POVERO VECCHIO BASTARDO (Omaggiando Francis Scott Fitzgerald)

POVERO VECCHIO BASTARDO

Omaggiando Francis Scott Fitzgerald

Iannozzi Giuseppe

Francis Scott Fitzgerald

Una volta dabbasso fece subito segno al primo cocchiere libero di fermarsi, salì dunque sul fiacre comandando che lo portasse fuori della città.
Nelle vene gli albergava una rabbia che non avrebbe tardato a manifestarsi in violenza, lo sapeva bene, e proprio per questo intendeva essere il più lontano possibile dalla civiltà quando si sarebbe scatenata.

Virginia era tanto più giovane di Francis. L’aveva conosciuta nel corso d’una serata di gala. La notò subito e con velocità uguale gli occhi di lei, verdi color di foglia, si posarono addosso a lui. Da quel momento si sentirono legati, inevitabilmente destinati a mettersi a nudo.
Francis rubò un flûte di champagne da un vassoio e, non senza arrossire, lo portò fin quasi sotto alle gonne di Virginia. Era giovane, più di quanto avesse immaginato e, in segreto, sperato. Lei finse di non averlo notato, accettò però lo champagne invitandolo a sedere al suo fianco, su un divanetto libero, mentre al piano un maldestro pianista ci dava sotto con un pezzo di George Gershwin. Francis, ubriaco di lei, la sua anima la riversava nella scollatura di Virginia. Francis era certo che da quei seni avrebbe presto dissetato la sua sete d’amore.
I due parlarono del più e del meno. Lui le spiegò d’essere un uomo d’affari, uno scrittore anche e soprattutto, non più tanto giovane ma ancora in gamba. Lei si finse sorpresa chinando un poco il capo, ridendo sommessamente. Nel giro di un’ora Francis le raccontò tutto di sé, sempre rimarcando il fatto che aveva dollari in abbondanza, così tanti che non sapeva davvero che farsene. Lei invece di sé gli disse poco o nulla.
“Io sono Virginia. Lo zio Shylock è il mio tutore legale… o meglio lo era, perché oggi entro nella maggiore età, per cui, d’ora in poi, potrò disporre come meglio credo dei miei pochi averi. A partire da oggi sono libera, e, soprattutto, non dovrò più rendere conto di quello che faccio a nessun barbagianni”.
Era insolente Virginia e questo gli piaceva, lo eccitava.
Cominciarono a frequentarsi, non senza che suo zio dimostrasse il suo ostinato disappunto andando in escandescenze, rischiando di farsi venire un accidente.
Virginia la prese che era ancora illibata. Non aveva sperato in una simile fortuna, ma così fu e il suo orgoglio di uomo salì così tanto che non esitò a baciarla prima sulla fronte e poi a piangere sul suo seno. E come tutti gli uomini innamorati e pazzi, Francis le promise la Luna e di più ancora.
Nel giro di sei mesi Francis e Virginia convolarono a nozze. Il giorno dopo lo zio di Virginia ebbe un ictus dal quale non si riprese mai: morì nel suo letto dopo pochi ma duri giorni di agonia fra la vita e la morte.

Per un paio d’anni Virginia e Francis andarono d’amore e d’accordo. Non passava giorno che non si rifugiassero l’uno nelle braccia dell’altra divorandosi nella passione. Ardeva nei loro sessi e nelle loro anime la passione, una passione sì forte che Virginia alimentava con il fatto d’esser d’un uomo e d’uno solo. Francis la possedeva e Virginia possedeva lui. Questo, questo li rendeva belli, dannati in una bellezza troppo perfetta perché dalla high society non venissero presi di mira da invidia e odio. Non c’era uno che non commentasse la loro relazione, così salda e felice, così tanto perfetta.

Ma la guerra, carica di minacce, bussò presto alle porte del paradiso dei due piccioncini. E, suo malgrado, Francis fu costretto a fare la sua parte. Con fredda gentilezza, la Patria lo pregò di prestare la sua professionalità e i suoi dollari alla causa, affinché la pace tornasse presto a imperare a destra e a manca.
Fu così che Francis trascorse qualche settimana fuori città, per sbrigare degli affari che avrebbero dovuto servire a seminare i semi della pace da quasi tutti agognata.

Quando finalmente tornò a casa, subito sentì un brivido corrergli lungo la schiena, un brivido che lo raggelò.
Che cosa era accaduto durante la sua assenza?
L’istinto gli suggeriva la risposta: tradito.
Non voleva crederci nonostante il suo istinto, in tanti anni, non lo avesse mai spinto su una pista sbagliata. Strinse i pugni e più morto che vivo, con l’anima fra i denti, corse da Virginia per guardarla nel profondo degli occhi. Madido di sudore spalancò la stanza dell’amata. Era da sola. Lei fissò i suoi occhi verdi dentro a quelli di Francis. E lui comprese che il suo istinto gli aveva suggerito il vero. Tremante sbatté dietro di sé la porta, desideroso solo di fuggire dall’inferno che era ormai diventata quella casa. Virginia non fece nulla per trattenerlo: anche lei doveva aver compreso che Francis non poteva esser ingannato e che tutto aveva capito. Lei lo sapeva bene che l’istinto di Francis era dono e disgrazia allo stesso tempo, per questo lo lasciò andar via, sicura che niente, che davvero niente avrebbe potuto porre riparo al torto che gli aveva fatto.

Francis comandò al cocchiere di fermarsi in una zona periferica della città. Il buonuomo si sentì in dovere di consigliare al cliente di non addentrarsi in una zona di così bassa reputazione. Francis fece orecchi da mercante, tanto più che era ben consapevole di dove era andato a cacciarsi. Riempì la mano del cocchiere di monete, e, in tutta fretta, si addentrò in vicoli oscuri abitati da donnine allegre, lenoni e assassini. Oltremodo schifato passava in mezzo a quell’umanità mendace che si prostituiva per pochi dollari. Più volte rischiò che un dannato gli cacciasse una coltellata in mezzo allo stomaco. Chi quel giorno inciampò nei suoi passi non poté fare a meno di notare quanto forte fosse la rabbia che lo dominava. Pur non essendo un tipo violento e men che meno un puttaniere, quel giorno Francis pagò una prostituta, la più giovane che gli riuscì di trovare… Le mise in mano più soldi di quanti ne avesse mai visti in vita sua e questo solo per cacciarla in un angolo appestato di piscio e di altri escrementi, dove la pestò di santa ragione. Lei non si lamentò, accettò di lasciarsi massacrare dalla rabbia belluina dell’uomo. Quando finalmente l’abbandonò a sé, la poverina doveva essere più morta che viva.

Con i pugni stretti, bagnati di sangue, mentre il cuore gli si fermava in petto, al povero vecchio bastardo (*) gli riuscì di pensare che sarebbe stato conveniente abbandonare la città e Virginia.

(*) La scrittrice Dorothy Parker, davanti al feretro di Francis Scott Fitzgerald, citando una frase da Il Grande Gatsby, esclamò: “The poor son-of-a-bitch (Povero vecchio bastardo)”.


Il tradimento

La prima versione del racconto (luglio, 2015)

Fotogramma da "Il Gattopardo"Una volta dabbasso feci subito segno al primo cocchiere libero di fermarsi, salii dunque sul fiacre comandando che mi portasse fuori della città.
Nelle vene m’albergava una rabbia che non avrebbe tardato a manifestarsi in violenza, lo sapevo bene, e proprio per questo intendevo essere il più lontano possibile dalla civiltà quando si sarebbe scatenata. Perlomeno ci tentai a portarmi lontano; e se un Dio lassù, da tempo immemore davvero c’è, sia per me lui il testimone che qui non mento!

Virginia era tanto più giovane di me. L’avevo conosciuta nel corso d’una serata di gala. La notai subito e con velocità uguale i suoi occhi verdi color di foglia si posarono addosso a me. Da quel momento ci sentimmo legati, inevitabilmente destinati a metterci a nudo.
Rubai un flûte di champagne da un vassoio e non senza arrossire mi portai da lei, fin quasi sotto alle sue gonne. Era giovane, più di quanto avessi immaginato e, in segreto, sperato. Lei finse di non avermi notato, accettò però lo champagne invitandomi a sedere al suo fianco su un divanetto libero, mentre al piano un maldestro pianista ci dava sotto con Gershwin. Ubriaco di lei, la mia anima tutta la riversavo nella scollatura di lei, che non lasciava adito ad alcun dubbio: da quei seni avrei presto dissetata la mia sete d’amore.
Parlammo del più e del meno. Le spiegai d’essere un ricco uomo d’affari, non più tanto giovane ma ancora in gamba. Lei si finse sorpresa chinando un poco il capo, ridendo sommessamente. Nel giro d’un’ora le raccontai tutto di me, sempre rimarcando il fatto che avevo danari in abbondanza, così tanti che non sapevo davvero che farmene. Lei invece di sé mi disse poco o nulla.
“Io sono Virginia S. Lo zio Giuseppe Giacomo De Turris è il mio tutore legale… o meglio lo era, perché oggi entro nella maggiore età, per cui, d’ora in poi, potrò disporre come meglio credo dei miei pochi averi. A partire da oggi sono libera, e, soprattutto, non dovrò più rendere conto di quello che faccio a nessun barbagianni”.
Era insolente Virginia e questo mi piaceva, mi eccitava.
Cominciammo a frequentarci, non senza che suo zio dimostrasse il suo ostinato disappunto andando in escandescenze, rischiando di farsi venire un accidente.
Virginia la presi ch’era ancora illibata. Non avevo sperato in tanto, ma così fu e il mio orgoglio di uomo salì così tanto che non esitai a baciarla prima sulla fronte e poi a piangere – senz’alcuna vergogna – sul suo seno promettendole la Luna.
Nel giro di sei mesi convolammo a nozze. Il giorno dopo lo zio di Virginia ebbe un ictus dal quale non si riprese mai: morì nel suo letto dopo pochi ma duri giorni di agonia fra la vita e la morte.

Per un paio d’anni Virginia ed io andammo d’amore e d’accordo. Non passava giorno che non ci rifugiassimo l’uno nelle braccia dell’altra divorandoci nella passione. Ardeva nei miei lombi la passione, una passione sì forte che Virginia, con tutta semplicità, alimentava con il fatto d’esser mia e solo mia. La possedevo e lei possedeva me. Questo, questo ci rendeva speciali. Per questo motivo – che dai più potrebbe esser giudicato sintomo d’un’insicurezza latente se non addirittura d’una malattia dell’anima – Virgina ed io eravamo l’invidia dell’alta società e non solo. Non c’era uno che non commentasse la nostra relazione, così salda, così tanto perfetta.
Bussava alle porte la minaccia della guerra. Feci la mia parte, senza pensarci su: assicurai che da parte mia la Patria avrebbe avuto il mio appoggio. E così fu. Ma se vero è che tanti danari diedi alla follia fascista, è più vero che in segreto foraggiai la Resistenza, più di quanto fossi tenuto a fare. A ogni modo le mie tasche rimasero sempre piene: non risentii degli esborsi, e se qualcosa la persi, de’, non ci piansi sopra.

La guerra non intaccò il rapporto con Virginia, fu invece… a dire il vero, ancor oggi non saprei dire chi o cosa fu a guastare tutto.
Trascorsi una settimana fuori città per sbrigare degli affari, quando poi finalmente tornai a casa, subito sentii un brivido corrermi lungo la schiena, un brivido che mi raggelò. Che cosa era accaduto durante la mia assenza? L’istinto mi suggeriva la tremenda risposta: tradito. Non volevo crederci nonostante il mio istinto, in tanti anni, non mi abbia mai spinto su una pista sbagliata. Strinsi i pugni e più morto che vivo, con l’anima tra i denti, corsi da Virginia per guardarla nel profondo degli occhi. Madido di sudore spalancai la stanza della mia donna. Era da sola. Fissò i suoi occhi verdi dentro ai miei e compresi che il mio istinto m’aveva suggerito il vero. Tremante sbattei la porta, desideroso solo di fuggire dall’inferno ch’era ormai diventata quella casa. Virginia non fece nulla per trattenermi, non mi corse dietro: anche lei doveva aver compreso che sapevo. Lo sapeva bene lei che il mio istinto era dono e disgrazia allo stesso tempo, per questo mi lasciò andar via, sicura che niente, che davvero niente avrebbe potuto por riparo al torto che m’aveva fatto.

Comandai al cocchiere di fermarsi in una zona periferica della città. Il buonuomo mi consigliò di non addentrarmi in una zona di così bassa reputazione. Feci il sordo, sapevo bene dove mi trovavo. Gli riempii la mano di monete, troppe a dire il vero, e in tutta fretta m’addentrai tra donnine allegre, papponi e assassini. Oltremodo schifato passavo in mezzo a quell’umanità mendace che si prostituiva per poche Lire. Più volte rischiai che un dannato mi cacciasse una coltellata in mezzo allo stomaco. Chi quel giorno inciampò nei miei passi non poté fare a meno di notare quanto forte la mia rabbia. Pur non essendo mai stato un tipo violento e men che meno un puttaniere, pagai una prostituta, la più giovane che mi riuscì di trovare… Le misi in mano più soldi di quanti ne avesse mai visti in vita sua e questo solo per cacciarla in un angolo appestato di piscio e di altri escrementi, dove la pestai di santa ragione. Lei non si lamentò, accettò di lasciarsi massacrare dalla mia rabbia belluina. Quando l’abbandonai a sé, doveva essere più morta che viva. Sarei oggi un ipocrita se dicessi che in seguito provai pena per quella creatura.
Con i pugni stretti, bagnati di sangue, mi risolsi d’abbandonare la città e Virginia. Per sempre.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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4 risposte a POVERO VECCHIO BASTARDO (Omaggiando Francis Scott Fitzgerald)

  1. Lady Nadia ha detto:

    Qui ho capito i riferimenti! Evviva. Mai un racconto fuori posto per qualcosa. Lo stile è perfetto per il periodo delle vicende e i modi di dire, gli intercalare… adeguati, tanto indovinati da far scorrere via ogni frase veloce e verso la successiva. La tua scrittura è perfetta.Il racconto, in contenuto pure. Evidenzia una reazione che è scontata nella maggior parte dei traditi. I tuoi racconti mi piacciono perchè non sono mai eclatanti, sono umani, normali, sinceri. Mai mirabolanti ma sanno ugualmente incuriosire nella loro dura semplicità.

    Liked by 1 persona

  2. romanticavany ha detto:

    Che dire.
    Sei sempre più bravo.Un racconto che avvince e la fine non poteva essere migliore mi risolsi d’abbandonare la città e Virginia. Per sempre

    Ciao King, Sii di buonumore per il mio Buongiorno e Il resto della giornata trascorrerà da sé.
    1 Bacio ♥

    Liked by 1 persona

  3. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Ciao Monetina Vany, carissima. ♥
    Hai letto la 1ma versione del racconto dunque, e non la seconda. Va bene.
    Ho qui presentato due versioni per questo racconto e sono abbastanza diverse. Evidentemente a te piace di più la secondo, dove il protagonista non schiatta. ^_^

    Oh, ma io sono di buon umore, cara bambina.
    La giornata è oggi volata via.

    1 bacio immenso a te, bambina che rincorri le onde sbruffone. ^_^ ♥

    Mi piace

  4. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Sì, immagino di sì, che i riferimenti sono piuttosto chiari, tanto più che ho messo le due versioni del racconto, la stesura relativa al 2015 e quella odierna. Sono parecchio dissimili. Preferisco la 2a versione, perché è più omerica e più vicina a un raccontare jazzato. 😉
    La musica non poteva esser che affidata a George Gershwin, che è tra i miei compositori preferiti, ebreo ovviamente. Meriterebbe un racconto anche lui, perché con il suo stile, una via di mezzo fra musica classica e jazz, ha cambiato le regole di un certo tipo di sound. Un gigante George Gershwin.

    La reazione è quella che è, quella di un uomo tradito. Immagino che anche una donna avrebbe fatto una cosa del genere, si sarebbe vendicata in qualche modo, magari andando a prostituirsi per gioco o per scherzo. Poco ma sicuro.

    No, i miei racconti, soprattutto quelli degli ultimi anni, non vogliono assolutamente essere con un finale eclatante, vogliono essere invece ben radicati al tessuto sociale e alla realtà. Rifuggo dagli effetti speciali e da certe boiate americane (moderne). Magari gli americani tornassero a scrivere come sapevano fare giganti quali Ernest Hemingway, Francis Scott Fitzgerald, Thomas Wolfe, etc. etc. Sai a me quanto me ne frega di leggere Ken Follett? Meno di zero. Letto un suo romanzo, gli altri tutti uguali, studiati a tavolino: lo stile, sempre quello. Robetta destinata a non durare. Follett lo leggo e lo dimentico perché non è letteratura né mai lo sarà. E’ solo un produttore seriale di storie. Questo per dire che i suoi finali, eclatanti, sono quanto di più lontano ci sia dalla realtà.

    La realtà o una possibile realtà, questo è il vero effetto speciale, perché non spazia nell’impossibile. Restiamo dunque coi piedi per terra e scopriremo che essa e solo essa ci racconta per filo e per segno che cosa è l’uomo e come si comporta. La realtà è un mattone che ti spezza i denti in bocca. Credici.

    Grazie, Nadia.

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