CON LE MIGLIORI INTENZIONI

CON LE MIGLIORI INTENZIONI

Iannozzi Giuseppe

liliana

L’aveva vista e subito se ne era innamorato: lei se ne stava tutta sola, con il muso imbronciato, mentre le labbra rosee erano smorfia di dolore e insofferenza. I capelli lunghi, rossi e ricci, li teneva liberi perché le ricadessero sul petto e lungo le spalle.
Giacobbe non ci pensò su molto: l’aveva vista e tanto gli bastò perché, quasi su due piedi, decidesse che doveva essere il suo amore. Una donna non ce l’aveva mai avuta; era stanco d’essere solo al mondo, come un giocattolo dimenticato in una polverosa soffitta. Ma più di ogni altra cosa era stanco di seghe più o meno romantiche, di immagini muliebri che erano solo nella sua fantasia. Aveva già superato i venticinque e tutti lo sapevano che era vergine e che con una donna, a letto, non c’era mai andato: le poche volte che era stato con una ragazza era perché questa era sbronza e si lasciava palpare un po’, senza lasciarsi mai tirar via le mutandine. Giacobbe lo sapeva che non era un piacione: molto più semplicemente, quando davanti allo specchio, riconosceva che la sua faccia era scialba, quella d’un ebreo, una faccia che poteva passare inosservata anche se lui si fosse macchiato di mille orribili delitti. Più si fissava allo specchio, più si rafforzava in lui l’idea che ogni suo tratto era insignificante, così tanto insignificante che era come se per l’umanità intera lui non esistesse.

Lei fumava: la sigaretta la teneva ben stretta fra le labbra. Non si era accorto che aveva il vizio. Se c’era una cosa che non sopportava in una donna era che fumasse. Ebbe un moto di ripulsa, e quasi gettò la spugna prima di provare a parlarle, ma all’improvviso lei buttò per terra la cicca. E fu proprio quando vide atterrare la cicca sul pavimento che Giacobbe prese coraggio e l’avvicinò, confuso, deciso a non lasciarsela sfuggire, perché se avesse fallito lui lo sapeva che non avrebbe scopato per il resto della sua miserabile vita.
Giacobbe attraversò la ressa come se tagliasse in due il Mar Rosso, e si portò di fronte a lei, che muta restava fissando il mozzicone sul pavimento, quasi fosse un cadavere abbandonato. Prima di parlare, Giacobbe si raschiò la gola: solo gli riuscì di tirar fuori un mezzo vagito nient’affatto virile. Con il volto in fiamme, finalmente gli riuscì di portare i suoi occhi in quelli di lei, che, per tutta risposta, li abbassò provocando in Giacobbe una feroce rivolta nelle budella. Un nodo alla gola, un bolo acido che inghiottì sforzandosi di non vomitare. Sudato marcio, lasciò scivolare una mano sulla fronte in un gesto svenevole, e rimase davanti a lei, in piedi, come una statua di sale.
Rimase così, e fu lei a riportarlo alla realtà: “Che vuoi? Se hai da dire qualcosa, vedi di far presto.”
Giacobbe sgranò gli occhi per la sorpresa, per il dolore che quelle parole gli offersero, parole più forti d’un assoluto silenzio d’indifferenza. Biascicò qualcosa, lasciò schioccare più volte la lingua nel cavo della bocca, cercò di disseppellire qualche parola dalla testa che gli si era vuotata d’ogni pensiero, e alla fine sputò un ‘ciao’ come un miagolio prolungato, di sofferenza.
“Che hai detto?”. E così dicendo la ragazza si era già alzata dal divanetto dove aveva accomodato il culetto. Si guardò intorno, senza badare affatto a Giacobbe: detestava quel cazzo di centro sociale, ma soldi per andare a sbattersi in una discoteca o in un locale alla moda non ne aveva. La ragazza fece per sfilare un’altra sigaretta dal pacchetto, ma si accorse ben presto che era vuoto. Solo allora si ricordò che davanti a lei stava uno, uno che pareva non ce l’avesse tutte le rotelle a posto.
“Ce l’hai una sigaretta?”
Giacobbe scosse il capo. Poi, con tutto il nullo coraggio che gli era rimasto, aggiunse due parole appena: “Cattivo il fumo in bocca a una donna.”
A queste parole, ridicole di per sé, per com’erano state pronunciate, lei prese a ridere dando sfogo a una punta d’isteria: “Tu devi essere fuori dal mondo. Mi sa che sei più fumato di tutti noi messi assieme.”
Giacobbe rimase di stucco e, per quanto gli fu possibile, non diede a vederlo. Sudava come un agnello portato al macello. Si schiarì la gola, anche se era più arida del Sahara, e infine disse: “Non mi piace il fumo. Prima fumavo, non troppo ma fumavo, ora non più.”
”Ah! E com’è che te lo passi il tempo?”
Con fare scimmiesco Giacobbe si grattò il capo, passandosi la mano, più volte, fra i capelli.
“Ci sono altri modi per passare…”. Non terminò la frase.
“Sì, certo.”
Lei era scazzata, Giacobbe lo capiva bene. Continuò a grattarsi la testa, con le unghie che gli ferivano il cuoio capelluto. Era nervoso, teso come una corda di violino, e incazzato soprattutto, con sé stesso: non avrebbe mai dovuto tentarci con una così, anche se ormai era troppo tardi per far finta di niente. Ciò che lo faceva montare in bestia era che si era innamorato di quella lì guardandola soltanto. Non era normale, se ne rendeva conto; però non poteva farci davvero niente se era fatto così, secondo il desiderio di Yahweh.
Bastò un sorriso distratto di lei perché Giacobbe le perdonasse il vizio del fumo, e tutto il resto, tutti quei difetti che, sicuramente, sarebbero emersi se solo si fossero frequentati un poco.
“Soldi ce n’hai?”
“Pochi.”
“Pochi quanto?”
“Pochi davvero. Forse diecimila Lire”
“Diecimila Lire non sono un patrimonio.”
“Infatti.”
“Per un paio di birre possono bastare.”
“Con me? Non sai nemmeno come mi chiamo.”
Giacobbe deglutì imbarazzato, dopodiché si affrettò a presentarsi: “Giacobbe, ma puoi chiamarmi Jacob.”
Lei lo osservò per qualche istante, poi decise che sì, poteva stringergli la mano: “A me tutti mi chiamano Lily, quasi mai Liliana.”
Se non altro il ghiaccio era stato sciolto.
“Allora?”
“Una birra qui?”, fece lei quasi inorridita.
Liliana rimase sovrappensiero per un po’, poi sbottò: “Qui è tutto uno schifo. Nella birra ci sputano dentro prima di passartela.”
“Non può essere…”, ribatté Giacobbe, con poca convinzione. “Comunque si può sgommare via.”
”Ti ho appena conosciuto, non lo so mica se posso fidarmi”, fece lei civettuola.

* * *

La prima volta che glielo prese in bocca Giacobbe vide le stelle, quasi svenne mentre veniva dentro di lei. Lei glielo aveva preso tutto in bocca, come se volesse ingoiarlo. Quando poi la turgidezza del pene si era fatta giusta per una perfetta eiaculazione, solo un poco lei lo lasciò fuggire fuori della bocca, quel poco che le serviva affinché il seme potesse inondarle ben bene la gola, fino in fondo. Gli leccò poi il glande, lentamente, con studiata lascivia. Giacobbe comprese che quello era il paradiso, l’unico possibile per un bravo ebreo. Non osava pensare a quanto sarebbe stato bello sbatterglielo nella fica. E ci provò a sfilarle le mutandine, ma Liliana gli si rivoltò contro graffiandolo, subito scattando indietro per portarsi lontana dalla sua portata. Con un salto felino balzò via dal letto, lasciando Giacobbe con la mascella spalancata, gli occhi rossi di rabbia e incredulità, e il pene moscio in mezzo alle gambe.
“La passerina non si tocca!”, berciò lei. E, per buona misura, subito aggiunse: “Un pompino è una cosa, scoparmi tutt’altra.”
“Perché no?”, si lamentò Giacobbe.
“Non siamo così intimi. E non so se mi piaci veramente.”
“Ma l’hai fatto con l’ingoio e…”, replicò allora Giacobbe, isterico quasi.
“E allora, che ti credi? E’ così che mi piace. E, in ogni caso, ce l’hai già moscio!”
Non si dissero più nulla.
Liliana sculettò via dalla camera. Il salotto faceva schifo, come del resto tutta la casa di Giacobbe. Guardò il divano tutto slabbrato e sudicio di sudori, di macchie, guardò poi il soffitto grigio (che un tempo doveva esser stato bianco) e sbuffò: l’appartamento faceva venire il voltastomaco, e Giacobbe era solo un povero miserabile, uno dei tanti che si era sbattuto in vita sua, uno dei tanti, giusto un numero che avrebbe presto dimenticato. Era stanca di farsela con dei morti di fame, ma ogni volta ci cascava, forse perché mai un principe azzurro le si faceva incontro; d’altro canto sarebbe stato impossibile anche solo l’illusione del sogno fin tanto che avesse continuato a frequentare locali malfamati e di dubbio gusto. Con pesante stanchezza si lasciò cadere sul divano, ghermì il telecomando e diede vita a un mare di nevischio dentro allo schermo pigiando un pulsante. Inebetita rimase a fissare il nevischio.

* * *

Al solito il centro sociale era una congerie di rompiscatole e fumati, di derelitti senza possibilità alcuna di redenzione. Il fumo azzurrognolo delle canne si univa ai latrati dei cani e alla musica reggae sparata a tutto volume, dando così corpo a un vero e proprio girone infernale. Liliana gettò un’occhiata a due giovani negri: erano sensuali, e senza una Lira com’era logico aspettarsi. Intanto Giacobbe, tutto affettuoso, si teneva incollato al fianco di Lily al pari d’uno schiavo. Giacobbe, nella sua ingenuità, non immaginava che Lily aveva già deciso che l’avrebbe lasciato, proprio quella sera.
Quando furono da soli, in un angolo fumoso, lei glielo disse, su due piedi, senza alcun sentimento di dolore. Giacobbe non scucì una sola parola, allora lei glielo tirò fuori e subito se lo cacciò in bocca. Qualcuno gli passò accanto e fece finta di niente, anche perché lo spettacolo era tutt’altro che inusuale.
Dopo che fu venuto nella bocca di Liliana, con dolorosa meccanicità, gettò un’occhiata all’intorno e comprese che odiava tutti quegli uomini, negri, marocchini, tedeschi, albanesi. Odiava i negri perché erano neri e gli albanesi perché bianchi, e pure quel cazzo di tedesco biondo che tracannava una birra dopo l’altra ruttando come un animale. Odiava la gente, tutta, perché era lì, perché esisteva e sembrava che se la spassasse un casino. Erano dei derelitti, senza alcuna possibilità di farcela, senza neanche l’ombra d’una speranza, per minima che fosse. Possibile che nessuno se ne rendesse conto? Possibile che tutti fossero così tanto ottusi da drogarsi e tirare avanti tanto per, e basta?
Liliana si era messa in pista: ballava adesso, ballava e si strusciava contro le patte dei ragazzi. Aveva già dimenticato Giacobbe e il suo cazzo. Prese a odiarla per questo. E la odiò ancor di più quando la vide abbracciata a un negro. Era davvero troppo perché potesse sopportare in silenzio. Farfugliò qualcosa. Nessuno lo intese, la cacofonia era troppa perché il suo parlare potesse esser preso in considerazione da orecchio umano. Con le lacrime a inondargli gli occhi e tanti singhiozzi come chiodi piantati ben dentro alla strozza, allungò il passo per portarsi lontano e lasciare così per sempre Liliana, l’illusione d’una felicità che non gli aveva lasciato in eredità.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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4 risposte a CON LE MIGLIORI INTENZIONI

  1. Lady Nadia ha detto:

    Squallido ma potente. Solo: in alcuni punti ( è pur sempre una storia) hai molto rimarcato i diversi “colori” della pelle e questa è l’unica cosa che ho gradito meno. (Sebbene tengo a precisare che è chiaro che sia “solo” un racconto.)

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    E sì, questo capitolo è pesante, non a caso faccio l’eco a “Con le peggiore intenzioni” di Alessandro Piperno.
    E’ solo un racconto: il fatto di rimarcare il colore della pelle qui ha il solo scopo di evidenziare la condizione di Giacobbe che si sente inferiore a tutti, e allora, nella stupidità della giovinezza di allora, odia tutti quei ragazzi che gli riesce facile aver successo con una ragazza. Nulla più di questo. L’unico disgraziato in questo racconto è Giacobbe, un ragazzo che non se la passa troppo bene e che esagera davvero troppo nel giudicarsi male.

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  3. annamaria49 ha detto:

    M’aspettavo una reazione folle da parte di lui: a volte le persone timide e rifiutate hanno reazioni inaspettate. Purtroppo una fetta giovanile si lascia andare a comportamenti trasgressivi che esprimono le loro frustrazioni e disagi, tipico dell’età dell’insicurezza, la bella Liliana ne è un esempio.
    Bravo come sempre.
    buon weekend
    Annamaria

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  4. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    In realtà questo non è un racconto, è uno stralcio del nuovo romanzo che sto scrivendo. Ma sì, si può leggere anche come un racconto a sé.
    Giacobbe è fondamentalmente un codardo, nel senso buono però: non ha il coraggio di reagire, ciononostante pensa, nella sua stupidità giovanile, che gli altri siano migliori di lui e allora li odia innescando una reazione psicologica. E’ il suo un odio inutile quanto stupido, che non fa del male se non a sé stesso.
    Certo, un altro,forse, al suo posto avrebbe risposto in maniera davvero bastardo, da teppista. Ma a me non interessava dar corso a una lite: ce ne sono già tante nelle cronaca sui giornali, così tante che non suscitano più quasi scalpore. A ogni buon conto gli atteggiamenti aggressivi, che oggi vengono fatti rimbalzare sui giornali, non sono nuovi: sono più vecchi di Gesù Cristo.

    Grazie, cara Annamaria.

    Buon fine settimana a te.

    Beppe

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