SOGGETTO A MOLESTIE SESSUALI (LEI, LA NINFOMANE)

SOGGETTO A MOLESTIE SESSUALI

Lei, la ninfomane

Iannozzi Giuseppe

assassina

Cerca di prendermi sotto.
Un’auto, una delle tante. Ma con a bordo una donna, sulla trentina.
La riconosco. Una faccia come la sua non si dimentica, non con facilità. Mi odia perché non sono andato a letto con lei. Non è però questo l’unico motivo.

Un giorno squilla il telefono e io alzo la cornetta.
Dice di volermi intervistare per il suo giornale.
Le chiedo il nome del giornale.
Rimango con l’orecchio attaccato alla cornetta.
Mi risponde.
Il nome del giornale non mi dice niente. Mai sentito nominare né mai letto in vita mia.
“E’ una testata underground”, mi spiega. “E io sono una giornalista molto affermata”, aggiunge.
Non le credo. Ha la voce d’una tuttofare. Sibila quando parla.
Dovrei rigettare l’invito e invece acconsento a incontrarci.
Mi dà appuntamento nel suo ufficio, per il giorno dopo.
Riappendo e accendo una sigaretta senza filtro, e subito mi sbatto sul divano. Come minimo 40 gradi all’ombra. Ho le mutande incollate alle palle tanto sono bagnate. Si suda e basta, non c’è tempo né forza per fare altro.
Mi addormento con la sigaretta in mano e subito cado in un incubo di gatti epilettici e ninfomani anoressiche.

A letto con lei non ci sono andato. Pelle e ossa e basta. L’ho vista e subito mi si è affacciata alla mente l’immagine d’una Édith Piaf sfatta e drogata.
L’intervista non me l’ha mai fatta. Solo una proposta oscena.
Le ho spiegato di non essere uno quelli. Lei ha però insistito. Dopo averla respinta facendola volare sulla scrivania, ho dovuto guadagnarmi la porta.

La Ford Fiesta rossa si arresta con una sgommata ridicola. E lei, Édith, esce subito dall’auto per puntarmi contro una pistola.
Non ha paura perché è fuori di melone.
Se ci sono dei testimoni, sono invisibili.
“Adesso pagherai, io mantengo le promesse”, urla.
La pistola non la sa tenere. Pesa più di lei.
I pochi capelli glieli accarezza un alito d’inferno.
Cerca di prendere la mira. Spara e acceca un semaforo.
E’ passato circa un anno da quando ho avuto l’amara esperienza di recarmi da lei. Non è cambiata d’una virgola. Forse è ancor più brutta.
“Non ti avevo chiesto molto… una scopata e un racconto con me protagonista”, sputa a gran voce. “Ti avrei pubblicato con un can-can della madonna. E tu, gran figlio di…” Spara un altro colpo e fa fuori il cruscotto d’una Volvo parcheggiata.
Fa un caldo boia. Le rogne vengono sempre con il sole a picco.
Una guardia giurata finalmente interviene.
La blocca abbracciandola con il suo corpo.
Lei non oppone resistenza. Lascia cadere l’arma da fuoco.
Gli lega le gambe intorno alla vita e gli caccia la lingua in bocca.
Il poveraccio è più bianco d’un cencio.
Dalla fondina riesce a tirare fuori la pistola. Spara a bruciapelo. Le fa un bel buco poco al di sopra dell’inguine. Ma quella non si scolla. Continua a tenerlo legato a sé mentre la sua lingua penetra sempre più a fondo nella bocca dell’uomo. Il poveraccio cade in ginocchio.
Mai creduto ai vampiri, e non credo proprio che Édith sia una creatura del demonio. E’ fuori di testa, questo sì. Così tanto fuori di testa da non essersi nemmeno accorta d’avere un buco in più!
Mio malgrado mi sento costretto a intervenire.
Da un cassonetto dell’immondizia raccatto un ombrellaccio, che uso a mo’ di mazza da golf contro la ninfomane avvinghiata alla guardia. Picchio: sulla schiena, lungo le gambe, alla cieca. Quella non si stacca. Ferito nell’orgoglio, con tutte le mie forze, punto alla testa della pazza. Un colpo secco e preciso che fa saltare il manico dell’ombrellaccio.
Un filo di sangue si diparte dalla tempia della ninfomane.
Scivola giù per terra.
E’ mezzo intontita, niente di più.
La guardia raccoglie l’arma che gli era caduta in terra e con il calcio della pistola le assesta un colpaccio in mezzo al capo. Finalmente perde i sensi.

Pare che il proiettile non abbia leso alcun organo vitale. L’ha penetrata ed è uscito dal corpo rinsecchito. Per quel che ne so, adesso Édith è dentro, in isolamento.
In ogni caso, una gran brutta avventura per entrambi. Io e l’unico mio soccorritore siamo in un bar a scolarci birre su birre.
“Sono gay, ma tu non sei il mio tipo”, mi confessa Tonino, la guardia giurata.
Lo ringrazio con un cenno del capo e lo abbraccio. Neanche mezzo secondo e scoppiamo a ridere.
Questo racconto forse l’ho scritto per lui, per ringraziarlo d’avermi salvato la pellaccia, perché quella, nonostante la mira da schifo, alla fine avrebbe potuto accopparmi.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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