QUASI COME GAIO VALERIO CATULLO (Emozioni e passioni raccontano la storia di noi)

QUASI COME GAIO VALERIO CATULLO

Emozioni e passioni raccontano la storia di noi

Iannozzi Giuseppe

Gaio Valerio Catullo

LA TUA VELA E LA MIA POESIA

Ti devo far vivere la poesia
perché l’amore sia
più d’una frase da antologia

Così depongo la penna
ben dentro al calamaio;
gli occhi sul vergine foglio
puntati
a navigare fra il bianco
cercando un appiglio,
una parola
che in un sospiro
ancora non nato
possa eternarsi
in un che di vero

Dolente la fronte
pel troppo ponzare,
ecco che il sole declina
e malvagie ombre getta
sul bianco
che par preso
da dantesca procella:
più la vista
non mi porta aita
e la mano sempre ferma
ora trema
di paura, con ebrietà
uguale a quella
che i marinai provano
quando la bonaccia li minaccia
e all’orizzonte non il segno
d’una terra
o d’un’altra sventura
di remi, di uomini per mare

E notte è venuta
Rimango però
con la testa vuota,
di silenzio piena,
pronto ad affrontare
il destino
che nel buio s’annida

IN AVVENIRE

Porti avanti puntini di sospensione
Della Natura sei la Creatura innocente,
la figlia più verde di belle speranze;
così, da mane a sera, ti canto
E se un punto di dolore s’incastra
là alla radice del naso, per una lacrima
un po’ dolce e amara, sappi che amo
e amo di te soprattutto la dolcezza,
che sempre di nuovo mette tutto in gioco
e all’avvenire guarda con rispetto
ignorando quei segni dagli astragali dati

Per tutto questo, venèrea donzella,
a te levo il mio calice di vino rosso:
fortuna e allegria sempre inondino
i tuoi dolci fianchi, passioni
che s’hanno ancor da metter a nudo

COME CATULLO – I

Ben sappiamo
che ami star nudo
in camerino
Non ti verremo
dunque a cercare
né ti ameremo
Ma un Catullo
te lo daremo;
non s’abbia a dir
che neanche quello!

COME CATULLO – II

Se mi chiedi
perché t’amo,
in sincerità
ti dirò parole
belle e brutte

COME CATULLO – III

Un tango
di peccati,
di sospiri,
un ballo
che il sangue
te lo riscaldi,
lo vuoi ballar
insieme a me?
Sentirai
quant’è duro
passo dopo
passo,
e cadrai, sì…
presto in fallo!

COME CATULLO – IV

Imene, Imene
mi tocca di darti
un dolore forte
assai eppur
sì necessario
al rapporto
che da anni
e anni ci lega:
non son quel
che tu credi,
non son quel
vecio genitore
amorevole,
bensì un viro
– non dico
uguale a tanti
altri, ché grosso
m’è il pacco
e non è da tutti

Ogni volta,
tenendoti
fra le braccia
pelose, tosto
mi prende
la vertigine
della carne,
il desio furioso
di strapparti
dal culetto tondo
le belle mutande
e metter così
presto a tacere
le domande,
per meglio
sentir le urla
di dolore,
di godimento
dalla tua gola
ancor vergine

COME CATULLO – V

Parliamo di Dio
come se esistesse
e gli interessasse
del sesso
che facciamo
più di rado
che spesso,
in un cesso
o con un cesso
a tarda notte
nascosti,
a volte all’alba
messi a fuoco
dal mattino

COME CATULLO – VI

Amante mia,
m’hai dato
la figa, il culo
e la bocca
Ma rimango
insoddisfatto
ogni volta
che a letto
t’infilo per bene
Vecchia ormai!
Non buona più
per un pompino
né per scaldar
i piedi

COME CATULLO – VII

Diciamo amore
sì tante volte
che non ci resta
altro che odiare
la debolezza
che c’invade
le membra
ogniqualvolta
a quella di turno
diciamo parole
uguali, ripetute
da una vita,
come puttane
che la vergogna
la disegnano
sulla bocca
degli Dèi eterni

COME CATULLO – VIII

Più del cuore
ho grossa
la minchia,
difatti si sa
che gioia
dal basso
viene
e mai dall’Ego
prepotente
che in petto
batte

VAMPIRO PER TE

Sei uscita un giorno dalla mia vita
Sei andata incontro a un vampiro
Non potevo certo immaginare
che fossi della stessa sua razza
Ero troppo pazzo e innamorato
per poter capire che non mi avresti
di te lasciato nemmeno l’orrore di dio

Ero troppo giovane, troppo ingenuo
perché potessi resistere da solo
Così tutto quello che m’è capitato
me lo sono meritato sino in fondo
Così adesso aspetto il tramonto
per svegliarmi, per tornare a cercarti
e stare per sempre a te accanto

CAROGNA D’UN FIGLIO

Non dategli ascolto
a quel figlio mio disgraziato:
l’incesto, d’incesto mi parla
e vuol farlo
con la donna che l’ha generato

In giro lo strilla
che dobbiamo essere
una famiglia aperta:
ma, per quant’è vero che son io Dio,
quando torna a casa
a cinghiate lo prendo
Una tempesta d’immane dolore
gli faccio assaporare,
altro che il ventre della genitrice,
che poi è l’avvenente mia moglie

Che figlio coniglio!
Sciagurato e senza ritegno
Più debole del Padre suo
quando vede un bel tocco di femmina

Me tapino
che gli ho dato la vita

Però, com’è vero
che son Io l’Unico Eccelso,
glielo faccio passar io il vizio:
di strie gli riempio la schiena
e il culo più grosso d’una zampogna
gli faccio a ‘sto figlio degenere,
così che nemmeno dabbasso
se lo potrà più prendere

Figlio, figlio, figlio…
Carogna che non sei altro!
Dovrai pur tornare da tuo Padre,
ed allora l’ira mia
nel sangue finalmente sarà lavata
e così pure l’onta tremenda
che osasti gettarmi sulle spalle

IL VERNO SONO

Che tenera che sei
ragazza che al tramonto
il limpido tuo sguardo doni!
Ma son io il gelido verno
Nudo mi muovo
Sulle ali del vento mi porto
Le ossa sconquasso
La pelle screpolo
Non c’è sole nelle mie nubi
di temporali e nevicate
Il verno sono che danno fa
ai vacanzieri a Rimini,
nudi uguali a vermi rosati
dalla terra vomitati

Il verno sono
Nel freddo mio abbraccio
t’avvolgo
Ti stringo fino a ridurti
in punto di morte
Ma tu spera Primavera
Prima o poi anch’essa verrà

IN FILA

Dissero di me, poeta
Io ero muto in attesa,
in fila con tanti altri
per il bagno comunale

NEUTRO

Adesso faccio il netturbino,
non disturbo più
né massacro il giorno
con la voce

Adesso faccio quello buono,
mi fermo ad aspettare l’ambulanza
sul ciglio della strada, respiro,
guardo quelli ai miei piedi e aspetto,
aspetto con gli occhiali da sole su

Adesso evito i flash,
vado a teatro per beneficenza,
e scrivo libri di parole riciclate
e canto sotto la doccia “parole parole”
Uso un sapone neutro

Faccio molte più cose
rispetto a ieri, e aspetto

QUASI DOMENICA

Forse non ti hanno avvertita,
la settimana è ormai finita
Oggi niente pesce, le chiese
si preparano a tingersi di viola
E le ragazze mettono nastri
fra i capelli lunghi e splendenti
Le nonne piangono sulle panchine
abbandonate al sole e ai piccioni
Ma è la settimana che è finita
(e non la vita)

Il vino nella bottiglia tutto scolato
Ne è rimasto appena un goccio
e si sta preparando un gran temporale

Le donzelle vogliono però altri nastri,
più lunghi e belli, per legare i capelli

MADRE E AMANTE

Madre e Amante, sollevati
Dalle tue ceneri risorgi
Torna a essere la bellezza che eri
Torna, vieni a me
che sono il tuo uomo
Dammi ciò di cui ho bisogno,
sesso
L’amore, semmai dopo,
adesso sesso
Risorgi,
il sudario della morte abbandona
Torna a suggere della vita il miele
Tesoro, non farti pregare
Ho bisogno d’averti accanto
Ho bisogno di metterti sotto

Ho bisogno di sesso
Mi manca la tua rossa bocca
Delle tue gambe
che stringono la mia vita
ho bisogno
Di te adesso
A lungo non farti pregare
Di metterti al di sopra di tutto
ma sotto di me,
di questo ho bisogno

Al di sopra di tutto ma sotto di me
Troppo lunga è la notte che s’avanza
Non posso passarla da solo
Ho bisogno che tu sia l’amante,
la madre di tutte le mie fantasie

I PASSI DELLA PRIMAVERA

Che ci fai nel bosco sola soletta…
per quali recessi vai a spasso?
Non te l’hanno forse insegnato,
Primavera,
che tra foglie e radici
si nascondono lupi neri
e altre più cattive creature,
da Dio abbandonate…

Povera Primavera,
che il piedino suo l’ha qui portato,
dove non un solo raggio di sole,
dove a ogni angolo soltanto la carcassa
d’un qualche animale,
e tutt’al più un’erba velenosa

VITA SPEZZATA

Che strana donna sei
Un giorno ci sei, quello dopo no
Non le so contare le tue lacrime
Le vedo e non le so asciugare
Un giorno ami il sole,
e quello appresso c’è nuvolaglia,
un orizzonte macchiato di sangue:
ventidue addosso a uno,
e uno stadio pieno di gente
che non ce la più la faccia

Che strana donna sei
Un giorno mi ami, quello dopo
di me ti sei già dimenticata
Ma non del sangue versato
quella sera per una stupida,
per una stupida stupida partita

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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