si sa mai. Alcuni libri di fantascienza hanno anticipato il futuro. 😉

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