UN SUICIDA

UN SUICIDA

Iannozzi Giuseppe

Thomas Mann

Un uomo minacciava di buttarsi di sotto.
Si trovava al decimo piano d’un vecchio palazzo in stile littorio.
Non sembrava troppo agitato per uno che aveva preso la decisione di togliersi la vita, e non in maniera indolore.
Giacobbe era in mezzo a tanti altri curiosi che, in cuor loro, speravano che l’uomo si buttasse: sarebbe stato un sacrilegio se alla fine avesse deciso di non dar più spettacolo.
Giacobbe non conosceva i motivi per cui quello sconosciuto fosse sul punto di ridursi in poltiglia. Qualcuno diceva che fosse reduce da una delusione amorosa, qualcun altro invece se la tirava dicendo, con tono sin troppo sicuro, che l’uomo era oppresso da una bella dose di debiti. Giacobbe però sapeva una cosa: il cuore dell’uomo si sarebbe fermato durante il volo. La morte l’avrebbe rapito per arresto cardiaco ben prima che il suo corpo si sfracellasse al suolo. Questa certezza lo fece sorridere.
Attese.
Non successe però niente.
Alla fine l’aspirante suicida fu tratto in salvo da una squadra di pompieri. L’uomo fu portato al sicuro, come un cagnolino felice e con la coda fra le gambe. Glielo si poteva leggere in faccia che aveva goduto di quei quindici minuti di popolarità che l’avevano visto calato nella parte del suicida.
Giacobbe, oltremodo disgustato, lasciò il capannello di curiosi senza gettare una sola volta lo sguardo alle sue spalle.

Il giorno dopo si cacciò in una chiesa cristiana, in una di quelle con in bella vista un Cristo in croce.
Non era mai stato un uomo di fede e men che meno un cristiano: era entrato in chiesa e non lo sapeva bene neanche lui il perché.
A ogni modo, fra candele accese, voti a non finire, ritratti su ritratti di santi e madonne, Giacobbe non resistette e scoppiò a ridere, attirando subito l’attenzione del parroco che, in fretta e furia, gli si fece dappresso invitandolo a moderarsi.
“Buonuomo, perché? Colui che ride è forse inviso al suo Cristo?”
Sulle prime il parroco ristette. In prima battuta balbettò poche parole mute, poi, fattosi coraggio, a muso duro gli rispose che non si poteva, punto e basta: “Questa è la casa del Signore, non un circo, Giudeo!”
Giacobbe ritenne non fosse il caso di ribattere, ma però, vinto da un sentimento quasi simile alla tentazione, con voce carica d’ironia, lo pregò d’indicargli un confessionale.
“Maledetto Giudeo, tu bestemmi!”, sbottò il parroco.
Giacobbe lo vide diventare paonazzo, prossimo a farsi prendere un coccolone. Per un po’ rimase a osservare il prete e la sua chiesa carica di dolore. Poi, ridendosela sotto i baffi, dopo una manciata di secondi che gli parvero un’eternità, uscì dalle ombre sepolcrali della chiesa.

Stava volando, stava cadendo: il cuore in petto lo sentiva pulsare forte, ma pareva non volesse che saperne di fermarsi.
Qualcosa non stava andando per il verso giusto.
Stava piovendo giù dal Pirellone, dal trentunesimo piano o giù di lì, da 127 metri d’altezza, e l’infarto non voleva venire.
Le ossa le sentì spezzarsi una a una, o almeno così gli parve. E si vide baciare l’asfalto con i denti.
E ancora si vide mentre i paramedici lo raccoglievano per buttarlo su una barella di legno.
Come in un film si vide arrivare in cima alla Montagna Magica.
Qualcuno gli stava gridando in un orecchio che dovevano operarlo al cervello e che tutto si sarebbe risolto per il meglio in quell’ospedale ai confini della realtà. O del mondo.
Gli parve di cadere in un sonno profondo, che durò poco o niente.
E in tempo zero davanti a sé vide un tipo con un paio di baffi mezzo grigi che somigliava in maniera pazzesca a Thomas Mann. Gli stava spiegando che sarebbe rimasto immobile per il resto della vita: “E’ un vero miracolo che non sia morto durante il volo, immagino che lo immagini bene! Chi vola giù muore d’infarto prima di schiantarsi a terra. Lei è stato fortunato e molto anche. Tuttavia dovrà rivedere le sue posizioni, per così dire… Tetraplegia completa da lesione midollare C5-C6, irreversibile. Dovrà farci l’abitudine. In ogni caso le assicuro che la sua vita non si fermerà per questo incidente. Ha buone speranze di restare insieme a noi per altri trenta o quaranta anni, per cui non si butti giù”.
Gli stava dicendo che per il resto della vita sarebbe rimasto incollato a un letto.

Giacobbe si sveglio all’improvviso, madido di sudore: un incubo, un maledetto incubo che l’aveva visto protagonista. Giacobbe non era affatto certo che lassù ci fosse un Dio, ma se c’era e gli aveva dato le sembianze scimmiesche che aveva, per forza di cose doveva essere un burlone non poco shakespeariano.
“Le forme esteriori possono ingannare, sempre l’ornamento inganna il mondo. E il diavolo può citare le scritture per i suoi scopi… e il mondo è ancora ingannato dalle apparenze”, farfugliò Giacobbe, citando alla rinfusa alcune frasi da Il mercante di Venezia di William Shakespeare.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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2 risposte a UN SUICIDA

  1. Lady Nadia ha detto:

    Interessante. Letto e riletto per capire meglio la fine. Volevo accertarmi fosse un incubo. Non si sa mai.😊

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    E cos’altro sarebbe potuto mai essere se non un incubo? 😉
    L’espediente letterario che ho usato è poi solo per parlare di Thomas Mann e Shakespeare. Entrambi, a loro modo ovviamente, hanno portato la fragilità dell’umano in opere letterarie immense, che Giacobbe non può fare a meno di amare. Ma se un po’ conoscono il mio personaggio, questi non ha la benché minima intenzione di finire in malo modo. Credo che questo lo si possa capire meglio nel racconto successivo.

    Grazie. ^_^

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