Diciassette sfortune – Racconti brevi o brevissimi

Diciassette sfortune

RACCONTI BREVI O BREVISSIMI

Iannozzi Giuseppe

charlie brown

UNO – La piazza gremita urlava rabbia. Nel generale sconquasso cercava l’occhio perso in un’allucinazione, ma subito fu un’altra manganellata. Poi, sol più il buio dominò l’occhio rimasto spalancato nel distorto fermo immagine dell’accaduto.

DUE – Chiuse il quaderno. Non ebbe più nulla da rimpiangere. Ma gli rimase il rimorso: il troppo inchiostro impiegato per scrivere pensieri. D’ora in poi avrebbe sol più pensato di scrivere e strappar via ragnatele dalla memoria per deporre origami sul suo corpo addormentato.

TRE “Ciao!”
“Come stai?”
“Come sempre.”
Silenzio.
“Ma bene o male?”
Sorrise il figlio alla vecchia madre, mentr’ella attendeva risposta. Ma solo ottenne altro  silenzio. Le doveva bastare, per sempre.

QUATTRO – Faceva freddo: la neve era tanta e i piedi affondavano nella sua verginità. Il cielo grigio gli piaceva: era come la sua anima. Si sentì felice. Continuò a spiare i volti dei vecchi che correvano a nascondersi in chiesa. I soldi per un caffè caldo ce li aveva. Ringraziò il Cielo ma non Dio.

CINQUE Odiava il padre, la lingua che menava la sua giovane schiena: non sapeva quante strie, ma tutte bruciavano. Troppo giovane perché non si ribellasse, perché non uccidesse il pomo d’Adamo che l’aveva originato in un inganno per dirlo al mondo ‘bastardo’.

SEI – “Sei un deficiente!” – così aveva urlato addosso al compagno, ma tenendo bassa la testa quasi timoroso.
“Non meriti risposta. O insulto.” – si limitò a sentenziare l’offeso, ma a testa alta senza assumere atteggiamento di superiorità.

E si separarono. Per sempre.

SETTE “E’ stato un completo disastro.”
“Solo perché non hai voluto darmi retta.”
“Adesso la colpa sarebbe mia!”
”E di chi altri, allora?”
“No, non mi puoi fare questo.”
“Io non ti sto facendo proprio nulla. Hai fatto tutto da solo.”
“Come sarebbe a dire?”
“Ci sei andato tu a letto con quella. Mica io!”
“Sì, ma tu me l’hai presentata quella.”
“Ma ti ho anche detto chi era e cosa voleva.”
“Avresti dovuto dirmelo meglio.”
Entrambi rimangono in silenzio. Riflettono.
“Una birra?”
“Vada per la birra. Però paghi tu, questa volta. E non pensiamoci più.”
“E così sia. Non pensiamoci più, amico.”

OTTO – “Finalmente l’hai piantata con i tuoi grazie per ogni sciocchezza. Ma non t’aspettare che ti ringrazi per questo.”
“Ma io non m’aspetto proprio niente.”
“Meglio così. Non ti reggevo più, vederti sempre a testa bassa e poi ringraziare. Mi facevi sentire una merda d’uomo.”

NOVE – Amore, ti scrivo queste poche righe, perché piccolo è stato l’amore che ci ha visti insieme. Non ho molto in tasca e le parole che vorrei liberare è meglio tacerle.

Amore, qui è quasi primavera e la mia vita ha cambiato dolcezza. Non ha senso chiedersi perché ti sei venduta. Non ha ragione d’esistere la possibilità di rimanere amici.

Amore, ti lascio così. Ma ti auguro che un giorno tu possa perdonare a noi tutte le carezze sciupate e le frottole bevute in quel caffè.

Arrivederci Amore, avevi gli occhi belli. Arrivederci Amore, avevi l’Anima presa nell’eterna stanchezza d’un’aritmia di speranza per un dolore diverso da noi.

DIECI C’è che sono stanco, non è colpa tua. Ma avevo tanti progetti in corso. Poi c’è che sono calmo. Ma non è per te: ho solo voglia d’un ritiro. C’è che devo proprio vendere il superfluo al primo sconosciuto che mi capiterà a tiro. Solo che tu, tutto questo non lo puoi capire perché non ci sei mai stato dentro come me.

UNDICI – Sembri un’anima in pena: il tempo non t’ha cambiata. Al bruno dell’autunno ti sei venduta. Ma del resto, forse è stato meglio così: non avevi un sogno per cui vivere, né un satiro che baciasse il tuo capo bruno.

DODICI La vita è monetine: passa di mano in mano, cade dalle tasche. Come giocare alla roulette russa dormendo su un cuscino di rose, come riposare la testa sul culetto d’una venere bionda o bruna, come sognare un mondo migliore a un tiro di schioppo, la vita è monetine. O un soldino annegato nel Pozzo dei Desideri.

TREDICI – L’aria lattiginosa stentava a sciogliersi nella luce del primo mattino: tutto l’intorno brulicava di corrotte trasparenze che erano sogni rimasti cagliati nella memoria di Giuseppe ormai sveglio ma non completamente. Il rigido inverno gli aveva preso le giunture tutte e faticava non poco a tenersi in piedi, ma doveva alzarsi, uscire dal nascondiglio delle coperte, e darsi una possibilità di sopravvivenza.

Il frigorifero contava poche cose: un brick di latte, un paio d’uova, una pezzo di sedano ingiallito, una bottiglia d’acqua, e una lampadina ormai spenta da una vita. Anna se n’era andata in un giorno d’inverno: lui s’era svegliato e lei no, lei aveva continuato a tener gli occhi chiusi. Inutile fu scuoterla, prima delicatamente, chiamandola, poi disperatamente con una lacrima incastrata nella durezza delle cataratte. Un giorno sarebbe stato chiamato anche lui a Dio. Nessuno avrebbe versato una sola lacrima: non avrebbe lasciato dolore nel mondo, perché tutti quelli che aveva amato erano morti prima di lui.

Nonostante la stufa faceva freddo: per quel giorno decise di non scendere in paese fino alla drogheria. Non c’era niente da mangiare, ma quel niente gli sarebbe bastato per tutta la poca vita che gli rimaneva da consumare.

Smise di passeggiare nel freddo poco spazio dell’appartamento alla ricerca di chi non c’era più. Decise che era meglio tornare a letto, a dormire.

QUATTORDICI – Ci son stati giorni migliori. Rimpianti? Non è proprio così, è solo che un giorno ha finito con l’impiccare l’altro e alla fine è rimasto vivo un pugno di mosche.

Ricordo bene le ragazze della mia gioventù. Le ricordo oggi che non ci sono più, o che son finite male.

Una s’è legata a un orco che l’ha massacrata di botte. Credeva che sarebbe stata felice con quel pezzo di marcantonio; peccato non avesse previsto ch’era soprattutto un gran pezzo di merda; così adesso, Cristina che aveva un culetto a mandolino da far invidia alla Madonna, è fuori di testa di brutto e passa le sue giornate giù in strada per una marchetta o due, e non una delle sue grazie è stata risparmiata; i lividi, quelli invece li nota chiunque, tragici come medaglie al valore.

La povera Lily, lei così fragile, ce l’aveva fatta a sconfiggere il tumore al seno, così m’hanno raccontato gli amici che ancor si reggono sulle gambe; sembrava proprio che… e invece tempo due anni ed è tornato a morderle il petto; nulla è servito a restituirle la salute, proprio nulla: il tumore se l’è portata via, ma non prima d’averla ridotta a meno d’un’ombra spaventevole a sé stessa per magrezza e bruttura; della sua tizianesca bellezza non un cernecchio è sopravvissuto; son anni che marcisce nella tomba, senza quasi mai un fiore sopra o le lacrime d’un cristo che l’ha amata a farle un po’ di compagnia; eppure da ragazzo la amai, in silenzio, e lei lo sapeva, lo sapeva e di me rideva con le amiche; sarà per questo che non ho pianto quando ho saputo del suo destino.

E poi Laura la bella Morgana, e Lory e Stefy più bionde del grano maturo; e c’era pure quella gran zoccola di Patrizia la Rossa: la prima morta fra le lamiere d’una Bravo a 160 km/h in autostrada, le due bionde invece andate in sposa a due vecchi mafiosi siculi; e la Rossa, mi dicono,  tira a campare staccando pompini ora a un assessore ora al suo portaborse, e, in fondo in fondo, è quella che ha avuto più fortuna.

Nessun rimpianto. Il mio pugno di mosche è qui per il poco che vale. C’è chi ha avuto molto di meno. E c’è chi ha forse avuto molto di più. A tutte però regalo una rosa nera, anche se con colpevole ritardo.

QUINDICI – “Allora come butta?”
Lei lo guardò storto. “Come vuoi tu…”
Lui la seguì con lo sguardo.
Era passato un anno da quando si erano sposati, ma lei non era cambiata. E neanche lui. Continuavano a vivere il loro odio come fosse amore. Non potevano desiderare di meglio dalla vita. Forse un giorno si sarebbero ammazzati, o scopando a letto, o in cucina con un coltello.
Lei era, adesso, di fronte a lui tenendo in mano un brick di latte che aveva scovato in frigorifero: ne aveva centellinato qualche sorso come una gatta in calore. Adesso l’invitava a bere. Non si fece pregare: bevve il latte. E la baciò.

SEDICI – Le luci sono basse. I puntini di sospensione sono tanti, praticamente un mare sconfinato. Li leggo, ma solo quelli, perché delle parole non ne afferro il senso. Penso il Vuoto: è devastante. Correggo un poco i bordi di una sbavatura d’inchiostro sul corpo d’un foglio, il mio diario. E’ una macchia solitaria per sempre affogata nei puntini di sospensione. Non voglio… non ci riesco a cancellarla.
Una lama di luce mi ferisce gli occhi. Un lampione o la luna? Forse è il sole che s’è fatto strada, mentre io ero qui a leggere. E’ jazz ogni puntino, è anadiplosi l’anima, l’anima che ho tormentato, ma invano.

DICIASSETTE – Quel giorno il vecchio critico sfogliò la prima e l’ultima pagina del voluminoso libro che gli era stato inviato affinché lo recensisse. Tutti i colleghi s’erano prodigati come scimmie, tutti avevano detto che il romanzo non poteva che essere l’opera prima d’un genio; ma il vecchio consumato critico solo si limitò a dire che era il primo e l’ultimo fallimento di chi aveva creato il niente in mezzo a mille pagine scritte fitte fitte.

Il giorno dopo sulle colonne del prestigioso Il Letterario apparve la recensione: “Il niente occupa sempre troppo spazio.”

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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2 risposte a Diciassette sfortune – Racconti brevi o brevissimi

  1. Lady Nadia ha detto:

    Penso che qualcosa accomuna tutti i protagonisti dei brani qui narrati: un senso pieno di delusione per la vita, per come sta andando, o per come è andata.
    Nessun “regalo”, nessuna buona nuova. Solo amaro in bocca, resilienza e della magra consolazione.
    Anche se privi di ogni genere di felicità dico: belli tutti!

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Tutti i protagonisti, bene o male, vanno incontro a una delusione o a un drastico fallimento.
    Non sono racconti a lieto fine, ma d’altro canto il lieto fine lo si legge soltanto in certi romanzi rosa. Sono piuttosto realistici questi racconti brevi, nel senso che attingono dalla realtà, e questo non significa affatto che siano autobiografici.
    L’infelicità lega tutti i racconti. Perché? Perché non si può davvero negare la realtà che tutti i giorni viviamo, meglio dunque fare delle fotografie veritiere attraverso la narrativa.

    Grazie infinite, cara Nadia.

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