SACHA NASPINI – Un’opera d’arte deve essere ambigua. E contenere un virus – Intervista all’Autore di Iannozzi Giuseppe

SACHA NASPINI

Un’opera d’arte deve essere ambigua. E contenere un virus

Intervista all’Autore

Iannozzi Giuseppe

Sacha Naspini

1. Sacha Naspini, hai al tuo attivo già diversi libri: “Il Gran Diavolo”, “L’ingrato. Novella di Maremma”, “I sassi”, “I Cariolanti”, “Noir Désir”, “Pagalamòssa!”, “Le nostre assenze”, “Cento per cento” etc. etc. Sei molto conosciuto in rete (e non solo), sei molto seguito, ciononostante Wikipedia non ti ha ancora dedicato una voce. Come te lo spieghi? Forse che i critici, quelli che si fanno passare per blasonati, reputino superfluo per le patrie lettere il tuo fare Letteratura?

Tanto per partire con il piede giusto: che domanda meravigliosamente inutile.
In breve: qualcuno creò la voce – anni dopo ci misi le mani per aggiungere roba e feci confusione – ci provò un’altra persona, che fece peggio – cancellarono la pagina. Finito. A quanto ne so, per riportare tutto online bisogna fare delle battaglie con gli enormi baluardi a difesa del sacro portale. Giustamente, aggiungerei. Perché hanno ragione: Tizio scrive due cose, e un amico gli fa la paginetta al volo. È pieno di vetrine personali. Nuovi modi per sentirsi confermati nel mondo.
Per quanto mi riguarda, questo fatto ha una tale portata che è rimasto tutto lì, nel limbo, ormai da millenni. E poi non mi sembra che si siano mosse delle armate per far tornare la pagina in superficie. Si vede che non merito di essere là sopra, e va benissimo così. Se qualcuno vuole sapere le mie cose, c’è il sito.
(Però è buffa l’idea dei critici che la sera si mettono a fare le biografie degli autori su Wikipedia a lume di candela – temo che in realtà siano molto più preoccupati di aggiornare la propria, allo sfinimento.)

2. I tuoi romanzi, Sacha Naspini, sono tutti diversi fra loro, non sei un autore che scrive un thriller e che poi ne sforna altri dieci o venti per il resto della sua carriera. Non sarebbe più semplice, anche per ragioni commerciali e di visibilità, dedicarsi a un solo genere e continuare ad annoiare il pubblico con la solita minestra rimescolata giusto un poco?

Sacha NaspiniEsploro le possibilità di una voce. Le storie sono opportunità per aprire certe finestre sul mondo. E come ogni autore, anch’io ho i miei “temi ricorrenti”, immagino. Questo non significa che debba giocare sempre la stessa partita, per fare contento l’ufficio commerciale, il conto in banca o il lettore. Uno dei momenti più potenti è quando l’attenzione del pubblico si verticalizza sull’autore, non sul campo da gioco scelto per l’occasione. È un lavoro doppiamente difficile, ovvio. Chi ha amato “I Cariolanti” potrebbe sentirsi stranito sulle pagine de “Le nostre assenze” o su quelle de “I sassi”, e viceversa. Poi c’è chi si accontenta di fare dei gialli per tutta la vita, e non è mica un male. Tra l’altro, spesso i dati delle vendite gli rendono giustizia. Buon per loro, no? Di recente ho visto un film su un cercatore d’oro. Lo interpreta McConaughey. A un certo punto dice a uno dell’FBI: «Io cerco l’oro. Non me ne frega niente dei soldi». Una cosa del genere. L’evenienza di non trovare mezza pepita è parte del motore, credo. Mi sembra una cosa spettacolare. Perché nel frattempo sei in movimento. E dilaniato da fare schifo.

3. Oggi tutti scrivono e tutti credono di saper scrivere bene. Manca la modestia. Gli scrittori, anche molti esordienti purtroppo, si credono Dio. Tu, Sacha Naspini, cosa ne pensi di tutto questo?

Ti puoi credere Poseidone, ma se non sai nuotare ti tocca andare in piscina con i braccioli. O al limite, sguazzi nella vasca dei bimbi. La presunzione ti aiuta ad affogare prima.

4. Scrivere un racconto, un racconto veramente buono, per me significa rivederlo (o riscriverlo in tutto o in parte) anche venti, trenta o quaranta volte. I più, invece, scrivono di getto e morta lì, e lasciano che siano poi gli editor a riscrivere, ad aggiustare. Quando scrivi, tu, Sacha Naspini, come procedi? Sei tu l’editor di te stesso o lasci che siano altri a rivedere le bozze dei tuoi lavori?

Riscrivere un racconto quaranta volte? Più volentieri mi sparo una fucilata in bocca, grazie.
Ma è vero quel che dici: bisogna fare revisioni spietate. Fa parte del lavoro. Soprattutto per far respirare bene il magma che sta dietro le parole, dove una roba scritta esiste per davvero. È lì che si gioca una bella fetta della partita, per me. Scrivere delle pagine è niente, sono buoni tutti, basta aver fatto la quinta elementare.
Sì, io sono il mio primo editor. Poi c’è quello vero. È un momento di confronto bellissimo, anche se possono capitare delle guerre, con grossi spargimenti di sangue.

5. Siamo invasi da una miriade di pubblicazioni, oggi anche le soubrette e i calciatori scrivono libri, indipendentemente dal fatto che sappiano tenere in mano la penna e che conoscano un po’ di grammatica. Siamo in un paese libero, certo che sì, però non si capisce davvero perché un libro scritto da una soubrette, ad esempio, viene subito pubblicato da un grande editore, mentre il lavoro di un onesto e vero scrittore fatica non poco a trovare accoglienza presso un piccolo o medio editore. Tu, Sacha Naspini, che ne pensi di tutta questa confusione, della tanta spazzatura editoriale che oggi c’è?

Un personaggio televisivo (o tipo) viene pubblicato da un grosso marchio: cosa c’è da capire? Sono gadget travestiti da libri. Ma non parlavamo di un’altra cosa?

6. Questa domanda potrebbe suonare un po’ come una stupidata sparata a bruciapelo: qual è la tua idea di Letteratura? E: esiste un confine fra narrativa popolare e Letteratura?

Senti questa. Qualche tempo fa guardavo una lezione di Philippe Daverio sulla storia del design. A un certo punto ha citato un tizio (non chiedermi chi), riportando una bella definizione di Arte, che suona più o meno così: «Un’opera d’arte deve essere ambigua. E contenere un virus».

Sacha Naspini7. Tu, Sacha Naspini, scrivi narrativa o Letteratura (quella con “L” maiuscola)? Motiva la risposta, in maniera convincente ed esaustiva.

So solo che mi piace tantissimo l’idea di inoculare un virus.

8. Wilde diceva: “Non ci sono libri morali o immorali. Ci sono libri scritti bene o scritti male.”
I tuoi libri, Sacha, sono libri morali o immorali? Spiega.

Il gran diavolo - Sacha Naspini - RizzoliAllora non vuoi capire: non ci sono libri morali o immorali. La questione della moralità non deve tangere minimamente un autore – guarda il putiferio che hanno alzato con l’ultimo di Siti: roba da medioevo. Il compito di un autore è (anche) di mostrare. Disturbare. Accecarti di luce. Chi scrive ha a disposizione uno strumento con milioni di corde: l’animo umano. Attrezzi che vanno dal buio profondo al bianco totale. Mi sembra la cosa più bella del mondo provare a piazzarsi in un punto di quella smisurata scala di grigio (la nostra vita sul pianeta Terra) e provare a scrivere qualcosa, scornandoti con quel problema primordiale di dare un senso alla tale gradazione bastarda.

9. Benedetto Croce ebbe a dire: “E, veramente, gl’intellettuali, ossia i cultori della scienza e dell’arte, se come cittadini, esercitano il loro diritto e adempiono il loro dovere con l’ascriversi a un partito e fedelmente servirlo, come intellettuali hanno solo il dovere di attendere, con l’opera dell’indagine e della critica, e con le creazioni dell’arte, a innalzare parimenti tutti gli uomini e tutti i partiti a più alta sfera spirituale, affinché, con effetti sempre più benefici, combattano le lotte necessarie. Varcare questi limiti dell’ufficio a loro assegnato, contaminare politica, letteratura e scienza, è un errore, che, quando poi si faccia, come in questo caso, per patrocinare deplorevoli violenze e prepotenze e la soppressione della libertà di stampa, non può dirsi neppure un errore generoso.”
A tuo avviso, Sacha, esiste o non esiste la “letteratura militante”? E se sì, è giusto e conveniente fare di un libro un’arma, una pistola da cacciare in mano ai politici e alla politica?

I cariolantiA proposito di wikipediate.
Questa non è una domanda: mi stai commissionando un saggio. Ti dico la mia stando a volo alto: certo, un libro può essere un’arma. Un libro ha la capacità di toccare e trasformare la coscienza e il punto di vista sul mondo di chi legge. Pensa alla potenza di un oggetto come “L’origine della specie”. Pensa a un bestseller sempreverde come “La Bibbia”. Di testi capaci di formare (o deformare) popoli ce ne sono tanti. Perché in generale è nell’esercizio interiore della lettura che abita quel virus di cui si parlava prima. Leggere può aprirti un occhio inaspettato, e magari ti stai “solo” sparando la saga di Shannara. Possono essere aperture complicate, o dalle quali trarre bei bagni di sole. Di fatto, se un libro fa il suo lavoro, è di certo un’occasione di cambiamento – in molti direbbero di crescita. Così sarei tentato di metterla giù così, stando sulla linea della banalizzazione potente: ogni testo, se fatto bene, a suo modo contiene il seme della militanza. Che significa tenere viva una presa sul mondo umano. Pensa a Philip K. Dick. Pensa a DeLillo, alla Munro. Pensa a Calvino. Tanto per buttare lì dei boati mondiali. Il bene, il male, il coraggio, la solitudine, l’errore, il mistero, l’abbandono… Dette così, sembrano parole e basta. Dentro, ci sono gli universi. La saga di Harry Potter non fa un lavoro maestoso, in quel senso? Per piccoli e grandi. Volendo, ogni testo riuscito è in qualche modo anche politico, inutile spiegare perché. Poi è evidente: strumentalizzare un libro e farne un’arma da combattimento è un altro pianeta. Faccende che appartengono alle persone terribili.

10. Non è un mistero per nessuno o quasi: molti critici esaltano libri che valgono meno di zero, libri che, in molti casi, non leggono neanche. Molti critici fanno un gran male all’editoria, alla cultura e, non da ultimo, ai lettori. Perché esistono dei critici che critici non sono?

La critica di favore, se esiste, a mio avviso è ormai quasi innocua. Ho l’impressione che sia passata l’epoca delle recensioni “a firma di” che spostano numeri importanti. Ora siamo nella fase storica del “piazzami una fascetta nel nome del padre, per favore”. Senza considerare che nell’epoca del digitale tutti hanno la possibilità di aprire un blog e scrivere di libri. La cosa buffa è che molti di questi funzionano bene, nonostante non si impugnino gli strumenti del caso – spesso non ne fanno mistero. Sembra un paradosso, eppure rischi perfino di avere dritte più efficaci rispetto ad altri contenitori di grido, che ormai, per mancanza di lettori veri, si piegano ad altre fette pubblico, sfiorando la zona gossip. Insomma, questi blogger sostituiscono l’inesperienza con l’entusiasmo o la delusione per un libro fresco di lettura (lo so, è una frase ardita). Fino a pochi anni fa, seguivo una manciata di siti supertitolati per farmi un’idea di cosa andare a comprare in libreria. Ogni lunedì c’era il nuovo caso editoriale dell’anno sparato in home, risultato: centinaia di euro buttati ai cani in romanzi tiepidini, spesso costruiti su un meccanismo e che a fatica si staccavano dall’intrattenimento terra terra, quello di quando sei in bagno per dieci minuti (ora in bagno c’è l’iPhone, tra l’altro). Lo dico con sincerità, rischiando il linciaggio: ultimamente è molto più difficile che prenda una cantonata facendomi ispirare da un blog di appassionati che dalle pagine culturali di un quotidiano nazionale. Un po’ come per la musica. Fermo restando che una recensione fatta con tutti i crismi da un professionista del settore è comunque una bussola importante. Le firme che mi interessano (ma io non sono indice di niente, naturalmente) si contano sulle dita di una mano.
Poi c’è il fenomeno degli scrittori che scrivono di scrittori. Detta così, non sembrerebbe niente di tragico: è sempre capitato, sempre capiterà. Solo, il digitale ha originato anche in questo caso una nuova frontiera: le conventicole, e gli scambi di favori si sono moltiplicati. A volte sono luoghi dove il tale autore cerca di farsi un po’ di pubblicità, e intendiamoci: non sarebbe niente di male. A patto che il mio gesto di fiducia (l’acquisto del particolare titolo) non sia continuamente tradito da un malloppetto di pagine solipsistiche e autoreferenziali, o scialbe da morire, o peggio ancora: solo divertenti.
Ecco, adesso con il prossimo romanzo sarò sbranato. Sei contento?

11. Tu, Sacha Naspini, pubblichi per Rizzoli, Il Foglio, Elliot, Guanda, Perdisa… Perché? Se volessi essere un po’ maligno, potrei pensare che pubblichi con piccoli, medi e grandi editori per darti una visibilità esagerata!

Cavolo, mi hai beccato.

12. Preferisci leggere autori classici, moderni, o ti interessa forse leggere solo quegli autori che oggi vanno di moda e che potrebbero aiutarti a entrare nel Gotha degli scrittori che dettano la “loro legge”?

I sassi - Sacha Naspini - Edizioni Il FoglioCerco i libri belli. Che siano di Tizia o Caio non me ne frega niente. Voglio leggere bene. Voglio esplorare la scrittura, perché è la forma espressiva che mi sembra più completa. E utile. Cerco gli autori e le autrici più efferati, nel bene e nel male. Se poi il libro di uno scrittore che cavalca quei sei minuti di gloria coincide con la mia ricerca, bene. O male. O boh. E sono diventato spietato: se alla cinquantesima pagina siamo ancora in fase di galleggiamento, defenestro. Non voglio che un libro mi tenga nella condizione di chiedermi soltanto “Chissà come va a finire?”. I classici li riprendo in mano volentieri. Per il resto, sono abbastanza attento su come si sta muovendo la parola nel mondo. Sul mio comodino adesso c’è Steven Hall, con “Le memorie dello squalo” (grazie Banti! ps. Il Banti in questione non scrive in nessun blog).

13. Hai mai pensato di scrivere un romanzo così tanto commerciale e banale che nessun editore si sognerebbe mai di rifiutare?

Il fatto di dover piacere a un editore è l’ultima cosa di cui mi preoccupo. Non muoio dalla voglia di vivere con un marchio stampato in fronte – cerco altre conferme, semmai. Scrivo la mia roba, la passo alla mia agente, stop. Naturalmente la magia scatta quando un editore si innamora del percorso di un autore: non compra il libro; compra una voce in evoluzione, con tutti i rischi del caso. Viene lì e ti dice qualcosa tipo: «Bella, la tua vista sul mondo. Facciamo un pezzo di strada insieme». In Italia ce ne sono pochissimi, così. Inoltre, la maggior parte sono realtà in continua trasformazione, dove gli editor migrano, le redazioni cambiano, ci sono pochi lettori e si cerca la fiammata del momento… Un polverone di cui non mi occupo molto in realtà, perché sono geloso delle energie che metto nella scrittura, non voglio dispersioni inutili. È lo stesso motivo per cui non apro blog o rubriche (le poche proposte che ho fatto in quel senso sono state bocciate o ignorate). Non voglio intervistare nessuno del settore. Non mi aggrego a gruppi o movimenti. Mi butto nei progetti che mi interessano, provando a dare un po’ di fermento alla mia zona (in questo periodo, con il laboratorio di scrittura abbiamo avviato una bella cosa in collaborazione con il carcere e la biblioteca di Massa Marittima, che potete vedere qui).

14. È forse solo una mia impressione, chi lo sa! È vero che non ami granché la poesia e che nemmeno la leggi volentieri? Puoi smentirmi?

Ti smentisco. Solo, siamo invasi da abbagli radi dell’anima e volti sognanti sull’Antigone del cuore. Davvero, non ce la faccio.

15. Ci sono degli autori (viventi) che, con tutto il cuore, vorresti mandare a quel paese per le boiate che scrivono e per l’immeritato plauso che raccolgono a destra e a manca? Se sì, sputa fuori nomi e cognomi, e spiega perché li manderesti tutti a cagare.

Ciò che Dio unisce - Sacha NaspiniNon mi interessa se qualcuno ha fatto o fa dei soldi scrivendo roba inutile. Non mi interessa se le loro facce compaiono ovunque. Fabio Volo è il nome che negli ultimi tempi spunta fuori in questi casi. Il problema (se di problema si deve parlare) non è in lui, semmai è in chi lo compra. Anzi, nemmeno: le motivazioni antropologiche che spingono un tizio a quel gesto. Tempo fa leggevo un saggio breve, dove si sosteneva che il pop melenso e banale va di più nei pezzi di mondo dove serpeggiano analfabetismo o scarsa preparazione culturale. Naturalmente sono anche i luoghi in cui l’oggetto libro non entra nelle case anche dal ’43 – a parte gli enormi bestseller, che in qualche modo filtrano. L’altro giorno ho visto i dati sulla situazione italiana: in pratica, sono i bimbi e i vecchi a tenere in piedi la baracca. Dai tredici ai sessant’anni c’è lo sprofondo, dove spesso non si legge neanche un libro all’anno. Parlano di nuove generazioni cadaveriche e senza fantasia. Istinto alla curiosità ridotto al meno venti glaciale. Saranno quelli che tra dieci anni ci governeranno (il meglio di, pescando dal barile del meno peggio). Saranno quelli che faranno musica. Che scriveranno i libri. Se non prendiamo presto un’altra tendenza, tra un secolo vedremo le strade strapiene di zombi, quelli brutti davvero, splendidi fuori e stramorti dentro, con la pistola in tasca. La polemica è quindi su Fabio Volo che scrive un libro con le pagine bianche che vende di brutto? Sono i gadget di cui si parlava prima. Se proprio devo mandare a quel paese qualcuno, Fabio Volo è l’ultimo della lista. Ora accendi la radio, e dimmi qual è la prima canzone che senti passare: il grande pubblico vuole quello. A quale ministro bisogna telefonare d’urgenza per riformare la scuola all’istante e costruire una generazione che non sia solo interessata al pallone o alle foto in bagno con le labbra a culo di gallina?

Sacha Naspini16. Sacha Naspini, i tuoi libri vendono. Puoi forse non piacere a tutti, ma chi ti legge una volta, dopo non può fare a meno di continuare a seguirti. Stai già scrivendo un nuovo romanzo o saggio? Con chi lo pubblicherai?

Il prossimo romanzo si chiama “Le case del malcontento”. Lo faccio con E/O. A proposito di editori meravigliosi.

17. So, o meglio sento che c’è qualcosa che ti rode dentro e non poco. Avanti, sputa il rospo, sputalo adesso, perché, forse, non avrai un’altra occasione…

Mi fa schifo l’invadenza delle opinioni non richieste.

Sacha Naspini18. A chi devi qualcosa?

A chi mi sopporta. Sono una persona faticosa, credo.

19. Chi ti deve invece qualcosa?

Nessuno.

20. Si può vivere di sola scrittura? Tu ci riesci? Ieri, forse, si poteva vivere in maniera dignitosa scrivendo, oggi non più! Non sono pochi gli scrittori che, in tempi recenti, hanno abbandonato la scrittura (per sempre) perché non riuscivano a sopravvivere.

Le nostre assenze - Sacha NaspiniTutta la mia attività ruota intorno ai libri. La scrittura, certo. Poi i laboratori. Gli incontri. E le quattro redazioni che curo come editor e direttore creativo. Si stanno aprendo anche delle collaborazioni sul versante cinema, italiano e non. Quindi, sì: vivo di libri. Di scrittura. E faccio tutto in remoto, questo mi permette di gestire il tempo come voglio (per esempio, per me la mattina è off-limits. Spesso vado a dormire alle cinque, perché parte del lavoro la svolgo di notte). E poi studio tanto. Detto questo, se qualcosa dovesse andare storto di colpo, non avrei nessun problema a buttarmi su un altro lavoro; ne ho collezionati a decine. Ma se smetto di scrivere, divento brutto e rabbioso. Continuerei a farlo, come facevo prima, anche con la faccia sporca di vernice e gli scarponi pieni di terra. O con il famoso cappio al collo, quello a forma di cravatta.

21. A tuo avviso, oggi come oggi, qual è il tallone d’Achille del mercato editoriale?

Il mercato editoriale. Escludendo lo strozzacollo della filiera produttiva (un gran pantano, dove è difficile intervenire radicalmente), una cosa triste che noto in superficie: alcuni grossi marchi si fanno dettare una bella parte delle uscite dai lettori. Che cercano la cosa che trovi esattamente sul 5, in quest’istante. Guarda. Cedono a ciò che il pubblico si aspetta. Ti dicono: «Eh, ma noi dobbiamo vendere, altrimenti chiudiamo la baracca». Questo danneggia soprattutto le nuove generazioni, che si fidano delle pubblicità e faticano a trovare un orientamento. E pensare che quando vado nelle scuole trovo muri di studenti affamati da morire…

22. È vero che un autore, uno scrittore può solo contare su se stesso e che non è affatto vero che fra di loro gli scrittori sono, più o meno, solidali?

Solidali per cosa? Per il gesto di scrivere in sé? Sarò antipatico, ma proprio non mi riesce di far parte delle bande dei boyscout del libro così, tanto per rimbalzarci sui profili dei social postando foto di grossi aperitivi. Per quanto mi riguarda, sono solidale con quegli autori che sperimentano, che non si appiattiscono su una linea (successo o meno), che non vivono acciambellati alla porta di un editore o di conoscenze di conoscenze che alla lunga potrebbero tornare utili per. Sono solidale con chi ci butta l’anima e rischia. Con chi è curioso. Con chi ha intravisto un solco e lo vuole percorrere, nonostante tutto. Essere solidale con gli scrittori e le scrittrici in generale, non mi significa niente. Se tu mi chiedessi “Sei solidale con chi fa musica?”, probabilmente ti risponderei “Sì, certo”. Mica sono un mostro. Poi mi ritrovo alla radio uno di quei ragazzini dei talent e mi tocca bere mezzo litro d’ammoniaca per pulirmi la bocca.

23. Domanda da un milione di dollari: esistono ancora i lettori, quelli veri che un libro lo cercano e che non si accontentano del poco che si trova in libreria?

Immagino di sì. Potrei dire di essere uno di quelli, anche se purtroppo non leggo quanto vorrei.

24. Per quale assurda ragione scrivi libri quando potresti guadagnare molti più soldi, magari buttandoti in politica e sporcarti ben bene le mani?

Non è nemmeno una scelta. È come se tu mi chiedessi: “Perché sei alto uno e settantaquattro?”. Ne prendo le conseguenze e zitto.

25. Ultima domanda: un consiglio di lettura a bruciapelo?

È in uscita per Tunué il “Quaderno di disciplina” di Luigi Bernardi e Otto Gabos. Da prenotare immediatamente.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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2 risposte a SACHA NASPINI – Un’opera d’arte deve essere ambigua. E contenere un virus – Intervista all’Autore di Iannozzi Giuseppe

  1. romanticavany ha detto:

    Complimenti a tutti e due. Bellissima intervista
    1 Bacio King♥

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Grazie, Violetta bella. ♥

    Bacio a te.

    Beppe o King

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