NESSUNA ROSA DI VENDETTA – Da “Donne e parole” (2nda edizione) – Acquista dall’autore a 10 Euro spese di spedizione incluse

NESSUNA ROSA DI VENDETTA

Da “Donne e parole” (2nda edizione)

Acquista dall’autore a 10 Euro spese di spedizione incluse

Iannozzi Giuseppe

Barbara

KADDISH

Non era previsto,
non era previsto che così presto
cadesse la testa nella cesta
Presto volterò l’angolo

Prego,
ti prego di dimenticare
che mi hai incontrato
Prego,
ti prego di dimenticare
che hai ascoltato le mie parole,
che sono stato uno
che parlava con bocca d’amore
inventando follie su follie
per un sorriso, per il tuo sorriso

Sono stato un folle,
uno senza arte né parte
che non ce l’aveva il diritto
di sconvolgere la tua vita
invitandoti a posare
la prima pietra per una chiesa
Da te sono stato
per un battesimo di luce,
ma già da un’eternità
nella siccità giaceva il fiume
In ritardo su di me
lo capisco adesso,
e non cerco assoluzione

Considera che
non avevo esperienza;
e considera che,
fra miracoli alla buona,
cadute e preghiere inascoltate,
quasi sempre la mia guancia
ha raccolto in silenzio
schiaffi nudi di guanti

Presto volterò l’angolo
Per le mie parole
sono stato condannato
a tacere fino alla fine
Per le mie parole
sono stato condannato
a bere l’acidità della verità
fino a quando ce la farò

Presto volterò l’angolo,
non te ne dispiacere
Non mi hai conosciuto mai,
mai veramente, mai sul serio:
solo inventavo storie su storie,
giorno dopo giorno,
ora dopo ora,
minuto dopo minuto,
per un sorriso non venuto

ULTIMO SOPRAVVISSUTO

Straniero in terra
di consumata guerra
conto delle stelle gli anni,
la lontananza che da loro
mi separa
Quante invalide notti qui
ad aspettare speranza
mentre cadevano uomini
e tutto l’intorno si faceva
spazio di fantasmi,
di mute voci,
non oso confessare
all’alma mia ora piagata
su questa vuota spiaggia
S’alza stanco il mio navigatore,
mi dice di Chi oggi così muto
Ma basta un vago mio gesto,
un cenno del capo appena
perché tosto si dissolva
per congiungersi alla mutezza
che è sovra ogni corpo abbandonato
orrendamente straziato

Quanti sono così al cielo esposti,
nudi nella morte
e non raccolti in cristiana sepoltura!
E le mosche a divorare quei volti
che in vita mi diedero voce d’amicizia
sotto gli sguardi prepotenti del sole

Di facile morte,
chi per disgrazia
oggi Unico Sopravvissuto,
non muore;
e l’astuto imperfetto Silenzio
piano lo consuma in atroce pazzia
nell’incessante ronzio
di milioni e milioni di mosche

CI SIAMO INNAMORATI

Ci siamo innamorati
che eravamo troppo giovani
per capire chi cosa dove quando
Ci siamo innamorati
perché non avevamo altri sogni
in cui versare la coppa della giovinezza:
io le mie tasche di piena povertà,
tu la tua gonna con lo spacco
Eravamo due tipi alla moda
A modo nostro eravamo belli
Belli e perdenti

Ci siamo innamorati
guardando un brutto film in un vecchio Cine:
all’incappucciato gli friggevano le cervella
mentre la sedia elettrica rideva elettricità
Eravamo troppo giovani
per poter capire che l’anima ha un suo peso
anche se non lo sentiamo

Ci siamo innamorati
davanti a quel locale che è poi saltato in aria
sotto un cielo rasato da un tramonto di sangue
Tutti quei corpi morti ci facevano paura
Ci facevano sentire più soli che mai
sotto quel cielo così rosso, e l’IRA

Ci siamo innamorati
Abbiamo preso tutto alla lettera
senza discutere, per nascondere l’ignoranza
che ci divorava le budella

Ci siamo innamorati a prima vista:
due bambini che si giocano la nudità
immaginandosi dottore e paziente
E intanto Jeff moriva affogato tacendo
E Tim dall’Aldilà suonava un disco rubato
al Mercato delle Pulci

Ci siamo innamorati
delle nostra bella retorica
e del David michelangiolesco
Ci siamo innamorati
e dio non ha degnato d’uno sguardo
le mie tasche vuote e il tuo spacco

Ma ci siamo innamorati
ed eravamo quasi innocenti,
uguali ad angeli caduti
per colpa d’uno sgambetto

NON TI RESTA CHE PREGARE

Quando la paura morde la coda ai cani
e non sai dove andare e perché,
c’è solo una cosa che tu possa fare,
aspettare che un angelo si ricordi di te

Quando non hai più motivi per resistere
e ogni giorno è uguale a quello precedente,
c’è solo una cosa che tu possa fare,
aspettare che un angelo ti salvi o ti condanni

Quando non hai più domande e risposte
Quando la luna affoga in fondo al mare
Quando la notte fa male
e la tua anima è fredda di dolore,
non ti resta che pregare
Quando hai perso la fede e l’amore
e ogni altra cosa che ti faceva felice,
anche se non ci credi, non ti resta che pregare

Non ti resta che questo
anche se non ci credi
Anche se non ci credi…

Anche se non ci credi ti sveglierai
e lei ti dirà d’esser venuta per te
Con dolcezza ti inviterà a scegliere
la carta dal mazzo, vivere o morire

Quando non hai più motivi per esistere
Quando il tempo ti ha pugnalato alle spalle
Quando il danno è la sola moneta che hai,
non ti resta che alzare i pugni anche se…
anche se non ci credi più a te
Quando la donna che hai amato è lontana
e non ne vuol più che sapere d’un buffone,
non ti resta che aspettare e pregare
che un angelo, in un modo o nell’altro,
metta fine a tutto questo

Quando temi per la tua vita
ma non t’importa più come e quando,
un angelo arriverà a donarti un bacio
e non avrai più paura del destino
Non avrai più paura d’andare avanti
Non avrai più paura della fine
perché avrai tutto il tempo che ti serve
per fermarti per sempre senza paura

COLPO FINALE

Han scavato le cieche lacrime
la dura roccia millenaria;
resiste però la Rosa nel Deserto,
miraggio per poeti dimenticati,
per quanti patria
e affetti han sacrificato nel Niente
da Oriente a Occidente vasto,
impossibile da sognare o segnare
E ronza un moscone all’Ultimo Bar:
mano a un vuoto bicchiere, in gola
un’arida goccia di gin butta giù
prima che sia l’ira del dolce jinn
ad arrestargli il pomo d’Adamo
mentre in sconosciute vie di periferia
la Ruota della Fortuna tentano gli orfani
nel fumo di Mosca subito seppellendosi
E sulla scrivania attende la Remington
che infine giunga un perfetto nessuno
a sbloccare il carrello, il colpo finale

LASCIA CHE SIA COSÌ

E ora, ora lascia che…
lascia che sia
il vento a parlare
Abbiamo lasciato la casa
che era nostra e ogni cosa,
ogni cosa che accolse
i nostri respiri prima,
ogni cosa che testimone si fece
dei nostri silenzi dopo

Ora, ora lascia che…
lascia che i fantasmi scivolino via
con la pioggia e con le prostitute di Dio
Lascia che sia, lascia che sia così,
eco ripetuta, martellata a vuoto

Non abbiamo più niente
che valga la pena d’esser perso,
tutto il bello lo abbiamo sciupato
senza riguardo
Questo camino a cielo aperto
che è pieno di cenere bagnata
non mente, non mente su niente
mentre i tuoi occhi apparecchi
sulla mia assenza

BELLI E FOTTUTI

E se ne vanno gli anni
fra la Pasqua e un carnevale;
quei bei tempi
ch’eran di speranze
han messo sbarre
sulla faccia mia;
e poi dire, e poi fare
senza mai saper dove andare.
E il sorriso ormai vinto,
stanco come quello di certi vecchi
con in bocca voce di dentiera
e perenne sapor di tabacco.

Scacco,
ed è matto.

Posto prenotato in manicomio,
e mai più,
mai più le giovani lunghe gambe
delle donne, delle belle
che sol ieri dissero di me poeta
per presto lasciarmi
fra le scartoffie
di cento e mille altri
quasi uguali a me.

Così in fretta perde un battito il cuore;
inventare un racconto
per pagare il conto,
o solo per difender l’onor mio
che per poco che è ancor c’è.
Così dicono “va tutto bene”,
dicono e subito ridono
l’indice puntando al giovane che ero,
immaginato eroe
sempre disegnato male – bastardo.

E buttar giù l’ennesimo caffè,
la speranza di rimaner sveglio
giusto per il tempo che serve,
prima che sul palco si spenga la luce
e nell’amaro buio ammettere
“sì, son stato schiavo,
nient’altro m’era dovuto”.

Scacco,
ed è matto.

Bei tempi, sì,
belli e fottuti.

DODICI TRADITORI

Avevo dodici discepoli
che i passi miei seguivano
baciando le mie orme
fossero esse sulla sabbia
o sull’acqua

Chi in me credeva
i giorni suoi passava
a me accanto
dimenticando presto
gl’insegnamenti,
con in testa sempre
il solito grillo:
quello d’erigere
pietra su pietra,
schiavo dopo schiavo,
una chiesa
che nel suo ventre
di balena, senza posa,
raccogliesse fedeli
da ogni angolo del Creato

E fu forse peccato
dichiararmi dei Giudei il Re
Il tradimento però
– seppur non agognato –
dicono fosse nel piano divino,
cosicché ancor oggi
dir non so se peggiore fu
il morir mio in croce tradito
o se di Giuda il destino
all’Eternità impiccato
D’una cosa son certo:
se distratto lo sguardo butto
al mondo dabbasso
nulla è cambiato

HAI FATTO BENE IL TUO BENE

Alle spalle hai gettato
l’inquietudine
Ne convengo,
hai fatto bene il bene
Hai però dimenticato
di darmi indietro il ramo d’ulivo,
la croce e la bellezza,
così adesso rimango ramingo
per il mondo cercando Buddha,
l’eternità dorata
e l’addio dell’arcobaleno

NESSUNA ROSA DI VENDETTA

Perduto amor mio,
se così ciechi gli occhi tuoi oggi
davanti all’immagine mia;
se così morto t’appaio,
considerato meno d’un fantasma;
se più non sei tu Gerusalemme
e nemmeno Sodoma e Gomorra,
perduto mio biondo fiore,
ti prego di slegare il cappio,
di lasciarmi cadere nel fango
perché possa almeno dormire
accanto alla mia ombra
per essere niente nel Niente
Questo e null’altro ti chiedo;
e la promessa Vendetta
sol sarà rosa mancata
sull’immobile mio petto

HO MAI DETTO AL CIELO CHE SEI BELLA?

Dolci i fianchi lungo le montagne
e la pioggia, la pioggia non cessa il suo lavoro:
e ogni creatura cerca un minimo riparo,
e ogni donna cerca un amante per la notte
Ho mai detto al Cielo che sei bella,
te l’ho forse mai detto chiaro e tondo
per farti tremare al di là d’ogni dubbio?

Dolci, dolci i sogni che ci tormentano
Ogni giorno passa lento sulla tua bellezza,
e ogni goccia di pioggia ti accarezza piano
Da lassù il Signore ci invita a salvarci:
non gli piace affatto questa solitudine
che ci viviamo addosso fino all’ultimo giorno

E ogni creatura cerca un minimo riparo,
e ogni donna cerca un amante per la notte

Non ti ho mai detto che nel Giorno del Giudizio
a nessuno di noi verrà chiesto perché Sole e Luna
non hanno mai fatto niente per essere un po’ di più
Non ti ho mai detto la verità sulla confusione
che alberga quaggiù dove è facile franare
insieme ai secoli delle montagne,
dove è facile cadere in ginocchio
senza una vita alle spalle… senza un perché

E ogni creatura cerca un minimo riparo,
e ogni bambino cerca il petto d’una madre

Dolci,
dolci sono i fianchi delle montagne
Non reggeranno ancora a lungo,
non reggeranno ancora a lungo

PIÙ DEI SETTE CIELI

Un giorno vorrei mi sorprendessi
con una poesia di spirito e castità
Ma ben so che alla carnalità
sei votata; sol mi resta la possibilità
di farmi il segno della croce
e di frugare a fondo nelle tasche
in cerca d’un avanzo di sigaretta
Poi d’ogni surrogato piacere stanco
oramai incapace di pregare
per la salvezza o il giorno del giudizio,
chiuderò le pesanti porte della Chiesa
e da solo rimarrò di fronte a un povero Cristo,
ma pronto ad appendergli al collo io
una corda più resistente dei Sette Cieli

LUTTO

Non lo so perché amo te
e non un’altra
Ma tu, sempre,
hai pronunciato il mio nome
come un vieto lutto
Io, invece,
sempre in bocca il tuo
come un carnoso frutto

R.I.P.

L’assoluta solitudine
non esiste
né esiste
il fragile suo corpo
Esistiamo però noi,
cadaveri in vita

Iannozzi GiuseppeIannozzi Giuseppe: (Torino, 1972) è scrittore, giornalista, critico letterario e blogger. È autore dei romanzi Angeli caduti (Cicorivolta edizioni, 2012), L’ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta edizioni, 2013), La cattiva strada (Cicorivolta edizioni, 2014), La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2013). Nel 2016 ha curato e tradotto gli apocrifi bukowskiani Bukowski, racconta! (Edizioni Il Foglio, 2016); nel 2017 ha pubblicato la sua prima antologia poetica, Donne e parole. Sulle orme di Leonard Cohen (Edizioni Il Foglio).
Ha inoltre scritto introduzioni e critiche per diversi autori: Celeste Bruno, Kyara, Francesco De Nigris, Felice Muolo, etc. etc. È stato il fondatore di Jujol Cultura e Spettacolo e di King Lear (Officina avanguardie). Attualmente collabora con diverse testate online e non.
Da un anno a questa parte cura l’Ufficio Stampa delle Edizioni Il Foglio.

La sua pagina personale: https://iannozzigiuseppe.wordpress.com

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Donne e parole. Sulle orme di Leonard Cohen – Iannozzi Giuseppe – Edizioni Il Foglio

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Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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