Il sogno di un malato terminale

Il sogno di un malato terminale

Iannozzi Giuseppe

malato terminale

Nevica. Li intravedo attraverso la finestra i fiocchi cadere. Il giardino dell’Ospedale San Giovanni dev’essere un sudario bianco, vergine. Quand’ero più in forze, mi sedevo su una panchina a osservare le foglie rapite dal vento dell’autunno. Oggi nevica forte e morirò. Il tumore ha avuto la meglio. Non è servita la chemio, né l’operazione al cervello. Il maledetto si è riformato più forte e aggressivo. Non ho vissuto granché. Venti anni sono pochi per chiunque. Pelle e ossa, e questo cancro che pesa più del magro corpo che lascerò in eredità alla putrefazione.
Dicono che c’è un Aldilà. Non ci credo perché sono qui, nell’aldiquà, e la testa mi esplode in milioni di schegge di dolore. E’ questa l’anima che ho, un’anima corrotta dal cancro e che a breve cesserà di esistere. Se mi fosse concesso di vivere, anche così, malato, con l’anima a pezzi, non esiterei, accetterei. Non c’è però modo di tenermi in vita.

Il prete è venuto in camera. Mi ha consigliato di confessarmi. Ho tossito, un quasi grugnito. Di rabbia. Di impotenza. E lui faceva finta di non capire. Ha insistito più e più volte, più ostinato del male che a breve mi consegnerà alla morte. I dottori lo sanno che oggi creperò e anch’io. La morfina non fa più alcun effetto. Del ragazzo che ero è rimasto poco o niente. La massa cancerosa ha preso possesso del mio corpo. Le metastasi hanno fatto presto a distruggere ogni organo vitale. Non hanno risparmiato i miei venti anni. Mi rimane poco, qui nell’aldiquà: la mia anima è cancro allo stadio terminale.
Sono venuti i miei genitori. Piangevano. Immagino sia normale. Eravamo una famiglia felice, semplice. Prima che il male si manifestasse studiavo. Non ero una cima ma nemmeno scarso. Ero convinto che avrei avuto un’esistenza uguale a quella di milioni di altri giovani. Non mi è mai passato per la testa di diventare chissà chi. Mio desiderio era solo quello di essere una persona che un giorno avrebbe messo su famiglia. I miei mi hanno avuto ch’erano già piuttosto in là con l’età. Mi hanno amato. Sono venuto al mondo e in me hanno visto un insperato miracolo.
Cerco di spiare il mondo di fuori attraverso la finestra. Hanno seppellito la persiana, quasi fino in fondo. Una lama di luce ferisce gli occhi: non capisco, forse è la mezza, forse è già l’alba. Quando uno tira le cuoia è sempre a un’ora crepuscolare. C’è tanto bianco. E’ la neve che fiocca. Viene giù che è una bellezza. Due ombre si sovrappongono al biancore. Ombre inquiete. Sono loro, i miei vecchi. Lo so. Nessun altro mi ha mai amato. Sono qui per darmi l’addio. Odio che lo facciano, non sono pronto.
E’ apparsa un’altra ombra. E’ la mia? Se lo è, beh, è priva di grazia. Gibbosa e nera, troppo anche per un’àrea scura. Se solo potessi essere così come sono adesso! Sarebbe accettabile. Sarebbe comunque meglio di tornare nell’Oblio.
Il biancore s’è fatto insopportabile. Fa male. Le ombre sono scomparse, eccetto la mia, negra più d’ogn’altra cosa il mio sguardo abbia mai conosciuto.
Sono felice che non ci siano più le ombre dei miei. La morte è un affare personale. Quando tiri l’ultimo fiato la gente ti giudica, e poco importa se i giudici sono le persone che ti hanno messo al mondo. C’è però che non sono pronto. Ho lottato sino all’ultimo illudendomi di riuscire a strappare qualche anno in più ai miei venti anni. Non ho mai baciato una ragazza. Non lo so che sapore ha la bocca di una ragazza. Mi sono ammalato presto. Un calvario da un ospedale all’altro. Di me non resterà niente. Un ricordo che, poco a poco, sbiadirà nella testa di mamma e papà. Un ricordo che sarà mangiato dalla senilità. Non è giusto che finisca così, in questo biancore occupato dalla mia ombra gibbosa che m’irride.
Non capisco. Non c’è più. Il bianco che m’invadeva si è ritirato. E non c’è nemmeno qualcosa che si possa dire buio pesto. Dunque è così. E’ così. La fine è questa, morire per continuare a esistere come tumore oscuro, inestirpabile. Sarò io la negra ombra gibbosa a far visita a chi domani ancora morirà…

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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5 risposte a Il sogno di un malato terminale

  1. Lady Nadia ha detto:

    Un pezzo che sembra farci entrare in un imbuto. L’incipt è già terribile, ma ormai costretti a scendere nella sua lettura, ci sentiamo addirittura soffocare. E’ vero. Lei non lascia scampo, non in situazioni simili.
    Mi ha rattristata. Ma la realtà è anche questa, purtroppo.

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Non è un racconto recente, l’ho scritto nel 2014. Già, rattrista e non lascia scampo, perché la realtà è la realtà e nessuno può modificarla.
    Grazie, cara Nadia.

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  3. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Già. Immagino sia così.

    Grazie per averlo portato anche sul tuo blog. ^_^ ❤

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