Favola di due talpe che si vogliono bene

Favola di due talpe che si vogliono bene

Iannozzi Giuseppe

Talpa

a Isabella Difronzo,
per il suo sorriso,
questa favola dolce dolce

Due talpe condividevano da sempre la stessa tana. Di tanto in tanto capitava che, per movimentare la loro monotona vita, bisticciassero.
La talpa femmina amava stuzzicare il suo compagno: “Che cosa stai facendo?”
Strizzando un po’ gli occhi ciechi, aggiustandosi sulla punta del naso gli inutili occhiali da vista, lui le rispondeva: “Sto cercando la Parola Perfetta.”
“E’ una vita che la cerchi, e non l’hai ancora trovata”, lo rimproverava lei.
“Non l’ho ancora trovata, perché tu mi stai sempre addosso.”
Ogni volta che sentiva queste parole, la talpa femmina si indispettiva, metteva su un faccino un po’ triste e un poco arrabbiato, dopodiché menava un veloce scappellotto sulla testa del compagno.
Ogni giorno era così. Le due talpe si volevano un gran bene, ma avevano davvero pochi motivi per distrarsi, così litigavano per gioco, per non darla vinta alla quotidianità che li avrebbe voluti sotterrati in una noia di giorni tutti uguali.
Un giorno però le due talpe litigarono sul serio.
“Tu cerchi sempre la Parola Perfetta e a me dedichi poca o nulla attenzione. Ti par giusto?”
“Tu sei talpa e pure io lo sono, ma non è giusto.”
“E perché non sarebbe giusto?”
“Perché talpa è un nome adatto a una femmina, e io sono un maschio”, si inalberò il compagno della femmina.
“Non è un buon motivo per trascurarmi. Se non hai tempo per me, puoi pure fare le valigie e andartene da questo buco”, gli disse lei a muso duro.
Sentendosi offeso, trattato male, il compagno della femmina, con voce dolente, sol disse: “Non è giusto che mi tratti così.”
“Non è colpa mia se tu non mi vuoi bene.”
“Ti voglio bene”, disse lui con convinzione, anche se già sentiva un dolore mai provato prima scavargli dentro al cuore.
“Lo dici a parole, a parole soltanto, e spendi tutto il tuo tempo dietro alla ricerca della Parola Perfetta”, lo rimproverò lei, pentendosi quasi subito d’esser stata così dura, forse temendo che lui potesse davvero fare le valigie e andarsene.
“Ti voglio bene”, disse di nuovo lui con convinzione, nonostante sentisse fin troppo bene il dolore che, sempre più a fondo, gli scavava nel cuore.
“Anche se volessi crederti, non me lo dimostri mai il bene che dici di volermi.”
“Ti voglio bene”, ripeté lui per la terza volta.
“Non sai dire altro!”, lo attaccò lei.
“Dico quello che sento”, si difese lui, e non aggiunse altro.
“Ti odio!”, gridò la talpa femmina.
Questo non se lo sarebbe mai aspettato dalla sua compagna, no davvero! Il compagno della talpa, suo malgrado, fu costretto a rispondere alla femmina che anche lui la odiava.
Come fossero arrivati a questo punto, le due talpe non lo sapevano. Stavano giocando o stavano facendo sul serio? Non lo sapevano. Si fecero tristi tristi, e non si dissero più una parola fino a sera fatta.

“Me ne vado”, dichiarò lui rompendo il silenzio.
La femmina, non sapendo cos’altro dire, forse credendo che il maschio volesse solo metterla alla prova, gli disse due parole semplici semplici: “Vai pure!”
Il povero maschio si fece prima pallido pallido, poi disse: “E dove potrei mai andare?”
“Affari tuoi!”
Una lacrima scivolò sul muso di lui, una lacrima che la femmina non vide o che fece finta di non vedere.
“Allora me ne vado”, confermò mogio mogio lui.
“Vai, vai pure!”
“Perché mi tratti così?”, la rimproverò lui.
“Perché sei cattivo…”, gli rispose lei e subito si morse le labbra, perché sì, questa volta aveva osato davvero troppo.
“Lo pensi sul serio?”
“Sul serio, certo che sì”, disse lei, mentre in petto il cuore le batteva forte forte per l’agitazione.

Fu così che il maschio della talpa se ne andò, anche se andò ben poco lontano: in pratica si spostò in un’altra buca, a un tiro di schioppo da quella che, fino a pochi minuti prima, aveva condiviso con la sua compagna. Con sé portò via il minimo che era poi tutto quello che aveva, in pratica nella valigia ci mise gli occhiali e morta lì.
Nonostante le buche delle due talpe fossero estremamente vicine, sia il maschio che la femmina accusavano una solitudine indicibile e non sapevano davvero come far trascorrere il tempo. Lui, nella sua nuova buca, aveva il morale così a terra che non teneva manco più la voglia di cercare la Parola Perfetta; e lei era non meno depressa, gironzolava fra le gallerie e basta, ma più gironzolava più si rendeva conto che non c’era niente di cui gioire adesso che il suo compagno non era più insieme a lei a farla disperare!

Trascorsero due giorni nelle loro rispettive buche, e il terzo giorno, sopraffatti dalla solitudine, uscirono fuori nello stesso momento e si trovarono praticamente occhi negli occhi, anche se sarebbe più corretto dire naso contro naso. E subito cominciarono a litigare.
“Mi hai mandato via”, la rimproverò lui.
“No, non è vero, sei tu che sei voluto andare via”, ribatté lei.
“Tu menti”, continuò lui.
“No, sei tu quello che menti”, continuò lei.
“Io non mento.”
“E io invece ti dico di sì.”
Andarono avanti così per delle ore, che volarono in un battibaleno.
“Tu menti, però non ne sono così sicuro. E poi, a dirla tutta, non ricordo nemmeno il motivo per cui abbiamo litigato”, ammise lui stremato ma felice, quando oramai il vespro era già bell’e passato.
“Non me lo ricordo neanche io. E non sono affatto sicura che abbiamo litigato”, capitolò lei stremata ma felice.
“Perché stiamo in due buche diverse invece di stare nella stessa buca?”, provò a chiedere lui.
“Non me lo ricordo, forse non lo so proprio il perché. So solo che mi manchi, Talpo!”, gli rispose lei con dolcezza.
“Che cosa hai detto, Talpa?”, si infervorò lui.
“Che mi manchi”, ripeté lei.
“Sì, anche tu mi manchi e tanto. Ma hai detto Talpo, o sono diventato sordo oltre che essere cieco per natura!”
Talpo, sì.”
“E’ questa la Parola Perfetta e l’hai trovata tu, Talpa”, gridò lui.
Talpo sarebbe la Parola Perfetta?”
“Esatto esattissimo, Talpa.”
“Dunque siamo Talpa e Talpo?”
“Più che esattissimo.”
“Mi stai dicendo che ho disseppellito, non so bene da dove e come, la Parola Perfetta?”
“E’ proprio quello che ti sto dicendo.”
“Mi stai forse suggerendo che non sei stato…”. Non terminò il pensiero, ché se avesse continuato,  avrebbe combinato un guaio, poco ma sicuro.
“Che non sono stato…”, volle sapere Talpo, mettendo su un faccino alquanto strano.
Fra sé e sé, a tutta birra, Talpa rifletté, si schiarì poi la voce e parlò: “Stavo dicendo che sei stato tu, Talpo, a suggerirmi la Parola Perfetta.”
Talpo era a dir poco sbigottito: mica capiva!
“Sei stato tu, certo che sì. Mi hai suggerito la Parola Perfetta adatta a te con la tua presenza, con il tuo incessante martellare su questa cosa, insomma, con il nostro mai stanco bisticciare su questa cosa. E’ andata proprio così, proprio così”, gli spiegò lei.
Talpo non era granché convinto, o forse sì: in testa gli albergava una gran confusione.
“Sei sicura?”, chiese con un filo di voce.
“Sicura sicurissima, Talpo!”, mentì lei a fin di bene. Ma forse non stava mentendo, forse no.
Talpo, finalmente sicuro di sé, gonfiò il petto ed esplose in una risata di gola, che subito invase l’intorno.

Le due talpe tornarono a vivere insieme, nella stessa buca. E continuarono, ogni santo giorno, a litigare affinché non fosse la noia ad aver ragione di loro.

Il proprietario del campo dove le due talpe ancor oggi stanno, essendo lui tanto ma tanto vecchio e più sordo d’una campana e più cieco d’una talpa, non le sente né le vede mai, non sospetta proprio che nella sua proprietà ci siano delle talpe. Ed è meglio così, è meglio così, credetemi sulla parola, Signore e Signori.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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10 risposte a Favola di due talpe che si vogliono bene

  1. Lady Nadia ha detto:

    Una FAVOLA nuova di zecca? E… dolce dolce.
    La vita di coppia, nella stessa buca. Ah, che dura che é!😁 Ma tu ci ricordi che i litigi sono spesso cercati, per noia, forse. Spesso, sono pure banali. Basta provare l’assenza per desiderare la presenza. Carina, tanto. Ciaooo, grazie, mi sono divertita nel leggerla.

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    NUOVA NUOVISSIMA. L’ho scritta questo pomeriggio nel giro di quattro ore. Sembra facile scrivere delle favole, non è però così. Per favola si intende una narrazione breve, in prosa o in versi, dove i protagonisti possono essere o delle persone o degli animali. Una favola e non una fiaba. Sono due cose diverse, pur ammettendo nel loro costrutto dei punti comuni. La favola reca sempre una morale, che può essere espressa alla fine, con dei versi o in prosa. E’ un genere letterario molto antico quello della favola. Ed è un genere nobile, nonostante, oggi come oggi, la tendenza sia quella di pensare che la favola sia una cosa di poco conto.

    Credo che la morale sia messa bene in evidenza; a volte sì, il litigio per gioco è ricercato (dalla coppia, dagli amici) per portare un po’ di sale nella vita che si vive insieme. Gioco molto, anche con le parole, con il loro significato più profondo, per dar corpo e sostanza a questa storia. Che favola sarebbe altrimenti?

    Visto! Se voglio so scrivere anche in maniera dolce, senza ricorrere a una prosa omerica.

    Esatto: provare l’assenza per desiderare la presenza. Ci ha preso in pieno, è poi questa la morale di questa favola. Forse è una morale, perché ce ne sono delle altre. 😉

    Mi fa piacere che ti sia piaciuta. Scrivendola, io mi sono divertito, non lo nego.

    Grazie, cara Nadia. Ciao.

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  3. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Dici che è così? 🙂 ❤

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  4. Isabella Difronzo ha detto:

    Sì, la trovo davvero deliziosa!
    Un sorriso
    Grazie ⚘

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  5. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Wow, siamo d’accordo. Anch’io la trovo deliziosa, ma forse detto da me non vale, in quanto sono l’autore. 😉

    Solo un sorriso! Uhm, fai come la talpa della favola. 😀

    Un bacio, cara Isabella. ♥

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