Lascia che i fantasmi scivolino via. Poesie perse o ritrovate, rare o inedite

Lascia che i fantasmi scivolino via

Poesie perse o ritrovate, rare o inedite

Iannozzi Giuseppe

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Donne e parole - Iannozzi Giuseppe - Il Foglio letterario - 2a edizione

Donne e ParoleIannozzi GiuseppeEdizioni Il Foglio – ISBN 9788876066450 – pagine: 604 – © 2017 – prezzo: € 18,00

Lascia che sia così

E ora, ora lascia che…
lascia che sia
il vento a parlare
Abbiamo lasciato la casa
che era nostra e ogni cosa,
ogni cosa che accolse
i nostri respiri prima,
ogni cosa che testimone si fece
dei nostri silenzi dopo

Ora, ora lascia che…
lascia che i fantasmi scivolino via
con la pioggia e con le prostitute di Dio
Lascia che sia, lascia che sia così,
eco ripetuta, martellata a vuoto

Non abbiamo più niente
che valga la pena d’esser perso,
tutto il bello lo abbiamo sciupato
senza riguardo
Questo camino a cielo aperto
che è pieno di cenere bagnata
non mente, non mente su niente
mentre i tuoi occhi apparecchi
sulla mia assenza

Belli e fottuti

E se ne vanno gli anni
fra la Pasqua e un carnevale;
quei bei tempi
ch’eran di speranze
han messo sbarre
sulla faccia mia;
e poi dire, e poi fare
senza mai saper dove andare.
E il sorriso ormai vinto,
stanco come quello di certi vecchi
con in bocca voce di dentiera
e perenne sapor di tabacco.

Scacco,
ed è matto.

Posto prenotato in manicomio,
e mai più,
mai più le giovani lunghe gambe
delle donne, delle belle
che sol ieri dissero di me poeta
per presto lasciarmi
fra le scartoffie
di cento e mille altri
quasi uguali a me.

Così in fretta perde un battito il cuore;
inventare un racconto
per pagare il conto,
o solo per difender l’onor mio
che per poco che è ancor c’è.
Così dicono “va tutto bene”,
dicono e subito ridono
l’indice puntando al giovane che ero,
immaginato eroe
sempre disegnato male – bastardo.

E buttar giù l’ennesimo caffè,
la speranza di rimaner sveglio
giusto per il tempo che serve,
prima che sul palco si spenga la luce
e nell’amaro buio ammettere
“sì, son stato schiavo,
nient’altro m’era dovuto”.

Scacco,
ed è matto.

Bei tempi, sì,
belli e fottuti.

Lo giuro

Non si può scrivere,
non si può
come condannati
legati alla catena

A chi dire, a chi
dire una banalità,
un “ti voglio bene”?

Non conduce la poesia
sulle sponde della gioia;
e manchi tu, manca
il tuo sguardo d’amore
e di accusa

Ho smesso il vizio,
ho smesso il vizio
d’illudere me, lo giuro;
ma a tarda sera
il muto abbraccio malato
di mille spire di fumo

Assomiglia alla tenerezza

Vedete, la cosa è semplice
Ci crediate o no, è qui:
impegno il tempo
facendo torto alla stanchezza,
spogliando rose e colombe
della loro bellezza,
con una crudeltà
che assomiglia alla tenerezza

Vedete, la cosa è semplice
Ci crediate o no, è qui,
è sempre stata qui
sotto i miei occhi vigili
che interrogano la notte
Ma mai,
mai che riesca a capire
sino in fondo la confusione
che regna nella semplicità
di questa cosa

Bello questo ammore

Bello, bello questo ammore
che sa e non sa
fra i rigurgiti della realtà
L’amore innamorato sa,
sa che siamo io e te al di là
delle finzioni, della realtà
L’amore innamorato sa
che così al di là si rischia soltanto
di fare il giro del mondo per vanità

Che bel dispetto al mio cuore!
Bel dilemma fra montagne e mare
Illusione fu col passare delle ore
credere e non pregare;
con l’alba da me non facesti ritorno,
e il rosso tramonto illude ancora
i ricordi sognati negli occhi miei

Bello, bello questo ammore
che sa e non sa,
che frutti dà e non dà
fra i flutti delle onde
carezzando le sponde
dei nostri stanchi fianchi
ma non fianco a fianco
addormentati

Bello all’inizio
come sogno sognato forte
Bello alla fine
come cenere d’un incubo

Bello, bello credere di capire
E non capirci invece niente mai
in questo bello, bello ammore

Dodici traditori

Avevo dodici discepoli
che i passi miei seguivano
baciando le mie orme
fossero esse sulla sabbia
o sull’acqua

Chi in me credeva
i giorni suoi passava
a me accanto
dimenticando presto
gl’insegnamenti,
con in testa sempre
il solito grillo:
quello d’erigere
pietra su pietra,
schiavo dopo schiavo,
una chiesa
che nel suo ventre
di balena, senza posa,
raccogliesse fedeli
da ogni angolo del Creato

E fu forse peccato
dichiararmi dei Giudei il Re
Il tradimento però
– seppur non agognato –
dicono fosse nel piano divino,
cosicché ancor oggi
dir non so se peggiore fu
il morir mio in croce tradito
o se di Giuda il destino
all’Eternità impiccato
D’una cosa son certo:
se distratto lo sguardo butto
al mondo dabbasso
nulla è cambiato

Ladro di foto

a Isabella Difronzo
che sempre mi perdona
per le mie ruberie,
e per i baci anche!

Ladro di fotografie,
così di me dicono
quando più vero è
che sol rubo delle donne il fiore
perché loro imago sia poesia
che mai la povera mia arte
saprebbe con delicatezza ritrarre

Il biondo miele che sulle spalle
delle belle donzelle piove
– delicato peccato di femminilità –
mi spinge a far quel
che senza pentimento faccio;
ma sì presto dentro al petto
mi si move il core a commozione
che non c’è paragone;
e un quasi pianto le negre ciglia
mi sfiora lasciandomi in ginocchio
come di fronte alla verità di Dio

Forte della tua bellezza

Forte della tua bellezza
sei venuta a disarcionare
il mio riposo eterno;
ho ceduto e ai tuoi piedi
sono caduto dimenticando
di Buddha il sorriso felice;
a chi poi ha voluto sapere,
ho detto la Sacra Verità:
“Per quanto bella la preghiera,
soltanto il fascino di Lei
ha spinto il mio spirito
verso le Porte della Percezione”

Hai fatto bene il bene

Alle spalle hai gettato
l’inquietudine
Ne convengo,
hai fatto bene il bene
Hai però dimenticato
di darmi indietro il ramo d’ulivo,
la croce e la bellezza,
così adesso rimango ramingo
per il mondo cercando Buddha,
l’eternità dorata
e l’addio dell’arcobaleno

come aquila

… e dare e ancora dare
giorno dopo giorno
come fosse l’ultimo
le impronte digitali cancellando
dalle pagine inchiostrate;
e alla fine scoprire
che non una parola
è rimasta
nel significato intatta;
sanno bene Loro
il danno comandato,
ma non gli sta a cuore
lo sforzo e quanto
alla mano è costato,
e nemmeno
la sopraggiunta pazzia
in un universo confuso
ai più recluso

per l’avanzo d’un niente
l’identità e la preda perdere
come aquila che il sonno
non conosce
negl’infiniti alti suoi voli

Nel giardino proibito

Un giorno
che non abbia
rivali e sabbia
da dimenticare;
un giorno
che Sole e Luna
avran perso
per sempre valore
agli occhi
di uomini e dèi;
un giorno,
quel giorno
nel giardino Proibito
a piedi nudi
mi verrai a trovare
e un vecchio saggio
senza più desideri
troverai
addormentato sotto
un nocciolo in fiore

Dell’orizzonte

Dell’orizzonte di domani
non v’è certezza;
sì presto si spenge
del sole la luce;
nelle tenebre avvolti
per ore e ore mai si è certi
che un’alba nuova sarà.

Perduto amor mio

Perduto amor mio,
se così ciechi gli occhi tuoi oggi
davanti all’immagine mia;
se così morto t’appaio,
considerato meno d’un fantasma;
se più non sei tu Gerusalemme
e nemmeno Sodoma e Gomorra,
perduto mio biondo fiore,
ti prego di slegare il cappio,
di lasciarmi cadere nel fango
perché possa almeno dormire
fianco a fianco della mia ombra
per essere niente nel Niente
Questo e null’altro ti chiedo;
e la promessa Vendetta
sol sarà rosa mancata
sull’immobile mio petto

Anche tu, Bruto!

– Bruto, tu qui!
– Qui, mio Cesare, al tuo fianco.
– Bruto, perché?
– Una boccata d’aria fresca tempra il corpo e la mente.
– Ti senti forse poco bene?
– Avevo solo voglia di fare quattro passi, forse cinque, non di più.
– E perché non venti, o ventuno… o ventitré? Non si dovrebbe mai cedere alla mediocrità.
– Lo terrò bene a mente, mio Cesare.

La prima messa

Bello come l’Apollo del Belvedere, pianto da più d’una donna quando decise di far voto di castità facendosi prete, don Antonio disse la prima messa di fronte a un pubblico di fedelissime in lacrime. Sentendolo parlare dall’alto del suo altare, più d’una femmina quasi svenne per l’emozione.
Buttò giù l’ostia, il corpo di Cristo, e infine il vino rosso, il sangue di Cristo, e crollò morto fulminato sull’altare senza un solo udibile gemito.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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