PROFESSIONE KILLER

PROFESSIONE KILLER

Iannozzi Giuseppe

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TENEBRE D’AMORE PER IL KILLER – Sono infine calate le tenebre.
Nel corso della vita ho ucciso più persone di quante ne abbia incontrate lungo la mia strada.
Ho ucciso perché sono stato addestrato per questo, per essere un killer.
Non ho mai provato alcunché per la gente che ho fatto fuori, né pietà né rimorso e nemmeno mi sono mai domandato se avessero una qualche colpa da espiare. La mia 45 ha parlato per me.
Alla fine le tenebre però mi hanno avvolto.
E’ giusto così.
Non rimpiango la vita che ho condotto. Sono stato freddo e preciso. Chi è caduto ai miei piedi non ha sofferto, non si è neanche reso conto di rendere l’anima al diavolo.
Adesso sono qui, all’Inferno credo.
Non è come me lo aspettavo.
Una debole luce illumina quella che sembra una spelonca. E’ una piccola luce, uguale a quella d’un fiammifero.

La Morte è di fronte a me. Ed è bellissima: ha fattezze di donna, lunghi capelli biondi, due occhi celestiali, una bocca rossa e turgida, e un seno abbondante che non guasta mai. E’ nuda o quasi. Credo indossi una tunica sbracciata. Sembra una vestale in nero.
“Sei infine giunto a me”.
La sua voce è gelida. E mi eccita.
“E’ successo.”
“Ti aspettavo prima.”
“Ero impegnato.”
“Sì, lo so.”

“Dunque tu sei la Morte”, faccio io per nulla intimorito.
“Puoi chiamarmi come preferisci, la sostanza non cambia.”
“Tu sei veramente così, o è una illusione?”
“Io sono come tu mi vedi.”
“Intendi forse dire che qualcuno ti vede in una maniera diversa?”
Lei mi sorride facendomi segno di seguirla.
Mi dà le spalle.
Affondo lo sguardo nel suo fondoschiena, e sospiro. Facendo il killer non ho avuto modo di avere delle relazioni stabili con le donne.
“Mi stai adorando bene!”, dice lei senza guardarmi in faccia.
“Te ne sei accorta…”
“Voi uomini siete tutti uguali.”
“Tu sei di sesso femminile dunque.”
“Sono quel che sono e ti deve bastare. Stammi dietro e non fare domande sciocche.”
La seguo tenendo sempre lo sguardo fisso sul suo fondoschiena.
Arriviamo in fondo a quello che potrebbe essere un budello, non saprei definirlo altrimenti.
“Da dove proviene questa luce?”
“E’ la tua anima.”
La rivelazione non mi fa né caldo né freddo.
“E si sta spegnendo”, aggiunge la Morte.
Non mi scompongo: “E’ un peccato, ma immagino non possa farci niente.”
“Ho bisogno di te.”
“La mia anima è ridotta al lumicino”, le faccio notare.
“Ti piaccio?”
Accenno un sì con la testa.
“Quanto ti piaccio?”
“Più di ogni altra creatura abbia mai incontrato.”
“Non hai avuto molte donne”, sentenzia lei.
“E’ vero, colpa del mio lavoro.”
“E non sei mai stato innamorato sul serio”, mette nero su bianco lei.
“Così parrebbe.”
“Non hai nessun figlio.”
Accenno un altro sì con la testa.
“Questo è un bene”, osserva lei: “Ho bisogno di uno che non abbia legami con il mondo dei vivi.”
“Senti, mi sto spegnendo…”
“Lo so meglio di te. Accetti?”
Non capisco.
Lei m’incalza: “Non far finta di non aver capito: accetti o non accetti l’incarico?”
Accetto.

La mia vita è adesso in questo momento insieme a lei.
La Morte è molto premurosa con me, e per strano che possa sembrare qualche volta dimostra pure un po’ di preoccupazione quando, per motivi di lavoro, rimango intrappolato nel frenetico viavai dell’umanità del mondo dei vivi. Non è gelosa lei, preoccupata di perdermi sì. Non ama la solitudine, è questo il punto: l’ha retta per un’eternità e oggi ha scelto me per essere il suo compagno. Mi ha reso simile a lei, ha condiviso il suo potere con me. Mi ha incoronato Re. Se esistesse la felicità qui all’Inferno, potrei dire d’essere felice.

MEMORIE DI UN KILLER – Odio le persone che non ringraziano. Che pensano che tutto gli sia dovuto. Che ti guardano dall’alto in basso senza darti una diavolo di risposta. E’ per questo che quando becco uno che mi ha fatto un torto lo faccio secco.

Lui non ha ancora capito perché. Il perché è semplice. Non mi ha ringraziato. Non ha risposto al mio invito. Eppure ero stato ben chiaro anche se scrivo alla boia d’un giuda, cioè come mi sono imparato in galera tra coltellate alla schiena e teste rotte l’una contro l’altra. Non sono mai stato uno stinco di santo e le sbarre non hanno fatto altro che peggiore il mio già pessimo carattere.
Lui non ha ancora capito perché gli ho schiaffato la canna della mia 45 in bocca.
Forse vorrebbe parlare, dire qualcosa in sua difesa, ma è troppo tardi.
Sembra uno che tiene voglia di staccare un pompino, ‘sto figlio di puttana. Non è importante, perché lo voglia o no tutto dipende dal mio dito sul grilletto. La pallottola la ingoierà, e se non ne sarà capace raccoglierà quel poco di cervello che tiene con la lingua, per dio!

Forse spera di cavarsela in un modo o nell’altro. Forse.
Com’è che si dice? Lasciate ogni speranza voi che ce l’avete corto. E’ così?
Piange lo stronzo.
Mi fissa negli occhi, manco fossi sua madre.
Mi fa gli occhi dolci. Mi supplica con lo sguardo. Non capisce. E’ un idiota e io odio gli idioti.
Spingo forte la canna della 45 nella sua cazzo di bocca. Voglio che la senta tutta.
Non capisce, è di sicuro un idiota totale.
Non gli dirò perché deve morire però. A quest’ora avrebbe dovuto capirlo da solo.
Non hai risposto al mio invito, non mi hai ringraziato, questo dovrei dirgli agli spicciolata prima di mandarlo al Creatore. Ma non lo farò. A questo punto non gli servirebbe a niente conoscere il suo peccato contro di me. Deve pagare e il prezzo è la morte.
Non c’è posto per la pietà. Il mestiere che faccio non me lo permette. Devo essere crudele perché è l’unico mezzo per essere un giusto nel giusto. Confesserò solo che un po’ mi piace far secco chi mi manca di rispetto.

E’ finita.
Non ho più voglia di…
Adesso lo faccio secco in quattro e quattr’otto.
Avrebbe dovuto rispondere quando gliene ho data la possibilità. Non l’ha fatto, solo perché è un editore e si crede il padreterno. Poco ma sicuro che si crede al di là del bene e del male. Non ha però tenuto conto che io sono un avanzo di galera. Avrebbe dovuto rispondere. Avrebbe dovuto ringraziarmi per avergli inviato in visione le mie “Memorie di un killer”.
Avrebbe dovuto accettare il mio invito senza pensarci su due volte e pubblicare seduta stante le mie “Memorie di un killer”. Invece mi ha trattato come uno dei suoi stupidi scrittorucoli con la lingua di fuori.
Lo faccio secco perché mi ha fatto un torto che uno come me non merita.
E poi puzza, puzza troppo. Se l’è fatta sotto. Non ha spina dorsale. Non ce l’ha proprio.
Ecco, premo il grilletto così impara la lezione per sempre. Com’è che si dice? Uccidine cento per educarne un milione.

Bene, uno l’ho fatto fuori. Ne rimangono novantanove e poi anch’io sarò al di là del bene e del male. Forse.

KILLER SERIALE Gli ho sparato. Alla testa. Per essere sicuro d’ammazzarlo sul colpo.
E’ bastato un colpo. Uno solo. Era uno dei tanti. Non lo conoscevo. Mai incontrato in vita mia.
Perché l’ho fatto fuori?
Non c’è un perché. Ho sentito che dovevo farlo secco.
In un thriller da edicola una volta ho letto che chi uccide ha sempre un movente. Balle. Io ammazzo per il piacere d’ammazzare. Semplicemente punto la pistola e chi è, in meno d’un secondo, non è più di questo mondo. Non è difficile da capire.
Un colpo. Uno solo. Un colpo e non due o tre.
Il colpo deve essere mortale.

La maggior parte degli assassini seriali sprecano pallottole: due tre quattro, e alla fine, presto o tardi, li beccano.
Sono anni che faccio fuori la gente, a casaccio. Con un colpo. E’ questo il mio segreto. Non ho un profilo. Non sono un serial killer. Sono uno con la pistola e tanti proiettili per tante vittime da beccare a destra e a manca. Sono molto di più d’un banale killer seriale. Sono un Dio.
Cambio il ferro ogni volta che mando al creatore qualcuno.
Nessuno sa di me.
Faccio un gioco pulito io. Come la morte appaio, colpisco e scompaio.
Premere il grilletto in faccia a uno che non hai mai visto è facile. Non ci stai a pensare, premi e basta.
Il piacere d’ammazzare può forse essere considerato il movente? Non fatemi ridere.
Ogni giorno scompaiono persone che, prima o poi, vengono trovate morte, assassinate.
Tutti si affannano per cercare il colpevole. Alla fine in carcere ci finisce un poveraccio che non ha mai avuto il coraggio d’essere un assassino e che però ha avuto la sfortuna d’esser un vecchio amico o un lontano parente del morto ammazzato.
Nessuno capisce che ammazzare è un’arte e che per ammazzare bene non devi avere delle vittime prefissate.
Quando poi un giorno sarò vecchio, solo allora scriverò un libro, un thriller perfetto, la storia della mia vita e nessuno sospetterà. Non c’è poi molta differenza fra un bravo assassino e uno scrittore di grido.

L’INSEGUITORE – Mi ha seguito per tutto il tempo, nonostante il piede caprino. Uno stalinista di tutto punto che cita a memoria, sempre sbraitando come un ossesso, i peggiori motti di Stalin. Claudicante e non poco, con il fiatone e la faccia butterata, rossa come un peperone, continua a starmi alle costole. Non so cosa voglia da me, non di preciso in ogni caso. So solo che il disco gli si è incantato, continua a ripetere “colpirne uno per educarne cento” e “la morte di un uomo è una tragedia, la morte di milioni è statistica”.
Tiene il braccio sinistro alzato facendo il pugno, digrignando i denti. Ce l’ha più corto del destro, probabilmente a seguito di una frattura che deve dargli ancora un diavolo di fastidio.
Si è messo sui miei passi, calpestandoli uno a uno, dal momento in cui sono uscito dalla libreria Garibaldi, dove ho tenuto la presentazione del mio ultimo libro.
Ha di certo una pistola con sé. Aspetta solo il momento buono per tirarla fuori e farmi secco. Non lo so perché il Baffone ce l’ha su con me. L’ho notato in mezzo alla folla mentre presentavo al pubblico il mio romanzo. Non ho potuto far a meno di notare i suoi occhi luciferini ben puntati addosso a me.

Ha aspettato che le strade si vuotassero.
Sono stato l’ultimo a uscire dalla Garibaldi, dopo aver firmato diverse copie del mio libro ai fan.
La notte stellata è triste, uguale a quella ritratta da Vincent Van Gogh.
Dovunque posi lo sguardo non incontro anima viva.
Dietro di me c’è lui, il Baffone.
Non intendo finire morto ammazzato da un cazzo di stalinista convinto. Non so però come levarmelo dai piedi. Bar e ristoranti, questa notte, pare abbiano chiuso tutti, quasi a voler farmi un dispetto. Non ci sono mezzi di linea e anche a volere chiamare un taxi, niente da fare: il mio cellulare è andato, batteria spompa, inservibile.
Dovrei intraprendere un corpo a corpo con il Baffone. L’idea non mi piace, ma non vedo altre soluzioni, per cui mi fermo, di colpo.
Il clone di Stalin ci mette meno d’un secondo a raggiungermi. Si ferma a pochi passi da me. E subito mi punta contro la canna d’una Makarov.
Posso sentire il suo fiato solforoso.
In faccia è rosso da far paura. Suda come un porco.
Che fare?
Non è di certo il tipo che si mette a ragionare.
Gli scaglio addosso il cellulare, che lo colpisce dritto in fronte.
E me lo vedo cader giù, di brutto.
Non si muove. Dalla sua bocca fuoriesce una schiuma rossastra.
Comincia ad avere le convulsioni.
La Makarov adesso giace vicino a un tombino. L’allontano con un calcio, facendola cadere nelle fogne.
Il Baffone ha avuto un ictus, poco ma sicuro. Non sarò però io a prestargli soccorso.
Se l’è fatta sotto. L’odore nauseabondo di urina e feci mi ferisce il naso.
E’ una gran brutta notte stellata, non c’è che dire.
Inutile pensare di raccogliere il cellulare. I pezzi sono disseminati dappertutto sull’asfalto. Pazienza! Domani è un altro giorno e non sarà diverso da quello che ho appena finito di affrontare: non ci posso fare niente, così è.

BANG, E SEI MORTO! – Ogni riferimento a fatti realmente accaduti e/o a persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale.

In cuor suo sapeva che prima o poi l’avrebbero fatto fuori, non immaginava però che sarebbe accaduto tanto presto.
Era uscito di casa divorato dalla sete. Il caldo lo stava ammazzando e Caesar sentiva il maledetto bisogno di un po’ d’alcol, una bella tequila. Si era detto che non ci avrebbe messo niente ad arrivare al negozio di liquori all’angolo, pagare e fare dietrofront.
Il sole picchiava duro. Lungo le strade poca la gente.
Era uscito proprio nel momento più caldo della giornata: Buenos Airas scottava, c’era poco da stare allegri. Ma Caesar non poteva far a meno dell’alcol: da tempo s’era rassegnato ad essere un alcolista non pentito. Aveva cominciato a bere da giovane e non gli era mai riuscito di togliersi il vizio.
Aveva riparato in Argentina quando all’alba del Duemila la dottrina Mitterand venne stralciata: non fosse scappato a gambe levate, l’alternativa era l’estradizione, tornare in Italia e finire a marcire nelle patrie galere per gli omicidi da lui commessi negli anni Settanta nel nome delle Brigate Rosse. Di pagare per aver ammazzato non gli andava proprio giù, tanto più che, nel corso degli anni, s’era formata in lui l’idea d’esser un intoccabile, una sorta di semidio.

Buenos Aires non gli piaceva: caotica e nervosa, e soprattutto c’era il serio rischio di fare qualche brutto incontro, con i fascisti.
Quante persone aveva freddato a sangue freddo? Non lo ricordava. Forse una quindicina. Voleva essere magnanimo con sé stesso, pur sapendo che le vittime che si era lasciato alle spalle erano molte di più di quanto era disposto ad ammettere.
Si era creduto al riparo in Francia e per buoni venti anni aveva condotto una vita da nababbo. A suo tempo Bettino Craxi s’era interessato al suo caso, e quando aveva spento le cinquanta candeline s’era illuso che sarebbe stato sepolto nel cimitero di Père-Lachaise o di Passy, magari accanto alla tomba d’un personaggio famoso, perché anche lui lo era. A Parigi s’era rifatto una vita dipingendo. Non capiva un’acca di pittura, alcuni francesi un po’ sinistri però l’avevano detto artista e le sue tele se l’erano prese a caro prezzo senza pensarci su due volte.
Passando davanti a una chiesa la puntò con l’indice e il pollice immaginando d’aver in mano una Beretta. Odiava i cattolici. Quando avevano seccato Aldo Moro, guardando il telegiornale, era venuto nelle mutande per ben due volte, manco glielo avesse preso in bocca una sgualdrina di quart’ordine.

Rivoli di sudore gli bagnavano la faccia. Inutile asciugarsi con il dorso della mano. Pochi metri ancora e si sarebbe scolato la bottiglia di tequila nella tranquillità ombrosa del suo appartamento.
Se lo trovò di fronte, a faccia scoperta, con la pistola in mano a braccio teso.
Lo si sarebbe detto un tipo qualunque, non fosse stato per la freddezza del volto che non lasciava trasparire vie di fuga utili a seppur delle deboli tracce di sentimento.
In un primo momento Caesar pensò dovesse trattarsi d’un fascista, uno dei tanti che come lui aveva trovato rifugio in Argentina dopo la disfatta del regime mussoliniano. Tuttavia non era di quella pasta, non era un ladro qualunque e non era neanche un tossico. Un killer?

Di punto in bianco il tizio con l’arma sparò un BANG con voce grottesca, esplodendo subito in una grassa risata.
Caesar s’accasciò al suolo, in meno d’un secondo.
La bottiglia di tequila impattò sull’asfalto nero vomitando larghi rivoli di alcol, spargendo una miriade di cocci di vetro a destra e a manca.
Il cuore gli si era fermato in petto, così, senza alcun preavviso. Quel BANG urlato a squarciagola era stato sufficiente a provocargli un infarto. Non l’aveva spaventato né lo sconosciuto di fronte a lui né l’arma che teneva, un misero giocattolo da quattro soldi. Il caldo gli aveva obnubilato la vista e il cervello, altrimenti non ci sarebbe cascato… Quel BANG l’aveva fregato. Perché? Dio, il destino o il fato?
Non riuscì a darsi una risposta. Il buio totale e assoluto lo seppellì, mentre i cocci di vetro della bottiglia rotta continuavano a penetrargli le carni, lasciando il sangue rosso libero di fluire insieme alla tequila versata sull’asfalto nero e bollente.

DEBOLEZZA E FORZA DI UN KILLER – Mi prega di non farlo secco.
Se l’è fatta sotto.
Tengo la canna della Colt sulla sua fronte.
Parla, piagnucola.
Non lo sto a sentire.
Ho un solo desiderio, fargli saltare il cervello dalla scatola cranica.
Eravamo amici io e Carmine, adesso non più. Non avrebbe dovuto cacciarsi nel letto della mia donna. Lo sapeva che non l’avrei perdonato.
Piagnucola sempre più forte, ma io sono sordo.
Non ci penso su due volte, premo il grilletto e Carmine si affloscia a terra. Una generosa porzione di materia grigia si appiccica alla parete che mi sta di fronte. Sembra la accarezzi con dolcezza, mentre scivola giù, a piombo. La cosa mi fa sorridere, poco però.
Punto adesso lo sguardo su Elena. Piange.
Mi avvicino a lei.
Piange e basta, lei non mi prega di non farla fuori. Lo sa che non servirebbe a niente.
“Non mi preghi e fai bene”, sparo io giusto per sentire la mia voce.
Elena cerca di farsi forte, di non piangere, ma la morte è la morte e quando ce l’hai davanti ogni pudore va a farsi fottere.
Le punto la Colt a una tempia.
Vorrebbe guardarmi bene in faccia. Non ce la fa, il terrore è troppo. Tiene lo sguardo basso, piange e singhiozza senza ritegno, e anche lei se la fa sotto.
“Mi hai tradito”, dico senza curarmi di incontrare per un’ultima volta i suoi occhi.
Ho pronunciato la sentenza.
Legata a una sedia può fare davvero poco.
Con la forza della disperazione prova ad alzare lo sguardo su di me, prova a balbettare qualcosa, forse una supplica. Non glielo permetto. Premo il grilletto. La pallottola le sfascia il cranio. Della sua bellezza non rimane una sola traccia.
Bacio la Colt ancora fumante. Lei non mi ha mai tradito e non lo farà mai perché la coccolo sempre, anche in questo momento.

 

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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