UN DESTINO DA FARFALLA – Racconto di Nadia Fagiolo

UN DESTINO DA FARFALLA

di Nadia Fagiolo

Edward Morgan Forster

Breve introduzione critica

In questo racconto incentrato su Edward Morgan Forster (ma non solo), fai rivivere lo scrittore in maniera conveniente e, a mio avviso, assai originale. Cercando di non fare spoiler, il racconto mette in nuce lo spessore artistico di E.M. Forster, ma anche la sua fragilità, vale a dire il suo lato più umano, forse quello più intimo e meno conosciuto.
Sei una abile ritrattista, Nadia Fagiolo. Lo stile è secco, senza fronzoli, così come è giusto che sia. Questo non significa però che il racconto manchi di passione, tutt’altro: ogni parola denota quanto è forte l’amore in questo racconto, un amore a trecentosessanta gradi. In UN DESTINO DA FARFALLA non ti limiti a evidenziare la bellezza che fu di Edward Morgan Forster, vai ben oltre. Viaggiare è essenziale per il tuo personaggio, così come lo era per Forster. Chi viaggia è (anche) colui che ama la vita, che ama scoprirla in altri luoghi e sotto altre angolazioni. A volte il destino sa essere crudele, non prevedibile e nemmeno trattabile; eppure, con la forza di volontà, con un piccolo aiuto (With little help from my friends), il destino può essere sbrecciato. Sì, il destino può prendere su di sé una crepa, e come ciò sia possibile lo hai mirabilmente esposto in questo tuo racconto, Nadia.

Giuseppe Iannozzi

Nella via echeggiano le note della Sinfonia n. 5 di Beethoven: ogni cosa par che danzi in do minore. Alcune mosche eseguono dei tournants volteggiando nell’aria, e gli uccelli, con eleganti voli, improvvisano una coreografia. L’asfalto già bolle bersagliato com’è dai raggi del primo sole mattutino. Una brezza, afosa ma pesante, culla le fronde di alcuni alberi. Cercando forse un po’ di refrigerio, una farfalla bianca si posa lieve su una tapparella, giù a metà, di un palazzo ristrutturato che si affaccia sulla via assolata. La musica proviene da lì.
I serramenti di legno interni sono spalancati. Giorgio è sdraiato sul letto, a pancia in giù. Indossa solo un paio di slip neri. Con il braccio piegato al gomito ad angolo retto e la mano chiusa a pugno sulla guancia, tiene il volto sollevato all’altezza del cuscino. È rilassato. Sfoglia una guida turistica dell’Indonesia. È madido di sudore. Questo mese di luglio, in particolare, è davvero tanto afoso. “Preparatevi a un caldo record!”, aveva annunciato il telegiornale del mattino. Le ascelle di Giorgio sono madide di sudore e anche l’addome lo è: il sudore ha già impregnato di bagnato il copriletto sopra il materasso. Tenta di voltarsi un po’ su un fianco. Nella penombra nota dei piccoli filamenti bordeaux di tessuto, che si sono incollati sul suo petto emaciato: è rimasto troppo a lungo nella stessa posizione.
Le note di Beethoven, gravi e ben orchestrate, si diffondono a ritmo costante nell’intorno.
Dopo aver contemplato una fotografia, Giorgio socchiude gli occhi per pochi istanti. Sollecitato dalla melodia beethoveniana, si immagina a Bali. Si immagina immobile, eretto, sul ciglio del dirupo del promontorio di Tanah Lot. Il Tempio si erge nero, enorme, in controluce, occupando quasi tutto l’isolotto. Sullo sfondo, un tramonto colora il cielo e l’oceano con ogni possibile e esistente tonalità di rosa. L’aria lo investe con prepotenza, scompigliandogli il ciuffo di capelli che gli ricade sulla fronte. Le onde del mare, alte, si frangono con violenza sugli scogli, quasi volessero inghiottirli. Ogni spinta genera una specie di vibrazione che Giorgio percepisce al di sotto dei suoi piedi e che si accorda, con una cadenza sincopata, ai bassi della sonata in sequenza Au claire de lune.
Riapre gli occhi. Dalle commessure delle tapparelle filtrano segmenti di luce, che sembrano dipingere i muri e i pavimenti della camera da letto. Tutto è avvolto da un’aurea misteriosa, surreale. Con un po’ di fantasia, con quel caldo e grazie al coinvolgente sottofondo della musica di Beethoven, è facile fingere di trovarsi altrove. Ora è in una stanza di albergo, proprio in Indonesia.
Lo stereo, all’angolo opposto del locale, continua a diffondere melodie tanto armoniche quanto altalenanti nelle tonalità. Giorgio sfoglia le pagine e continua a sognare.
Quella guida turistica avrebbe ormai dovuto essere ridotta a brandelli! Quasi ogni giorno, in estate e in inverno, da una decina d’anni, è il suo passatempo preferito. E invece no, pare ancora nuova.
Sul basso comodino in noce, proprio accanto alla sveglia, sono posati due libri di Edward Morgan Forster, il suo autore prediletto. Si trova in accordo con ogni riga letta, con qualsiasi suo pensiero, con ogni singolo concetto che quell’uomo ha saputo esprimere. Ha letto ogni sua opera, ogni pagina almeno un centinaio di volte. Lo ammira, con sacralità, per quel suo modo di intendere l’arte, la letteratura, l’amore, i viaggi, e la vita anche.
Accanto ai libri di Forster c’è una cornice. È una fotografia scattata anni prima: si trova in compagnia del suo unico e migliore amico, Giovanni.
Giovanni c’è sempre stato. Giovanni non l’ha mai lasciato solo. Giovanni è speciale, è l’unica persona, a parte sua madre, di cui è riuscito a carpirne l’affetto sincero e disinteressato.
Giovanni, insieme a Forster e all’Indonesia, rappresenta tutto, tutto ciò che ora conta.

Giovanni e Giorgio, durante le scuole elementari, erano capitati nello stesso banco; d’allora innanzi non si persero più di vista.
Poi, Giovanni si era sposato, perché questo era il suo desiderio. Giovanni non avrebbe mai potuto comprenderlo, in ogni caso non appieno, perciò, da sempre, aveva tenuto il silenzio su un certo aspetto della sua vita, per non rischiare di incrinare il loro rapporto di amicizia. Celare un segreto, alla lunga, può renderlo meno incisivo, meno pesante, come sminuito.

Le note di Beethoven continuano a scivolare, ora veloci, ora lente, forti o appena percettibili. L’ascolto della musica classica culla gli stati d’animo, permette di esaltarli o di spegnerli, riesce in qualche modo a dominarli.

La famiglia di Giorgio, fino a qualche tempo prima, era benestante: aveva potuto permettersi di visitare numerosi territori, ma non quello dell’Indonesia. In seguito al fallimento e poi alla morte del padre, Giorgio e sua madre dovettero fare i conti con le difficoltà economiche e con la necessità di risparmiare il più possibile. Nonostante sin da ragazzo avesse avuto ogni possibilità e avesse potuto soddisfare ogni suo desiderio, non riuscì mai a ritenersi davvero felice. Questa insoddisfazione era forse sorta perché, con estrema facilità, sempre gli era riuscito di realizzare quasi ogni sua ambizione materiale.
Nel tempo libero era solito restare, per ore e ore, con la testa china su libri, giornali, riviste. Oggi, seppur a malincuore, Giorgio ammetteva che aveva passato troppo tempo a studiare: questa presa di coscienza aveva originato in lui la convinzione che se si vive all’oscuro, nell’ignoranza, si vive sicuramente meglio.
Poi, all’improvviso, il destino gli aveva giocato un gran brutto scherzo.
Nonostante non fosse lui di indole selvaggia, sempre aveva difeso le sue idee, anche a costo di procurare del male. Una volta, per uno screzio, senza volerlo, era arrivato alle mani. Aveva colpito duro un tizio che, con premeditata volgarità, lo aveva offeso; con cieca rabbia gli si era scagliato addosso, facendolo finire all’ospedale. In seguito se ne pentì, ma il pentimento serve sempre a poco, a niente. In altre occasioni, lavorando in proprio, aveva aggirato il pagamento di alcune tasse. A parte questi due inconvenienti, aveva tenuto sempre una condotta esemplare, sempre encomiabile e di più. Eppure, quel nefasto giorno, fu punito: fu travolto da un’auto che gli fece perdere, in maniera rovinosa, il controllo della sua.
Il compact disc di Beethoven ripartì dall’inizio, avendo eseguito tutte le tracce. Sulle note della Sinfonia n. 5 di Beethoven rivide la sua Volkswagen, come impazzita, roteare su se stessa. Quegli attimi si tramutarono in un’eternità. Cercò di governare il volante, ma niente da fare. Alla fine l’auto si impennò a ridosso del basso guardrail, che separava i sensi di marcia, sparandola incontrollata lungo la strada. In quegli attimi Giorgio udì una voce, una voce mai udita prima – almeno così gli parve –, una voce maschile, lenta, dolce, confortante che lo invitò a stare tranquillo. Era quella di Giovanni. Rivide i momenti salienti della sua vita, in successione rapida, l’uno dopo l’altro. Si rese conto di quanti bei gesti aveva ricevuto, e di quanto poco avesse invece lui dato.
L’impatto fu un assordante accartocciarsi di lamiere. L’auto continuò la sua corsa, capovolta con le ruote rivolte al cielo, mentre la cappotta grattava sull’asfalto, lasciando dietro di sé fasci di scintille che parevano fiamme.
Si ritrovò a testa in giù. Dopo aver accusato una forte botta alla tempia, dolorante in un po’ tutte le parti del corpo, perse i sensi. Quando rinvenne, era ancora aggrappato al volante, manco fosse un’ancora di salvezza.

«Giorgio, desideri un caffè? », gli domanda la madre, a bassa voce, affacciandosi discreta all’uscio della stanza. Torna da dove è venuta, subito, senza ottenere una risposta, lasciando la porta quasi del tutto aperta.

L’incidente lo aveva cambiato, aveva messo sottosopra, per intero, la sua vita. Dal giorno dell’incidente si era ripromesso che non avrebbe più viaggiato. Non così, non nelle condizioni in cui si trovava; e tutto sommato non gli era rimasto nulla di così tanto importante, nemmeno dopo tutti gli anni spesi a girare per il mondo. Restare fermo, or come ora, quello era il viaggio più avventuroso, quello più difficile.

Con il palmo della mano tenta di asciugarsi un poco la fronte, troppo umida per via del caldo, cercando di raggiungere la vistosa e brutta cicatrice che gli deforma la fronte e che si fa strada attraverso la testa, sin dietro i capelli, fin sulla nuca.
La sera dell’incidente, guarda caso, aveva un appuntamento con Giovanni. Da quel terribile giorno erano trascorsi ben cinque anni. Giorgio si era annoiato persino di provare noia, così come un tempo si era annoiato dei continui cambiamenti, di passare da un posto a un altro. Doveva reagire: avrebbe proposto all’amico di accompagnarlo per un ultimo viaggio. Tre settimane, tre settimane insieme in quel paradiso che mai aveva visto con i suoi propri occhi.
Sua moglie avrebbe di certo capito, era una donna di animo buono, comprensiva, e non lo avrebbe ostacolato. Grazie al risarcimento venutogli in seguito all’incidente, in banca teneva un discreto gruzzoletto che solo attendeva d’esser intaccato.

Giorgio si volta su un lato. Con il palmo della mano cerca di levare i residui di tessuto rimastigli attaccati sulla pelle. Prima di riuscire ad afferrare lo schienale della carrozzella elettrica, arranca un paio di volte a vuoto. La accomoda parallela al letto e, con un abile colpo di reni, a fatica, quasi rotolando, riesce a balzare rigido su di essa. Preme il pulsante che avvia il motorino della carrozzella. Un ronzio meccanico si sovrappone alla musica in sottofondo: adesso può finalmente lasciare la sua stanza e accedere al corridoio.
Le note di Beethoven continuano a colmare l’afoso vuoto della stanza di Giorgio. E la farfalla bianca vola via disegnando spirali leggere, giocando con il vento, attraversando strade su strade per arrivare a volteggiare sopra immensi prati verdeggianti, spingendosi poi fin sopra alle colline, rifugiandosi infine nel fitto di un fresco boschetto attraversato da un breve corso d’acqua.

 

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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2 risposte a UN DESTINO DA FARFALLA – Racconto di Nadia Fagiolo

  1. Lady Nadia ha detto:

    Che bell’aspetto!
    Grazie.

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Più che all’aspetto baderei alla sostanza che è nel racconto. Be’, chiaramente non puoi dire d’un racconto che hai scritto, non in maniera critica, però qualcosa potresti dirla comunque. 😉

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