Era così tanta allegria Mietta

Era così tanta allegria Mietta

Iannozzi Giuseppe

Mietta

Mietta mi aveva rapito il cuore. Era d’una bellezza arrogante, poetica: ogni ricciolo, come si dice!, un capriccio, e lei di capricci ne aveva parecchi per la testa. E poi girava la voce che fosse un po’ puttanella: per farla breve, era la pupa che ogni diciottenne avrebbe voluto esibire al proprio fianco al pari d’un trofeo. Una bella bambola davvero, con la testolina piena di fantasie, di no appena sussurrati, che per magia diventavano un forse e un altro forse e un altro, all’infinito, una catena così… speranze che si insinuavano nei cuori dei tanti maschietti ai suoi piedi.

Quel giorno c’era sciopero, o meglio gli studenti lo avevano indetto per protestare contro una guerra che doveva essere da qualche parte, nel mondo sicuramente, anche se in verità non uno avrebbe saputo dire che tipo di guerra, per quale ragione e dove soprattutto. Erano particolari di nessun conto per chi voleva fare sega a scuola, e pure io ce l’avevo questa voglia, tanto più che Mietta urlava slogan di pace e si accalorava mentre il sole le baciava la fronte e non solo. Di lei ero cotto, stracotto: avrei fatto qualsiasi guerra, giusta o ingiusta che fosse, per un suo bacio; al pari di tutti gli illusi incapaci di vedere le cose per come stanno realmente, mi illudevo io che lei ammirasse il fatto che in quel frangente stessi accanto a lei per ripetere gli slogan che lei urlava. Ero io il suo pappagallino, genuino e felice, stupido e ingenuo.
Il sole era lì, alto in cielo, e noi non ne volevamo che sapere di entrare a scuola. Quando poi il Preside si affacciò alla finestra, qualcuno lo apostrofò puttaniere capitalista, e tutti presero a ridere, anche Mietta. E io ripetei la sua risata.

Perdemmo un po’ tanto tempo, e alla fine formammo dei gruppetti più o meno omogenei: io non ero in nessuno, e Mietta era indecisa quanto me. O meglio: lei avrebbe potuto intrufolarsi in qualsiasi gruppo, io no. Mi portavo sulle spalle la reputazione d’essere noioso, un ebreo bell’e fatto.
Però alla fine Mietta rimase con me, soltanto con me: “Andiamocene, qui non c’è più niente da fare.”
Ci allontanammo con le nostre rozze cartelle sulle spalle e tirammo il passo lungo per evitare d’incontrare lungo la strada un professore in ritardo, o qualche genitore indispettito, magari chiamato al telefono da qualche crumiro entrato a far lezione per leccare il culo al Preside.
Arrivammo presto presso un giardinetto; e lì ci mettemmo a sedere su delle squallide panchine d’un verde slavato.
“Ce l’hai una cicca?”
Le allungai il mio pacchetto, delle Camel: lei ne sfilò una e se la mise fra le labbra. Servile e adorante, subito gliela accesi con l’accendino, un ben misero Bic.
“Perché non sei andata con gli altri?”
Mietta sbuffò giusto per un istante, ritraendosi in una smorfia buffa e maliziosa: “Perché non ne avevo voglia.”
“Però gli altri…”.
“Vanno a fare gli scemi su via Roma. Vanno su e giù, fischiano alle ragazze e non fanno altro. E le nostre compagne li sfottono e loro ci stanno pure a farsi sfottere. E ridono a crepapelle, lo sanno solo loro perché. Che palle! ”
“E stare con me a fumare chiacchierando del più e del meno è forse meglio?”
“Sei un ebreo, Giacobbe. Tu non fai ridere, il tuo senso dello humour è a dir poco disastroso, anche se ci provi a calarti nella parte di Woody Allen.” Ma mentre mi diceva tutto questo, Mietta sorrideva. Almeno a me parve così.
Poi, a bruciapelo, una domanda che mai più mi sarei aspettato: “Tu sei di destra o di sinistra?”
Sospirai. E, prima di rispondere, mi accesi pure io una sigaretta: “Non lo so. Sinceramente la politica non mi ha mai interessato granché, come il calcio del resto.”
“Infatti non ti sento mai parlare di derby e campionati. Sei uno dei pochi, l’unico.”
“Non lo posso soffrire il calcio: degli imbecilli che si infartano per stare dietro a un pallone.”
“Come in politica…”.
”Sì, direi che calza. Mi sa che mi fanno schifo sia la destra che la sinistra.”
“E allora perché hai scioperato?”
”Perché l’hanno fatto tutti.”
”Non è vero: molti sono entrati.”
“I crumiri.”
“E quelli, da che parte stanno secondo te?”
”Boh! Poco ma sicuro che diventeranno o degli avvocati o dei ginecologi di grido.”
Mietta scoppiò a ridere di gusto: “Avvocati o ginecologici! Tu sei tutto matto.”
Rideva proprio bene, così solare. Era così tanta allegria Mietta, da mangiare di baci. Ma la sua bella boccuccia, perfetta rosa, Mietta non me la offriva.
Si alzò un vento leggero che prese a commuoverle i riccioli. Era perfetta, una visione tizianesca: tutti quei riccioli presi dal sole e dal vento, d’un bel rosso mogano, e poche delicate efelidi sulle gote fin sul nasino alla francese.
“Tu, tu da che parte stai”?
Quant’era maliziosa e bella!
Non sapevo che risponderle. Nicchiai, lanciai lontano il mozzicone, mi concessi una pausa di qualche secondo per annegare la mia anima nei suoi occhi, e glielo dissi.

Si sa, tutte le cose hanno una fine che spesso coincide con l’inizio: il giorno dopo eravamo di nuovo sui banchi di scuola.

I giorni passavano e Mietta mi guardava poco o niente: non mi sorrideva né mi parlava se non durante l’intervallo per scroccarmi una sigaretta.
Facendomi coraggio, un bel dì la stoppai in corridoio mentre stava per entrare in bagno: “Perché?”
“Perché cosa? Sei un pezzente,Giacobbe. E’ abbastanza mi pare!”. E così dicendo, tutta piccata, scomparve dietro la porta della toilette.
Nessuno mi aveva offeso così prima d’allora.
Girai sui tacchi e feci finta di nulla.
Mietta non l’ho mai dimenticata, mai, nonostante le mie pezze al culo.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
Questa voce è stata pubblicata in amore, arte e cultura, attualità, cultura, Iannozzi Giuseppe, letteratura, narrativa, racconti, società e costume e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a Era così tanta allegria Mietta

  1. Lady Nadia ha detto:

    Bah, esiste una strxxxx così?😉
    Bel racconto fresco, sa di gioventù.
    Ciao.

    Mi piace

  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Esiste, esisteva, non so più. 😉 Ma è esistita.

    Sa di paradiso perduto e di stupidità all’ennesimo grado. Questo volevo evidenziare.

    Grazie. Ciao

    Liked by 1 persona

I commenti sono chiusi.