NON SERVIRÀ PREGARE

NON SERVIRÀ PREGARE

Iannozzi Giuseppe

giovani monaci tibetani

TI PERDO E T’AMO
(versione inedita)

Ti perdo e mi scordo d’essere qui nudo,
brutto e divino, un coglione in amore
Ti perdo, tiro giù i santi e sputo veleni
Ma tu non torni, né chiedi perdono a dio
Tu hai sempre avuta una e una parola sola
E la luna e il sole girano nell’assurdo vuoto
del tuo sorriso d’angelo sbiadito
E io ti ricordo ancor bagnata di lacrime
che respingevi il mio abbraccio… il bacio

Ti perdo ogni dì fino a tagliarmi le vene
E ogni giorno piange luce che non è luce
da un cielo di sole nuvole, da un cielo cieco cieco
Così ritrovo per terra le mie orme scalze,
nello specchio occhi pieni di sorte e morte
E in corpo tanta, tanta voglia di gridare
E nell’anima tanta voglia di dirti “puttana”,
ma t’amo e non c’è altro che questo sogno
che è appena di ieri – il dolore e l’amore
Ti perdo… mi scordo di vivere, e sì, t’amo

T’amo e ti perdo, non sai nemmeno quanto
Ti perdo e t’amo, come un uomo piango
Ti perdo e t’amo, t’amo e rimpiango, ti perdo…
piantando casino, urlando e santificando il tuo nome
Ti perdo, ti perdo… e nei pugni stretti a sangue
soltanto vento cenere e rabbia, perché ti perdo
a ogni momento un po’ di più ricordando
la tua carezza e lo schiaffo sul mio viso di cera,
bianco

Quanto t’amo, quanto ti perdo, era solo ieri
Ti perdo e inciampo, un completo disastro
E tu non torni, né chiedi perdono a me o a dio
E la luna e il sole girano nell’assurdo, e io nudo

Quanto t’amo! E ti perdo e t’amo ogni giorno
Mi scordo però di vivere: è che t’amo, è che t’amo
anche se è sol più un sogno di sudore al mattino

Ti perdo e mi scordo d’essere qui all’inferno
E tu non torni, resto nudo, ti chiedo perdono
Tu non torni, tu no, tu no, non torni al dolore…

DISTENDERE LE ALI

Distendere le ali in cielo
per volare al di sopra
E poi d’improvviso il Divino
in un raggio di sole sugli occhi
E veloce veloce giù, sempre più giù
fino a che morte sfaldi
il sogno piccolino creduto immortale

QUEI LIBRI AL ROGO

“Contro tutti gli ignoranti di oggi e di sempre”

Per questo, per questo,
Eva, non sarai tu mai
e poi mai perdonata
Non la senti la sofferenza?
Sono di pagine:
se gli dai fuoco
prendono fuoco
fino a farsi di cenere
Non le senti le loro parole?
Non li senti i loro lamenti?

Sei così impenitente,
sì tanto da non amar più niente
a parte la tua lussuria
d’aver un’altra foto da mettere in croce
là dove un tempo stavano i libri
in attesa d’esser sfogliati e letti
Alle fiamme tutti li hai dati,
declinando quella poca ragione
– che eppur avevi –
in una follia senza eguali
Per tutto questo male
che oggi provochi domani pagherai
Domani sì, sul rogo ci finirai tu

Domani sì, Eva, tu piangerai
per spegnere le fiamme ai tuoi piedi
Dirai tutte le falsità
che il Diavolo ha soffiato al tuo orecchio
Scongiurerai in ginocchio,
mentre ti porteranno verso la pira

Domani sì, Eva, tu piangerai
Piangerai calde lacrime, piangerai
per spegnere il fuoco

POLVERE & VERSI

Polvere & Versi
Che motivo c’è
per r-esistere qui?

Pubblicità, please!

IN DUE

In due andiamo
tra cessi e rottami
di seconda mano
Uno avanti,
l’altro dietro

Di niente ci lamentiamo
Ma quando una cipolla
o un callo, bestemmiamo

FRAMMENTO

Frammento,
scontento
l’esistenza
con l’abbondanza
o no
Sempre vittoriosa
la vecchiaia
più della gioia
d’aver nutrito figli
e nel letto sbadigli

Ogni giorno si sta,
senza speranza

NON SERVIRÀ PREGARE

La canzone dell’estate
Tutte quelle note morte
ai piedi degli alberi silenti

Guarda! La luna è alta,
il dottore assicura che non ci sarà
un’altra stagione così bella
Lo dice tanto per dire,
perché è uno che tira a campare
Conosco la verità
Le foglie spazzate via,
i monaci pregano
Le doglie delle madri
– non hai idea di quanti feti
abortiti

Giù a Wall Street
se la vedono brutta,
hanno il sangue alla testa,
e nessuno gli presta attenzione
Cristo sta rovesciato nel vino,
il pane costa caro e le brioches
son tutte per la colazione del Presidente

Credi a me quando ti dico
che questa è una brutta stagione
Il cowboy è caduto nella polvere
Il toro ha fatto fuori il picador,
mentre la folla era distratta
a guardare un Dio in cielo
impegnato a toccarsi di sotto

Tutte quelle note morte
Tutti quegl’idioti
a gridare dentro ai gospel
che lui è eterno e risorgerà
Tutto questo sangue
che ingrossa il fiume,
e non c’è più un solo nemico
da aspettare cadavere
E allora perché tutto il rosso
viene a galla, perché le rose
impallidiscono
sotto questa luna stuprata
da centomila pecore bianche?
Che fine ha fatto la pecora nera?
Il dottore dice che una stagione così…
che non è mai stato meglio
da quando il forcipe l’ha strappato
dal ventre della madre
Il dottore è uno dei tanti

Le vedove nere,
la cenere, il sapone di Marsiglia
Le Erinni, Farinelli e Satchmo
E’ tutto perso, tutto andato
La prima pietra
è in mano a milioni d’assassini

Non c’è più nessuno
che bussi alla porta
Però il fiume continua a ingravidarsi
I vecchi ridono abortendo la voce
I giovani cadono in ginocchio
rovesciando gli occhi al cielo
mentre Dio si gratta
Non c’è più nessuno
ma questo fiume,
questo fiume diventa rosso
ogni giorno un po’ di più

Il dottore dice di mantenere la calma
Il dottore è un figlio di puttana,
ha ficcato il coltello
nel ventre della madre
per paura d’affrontare Edipo
Le brioches sono tutte sul piatto del Presidente
I giornali escono su un foglio solo
Le foglie, le foglie ch’eran tante,
spazzate via
da un colpo di vento sparato in aria
Le foglie ch’eran verdi,
tutti i germogli caduti

Il dottore è blu, mezzo soffocato,
come il cielo di ieri
Non ricordo com’era vivere in pace
Gesù Cristo ha il sangue alla testa
e guarda tutti dall’alto in basso
con l’occhio di Charlie Manson
Il dottore prega convinto
che questa stagione,
che questa stagione è proprio la più bella

La canzone dell’estate
io non la ricordo più come faceva
Tutte quelle note morte
ai piedi degli alberi silenti
Il fiume continua a scorrere ai miei piedi,
ma non c’è nessuno da aspettare
E allora perché, perché le foglie
continuano a staccarsi
da questi rami scheletrici;
perché tutti questi vecchi
non la smettono di scavare
in ginocchio come in preghiera?

Come in preghiera!

BISOGNA SPARARE

Sparare
Bisogna sparare
Bisogna
che il sogno si avveri

Bisogna sperare?

Non serve esser servi del sogno
Sparare, solo sparare
In mano sette pallottole
e un cervello già scoppiato
per troppi sogni abortiti

Bisogna sognare?

Bisogna sparare, sparare, sparare
Per Dio, non si sogna di sperare

IL GIOCATORE

Tu l’innocenza la perdesti
tanto ma tanto tempo fa
Non era ancora la mezzanotte
e al tavolo verde già stavi,
col viso grave,
preso dentro a reconditi pensieri
ignorando del core i battiti insistenti
Donna Fortuna – le sue lunghe dita
fra i tuoi capelli – ti pettinava
e all’orecchio ti sussurrava
che le nuvole non coprivano la Luna
E in quel momento capisti,
e piano piano nelle spalle affogasti,
e alla fine le carte sul verde le gettasti,
fra gli sguardi degli altri attoniti

Un uomo fatto ormai

PER LA TUA BELLEZZA

Sì facile macerare nel piccolo dolore d’oggi
di credersi insignificanti, senza coraggio
quando così non è; forse che il sole
abbia fra i suoi raggi uno, uno solo
che si possa dir anche soltanto sul momento
non docile, non bello a chi fra le sbarre
d’una prigione lo accarezza collo sguardo?
Egli lo ama per la libertà sì presto perduta
per colpa, a volte perché proprio a meno
non poteva fare di rubare un pezzo di pane,
o al mercato una piccola mela, per saziare
degli occhi il desio ma mai per intero

Oh donzella, allor perché il dì ti dispera?
Non senti forse il calore sulla pelle,
il battito leggero dei teneri passeri
che all’autunno non si vogliono dare?
Ogni angolo pulsa di vita: nel giardino
scoiattoli e più piccoli esseri scoprono,
alba dopo alba, la bellezza immane
che il tramonto disegna sulle pagine
delle loro docili esistenze, e mai un lamento,
ma invece la preghiera che il domani sia
uguale, bello come il volto di Dio pria
che ebbe a lottar con Lucifero e gli angeli
infernali

Non tener il broncio, rattrista l’amante
che scuro si fa in volto, come preso
d’improvviso da oscura nuvolaglia!
Donagli domani un sorriso soddisfatto,
raggiante di quella femminilità
che al petto stringi, e asciuga il pianto:
il novo dì vuol nascere per la festa

COME BUDDHA

La tua nudità
non potrà turbare
la raggiunta serenità
anche se ho bisogno
di te,
ancora,
celeste bagnante
che nuda rimani
sotto i freschi scrosci
della mia sorgente

L’AMORE DI BUDDHA

Hai bisogno di fare sesso
col primo viandante
che busserà alla tua porta

Ma puoi anche andare
a dormire tutta nuda
in un prato di ombre

Prima o poi
l’alba ti schiuderà
le acerbe gambe
e in esse
il suo oro ti lascerà

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
Questa voce è stata pubblicata in amore, arte e cultura, attualità, cultura, Iannozzi Giuseppe, passione, poesia, società e costume e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a NON SERVIRÀ PREGARE

  1. Lady Nadia ha detto:

    Urca. Sacro e profano. Un urlo disperato e rabbia. Potente e perfetta. Uno stile secco e pulito che nulla manda a dire. Bravo. Bravoooo.

    Liked by 1 persona

  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Sì, la formula è quella, sacro e profano, spiritualità e passionalità, anche se la sola poesia che si possa dire d’amore per una donna è la prima. Ce ne sono altre, ma hanno una coniugazione diversa, sospesa fra buddismo e ricerca di un equilibrio forse impossibile.
    Forti ma … forse giuste. Non lo so, scrivo e basta. So solo che per me sono belle. 😊 Grazie, Nadia.

    Liked by 1 persona

I commenti sono chiusi.