ANTOLOGIA VOL. 7

ANTOLOGIA VOL. 7

Iannozzi Giuseppe

candle

Morente

ci spinge l’ignobile notte
a fare a botte solamente
con l’ombra nostra,
sotto un fugace chiaro

di luna morente

Mancamento

Mancano le voci
come ai morti
sepolti
Mancano i seni
e un ventre di vita
Manca un giaciglio
o una tomba profonda
Manca un rullo di tamburelli
o un taglio cesareo
Manca così tanto
in questo mondo
che s’affanna a stuzzicare
la bocca degli affamati

Non v’è pietà che resista
per il tempo d’un momento,
così si sta ad aspettare
che passi altrove la luce,
perché sia finalmente la notte

Tiranno

Adesso più non ho lineamenti gentili:
nascosti sono
nel folto della barba,
tornati in verginità sono.

Sì, sono stato un Tiranno,
sono stato la biografia morta di Lenin,
la pazzia sconvolgente di Dionisio per Arete.
Sì, sono stato un amante senza spiagge
dove riposare le membra stanche.
Sì, sono stato un Giocattolo
come ogni uomo che non si rispetti,
che si rispetti.
Sì, sono stato accusato di e poi ancora di,
seppellito in una giostra di emozioni,
ma erano le mie,
le mie preghiere.
Ma io ancora non sapevo,
non sapevo
quanto potesse essere donna
una donna che vuol essere.

Sì, sono stato una Colpa,
sono stato il peggio del peggio,
la semplicità d’esser ingenuo.
Ed ora, ora che tutto so,
ora che tutto ho compreso di me,
di te,
e che niente più mi sconvolge
dovrei gridare e bestemmiare.
E un po’ l’ho fatto,
tradendo l’orgoglio mio in una fragilità
che tu mai avresti dovuto conoscere.

Sì, tradito mi son sentito
dal silenzio. Dall’indifferenza.
Ma io ancora non sapevo,
non sapevo
quanto potesse essere donna
una donna che vuol essere.
Io gridavo, gridavo sempre troppo,
era un gridare “ti amo”
pur accusandoti di questo e quello.
E non l’hai capita mai
la mia disperata tenera disperazione.
Non l’hai perdonata.
Non l’hai dimenticata.
Hai però presto dimenticato,
nel tempo d’un niente,
il mio nome.

Sì, adesso sono Il Tiranno,
il solo da solo.

Sì, adesso sono il Bacio della Morte,
Farfalla in Volo
nell’Anima, quella mia.

Sì, sono Il Tiranno
che nulla rimpiange.

Adesso più non ho occhi:
ciechi sono
nel buio che ho fatto mio;
o, forse, tornati in verginità sono
nel buio accecante che m’invade.

All’infinito

Si tende all’infinito assoluto
che è sempre insoluto.

Non c’è sorriso su questa spiaggia
per la donna solitaria plagiata dal mare:
le onde, la barca arrovesciata, il cielo.
E lei,
e lei…
la sua schiena par quasi penetri
lo scheletro dello scafo,
ma i seni puntuti sfidano il cielo.
Peccato non li possa lei godere:
c’è la notte a coprirla
con la sua profondità.

E si tende all’infinito.

Rosa pelvica

Ti disegno con la mente
Ti disegno con le mani
Ti disegno col nero
Ti disegno con altro nero
Ti disegno con l’oro
Ti disegno le labbra con un po’ di rossetto
Ti disegno gli occhi con i miei
Ti disegno con le mani i seni
Ti disegno con le mani le spalle
Ti disegno con le mani il fondoschiena
Ti disegno con le mani le gambe
Ti disegno con un bacio l’Inferno dantesco
E ti mangio,
Rosa Pelvica

Ti spoglio con la mente
Ti spoglio con le mani
Ti spoglio perché ti ho disegnata
Ti spoglio con il mio corpo sposandolo al tuo
Ti spoglio così, semplicemente complicato
E, senza pietà, ti mangio

8 giugno 2004
(scritta al buio d’una candela!)

Dove, dove i tuoi occhi che m’
allagavano la vista?

E’ perché
voglio te.

Ti chiederai perché, perché il
vergine giglio
riposa stanco nel bianco; ti
risponderò che ancora ho sete di
latte, di
vita.

E’ facile amare la
lontananza che ora ci
separa.

Strinsi le tue mani nelle mie perché non
fuggissero in volo per
palpare la perfezione di
due gabbiani.

E’ facile separarsi,
è facile amare il sogno – il segno – che
imprigionò speranze nei miei
occhi spenti ora che
parlo facile.

Giochi, giocherai ancora me? o
la solitudine?
Dove, dove il tuo sorriso che
mortificò il primo bacio?

Bevo come sai il caffè,
fumo come sai la sigaretta, mi
perdo nei sapori che
amai dalla tua bocca con
semplicità, perché
ero povero
– e lo sapevi – e di altro non
potevo farti dono.

Cara Amica, qualche volta ci penso a
com’eravamo: le
strade gridavano confusioni ora
allegre ora mute, ma noi
si rimaneva così:
occhi che
tacevano
cercandosi
prima che
fosse troppo tardi
godere l’abbaglio in una lacrima di
febbre animale nel sole di F.

Ma dove, dove quell’istinto che non ci
diceva vinti?
Riposa nel pallore del giglio, sul tuo
cuore,
petto palpitante d’
ostinata femminilità.

Dove, dove i tuoi occhi che m’
allargavano la vita?
Ti chiederai perché,
forse,
perché t’
immagino così, ma
risposte non ho, ho solo quella
vergogna che
provasti vedendomi commosso mentre il
treno tagliava via l’
ultimo nostro abbraccio.

Amica, ti dirò che la tua
durezza non l’
ho mai creduta ma l’
ho amata
urlando silenzio.

Amore, solo Amore, ti dirò che
fu necessario ogni urlo,
ogni scorrettezza, altrimenti t’
avrei persa per
sempre, anche nel
sogno.

Sì, lo so, ignori perché,
o forse pensi che
sono il solito casinista che
cerca impossibili giustificazioni, ma
credimi se ti dico che
esistono risposte che
è meglio tacere in
nome dell’Amore.

Amore, solo Amore, ti dirò che non t’
ho mai creduta quando
dicesti che
“adesso è meglio”, quando mi
rimproverasti che
“non senti necessità di parlare con me”, quando per un
momento piangesti
dicendomi addio senza che
io lo volessi – lo vedessi – accettare
veramente.

Così, dove, dove i tuoi occhi?
Crudele, tenero Amore,
giocherai ancora con me, con l’
imperfezione di
queste mia che non
risolve
ciò che
siamo (stati) l’uno per l’altra?

Stamani ho comprato un giglio e
Dio l’ha illuminato o quasi
per strapparmelo di mano con
carezza di vento, ma l’
ho trattenuto e difeso perché
potessi almeno scrivertelo
che amo così:
con una lacrima
e una spada conficcata nel petto.
Perché è la tenerezza che so.
Perché è la forza che ho.
Perché crudele così
è l’amore che
amo e che
so uguale al mio.

E tu
dal lontano silenzio che t’
ama più di quanto sia stato capace io, tu
risponderai:
“senza speranza”.
Poi
chiuderai quel libro che proprio non ti
riesce di leggere tutto e non
penserai più che queste
parole le hai lette prima di
andare a letto.
E
domani sarà un altro giorno
terminato in un
bianco giglio per i tuoi occhi
lontani da me.

Amica, Amore,
sai, sono ancora uno
stupido ragazzo, ma
già lo sapevi.

Amica, Amore,
sai, sono ancora
uno stupido ragazzo,
ma già lo sapevi.

Amore, sì, tu lo sai
che…

Costole dannunziane

Devo dunque tener duro,
continuare a dire in giro
che non sono pazzo,
che sono solo un ragazzo.

Per Dio,
D’Annunzio chiama
e già nutro tema
che una costola o due
me le farà fuori.

Bella stella

Se oggi ti dicessi bella
domani uno schiaffo,
poco ma sicuro;
e allora taccio come quel poeta
che le stelle alte in cielo mira,
in silenzio
per sua squisita commozione

Poeta e matto

Se vero è che le donne
amano i poeti soprattutto,
alla corte del primo Re
mi faccio il suo fedele Matto

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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