YOSEF, L’EBREO IMMAGINARIO

YOSEF, L’EBREO IMMAGINARIO

Iannozzi Giuseppe

il malato immaginario

La più grande paura di Yosef era una e una sola: morire. La morte lui non la accettava, non la sua. Avrebbe sacrificato chiunque, dalla moglie al figlio, purché la sua vita non venisse toccata da un minimo male; la sua preghiera, quotidiana e costante a ogni ora del giorno, era di poter vivere il più a lungo possibile, di spegnere almeno cento candele, non si sarebbe difatti accontentato di sfiorare i novantanove o di tirare a campare sino o al di sotto dei novanta. La morte la vedeva in tivù: che morissero a grappoli palestinesi, ebrei, sudafricani, a Yosef non interessava. Se poi si parlava della fame nel mondo, dei tanti bambini morti fra indicibili stenti, Yosef sorrideva felice.
Yosef viveva la sua vita nell’egoismo assoluto, nella ferocia di avere sempre di più, per se stesso. Non spartiva mai niente con nessuno e quando gli riusciva di fare dispetto a qualcuno, di mettergli i bastoni fra le ruote, non esitava, punto e basta. Ipocondriaco oltre ogni dire, non esitava un solo istante a invocare maghi e dottori, perché la sua salute era sacra: guai se un’unghia gli si fosse rotta, avrebbe sollevato un pandemonio. E quelle volte che un minimo malessere lo coglieva davvero, un raffreddore o un’emicrania, gridava come un ossesso che lui stava morendo, che la moglie e il figlio volevano la sua morte perché non chiamavano di corsa il più eccellente dei dottori sulla piazza. Le rare volte che la moglie non lo accontentava chiamando dottori e dottorini al suo capezzale, subito esplodeva diventando oltremodo violento, un Charles Manson minore ma non per questo meno feroce e pericoloso.
Yosef amava il dolore altrui e gli piaceva provocarlo. Dava addosso al figlio Giacobbe gridandogli negli orecchi che doveva morire, che Dio doveva fargli questa grazia e presto anche; la sua preghiera rimaneva inascoltata e allora lo picchiava di santa ragione.
Yosef era un ebreo non osservante, ma più giusto è dire che era un ebreo immaginario lontano milioni di anni luce dalla Grazia.

Un giorno che aveva osato davvero troppo, tornò a casa con un occhio nero e le mani sui coglioni. Piagnucolando spiegò  – per sommi capi e con non poca reticenza – che lui aveva fatto soltanto il suo dovere. Fin troppo facile immaginare che in quell’occasione tirò su un pandemonio mica da ridere.
“Cosa hai fatto, Yosef?”, volle sapere la moglie, Ariel.
“Niente, niente che non andasse fatto.”
“E allora perché ti hanno conciato così?”
“Ariel, chiama l’ambulanza. Subito!”
“E’ solo un occhio nero.”
“No, no che non lo è. Lo perdo l’occhio e perdo pure la virilità. Quelli mi hanno pestato di brutto. Sei cieca, donna!”
“Yosef, calmati.”
“Calmarmi? Non ci vedo già quasi più.”
“Ci vedi benissimo.”
“No, non vedo un cazzo! Se non vuoi avere accanto un invalido, chiama subito l’ambulanza. Te lo ordino, chiamala adesso.”
Yosef era uno che le parole le adoperava poco e male, quando però si trattava di preservare la sua salute parlava fin troppo e sempre con tono di voce ben alto.
“Non gridare così, Yosef. Non sta bene.”
“Perdo l’occhio e il coglione, mondo cane!”
Ariel sudava freddo: più i minuti passavano e più suo marito si incarogniva.
“Chiama l’ambulanza o ammazzo te e quello stronzo di tuo figlio.”
“E’ anche tuo figlio, è nostro, mio e tuo”, puntualizzò sottovoce Ariel, inghiottendo fra le lacrime e l’umiliazione e l’offesa, perché lei lo sapeva bene che quel mostro di suo marito…
Alla fine l’ambulanza fu chiamata, facendo scoppiare le risate dei condòmini che tutto avevano sentito e che uno spettacolo così non se lo sarebbero perso per nulla al mondo.
Yosef pretendeva d’esser ficcato in ambulanza con la barella: “Non ce la faccio a scendere le scale e nemmeno a prendere l’ascensore mezzo cieco come sono e con il testicolo conciato così. Siamo al secondo piano qui, mondo cane!”
“Coraggio, ce la fa da solo”, cercò di rassicurarlo un paramedico: “Ha solo un occhio un po’ nero e il suo testicolo è a posto, poco ma sicuro.”
“Lo so io che cosa ho! Voglio la barella.”
Pur di non sentirlo più sbraitare, i paramedici si decisero a prendere Yosef e a schiaffarlo sulla barella; lo cacciarono poi dentro all’ambulanza, mentre da finestre e balconi i vicini si godevano lo spettacolo. Ariel invece si disperava: “Che figura, che figura. Possa Dio perdonarci, possa Dio perdonarci.”

Solo dopo qualche giorno si venne a sapere – per vie non troppo traverse – che sul lavoro, durante la pausa pranzo, Yosef aveva fatto uno sgarbo mica da poco a dei suoi colleghi. Cos’era accaduto? Per farla breve, Yosef aveva rubato una bottiglia di vino da una tavola apparecchiata, forse perché quello che aveva già tracannato non gli aveva dato troppa soddisfazione. Quando i colleghi, quasi con le buone, gli avevano chiesto che diavolo stesse facendo, Yosef aveva prima fatto orecchi da mercanti, poi gli aveva gridato contro che lui aveva sete e che quel vino sarebbe stato meglio nel suo stomaco. La questione non poteva risolversi se non venendo alle mani, e in che altro modo sennò!

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Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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2 risposte a YOSEF, L’EBREO IMMAGINARIO

  1. Lady Nadia ha detto:

    Questo Yosef incarna molti “uomini” del passato, della storia. Quelli che bevevano e andavano alle mani facilmente. Forse ne esistono ancora, spero e credo molti meno rispetto ad una volta. La vecchia zia di una mia amica aveva un marito così. Dio solo lo sa che calvario. Nonostante sia un racconto sento montare una gran rabbia nei confronti di questo tuo squinternato protagonista.
    Ciao.

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Credo e temo che Yosef sia lo stereotipo di un uomo che è padre e padrone, purtroppo non passato, sempre attuale. Anzi: oggi più che mai attuale.
    Basta leggere le pagine dei giornali per rendersi conto che esistono ancora oggi uomini così, forse anche peggiori: va da sé che per me non sono uomini, sono dei mostri che solo meriterebbero l’ergastolo a vita e nel braccio violento.
    Chi ha al fianco un simile mostro, oggi più di ieri (forse), ha la possibilità di denunciarlo e fargli fare la fine che merita, anche se legge e giustizia non sempre procedono di pari passo.
    Immagino di sì, scatena una serie di reazioni nel lettore un racconto del genere, forse perché di una attualità estrema.

    Grazie infinite, Nadia.

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