COME MUORE UN NAZISTA

COME MUORE UN NAZISTA

Iannozzi Giuseppe

repubblichini

Entrò in città che c’erano ancora i repubblichini. Non era vecchio ma nemmeno giovane: a quarant’anni i capelli li aveva già tutti grigi, però tagliati cortissimi perché era un nazista. Li teneva così anche per nascondere che era invecchiato prima del tempo. Non se la cavava male con l’italiano né con le sfumature linguistiche di quella città, Firenze.
Era stato ferito poco sopra il cuore, aveva visto la morte e si era salvato. Aiutato dal destino, era riuscito a lasciare il cadavere del Fuhrer dietro di sé per riparare in Italia: i partigiani l’avevano preso un paio di volte, era però riuscito sempre a cavarsela, colpa d’una fortuna sfacciata. Le strade erano ancora dei repubblichini. Hans non dava lo sguardo a nessuno: teneva gli occhi bassi, non per paura ma per nascondere che era tedesco. Si era spogliato dell’uniforme a malincuore, e gli abiti da contadino lo aiutavano a confondersi in mezzo alla gente purché non parlasse: l’accento tedesco l’avrebbe tradito nonostante la padronanza della lingua. Solo quando i suoi passi incrociavano quelli dei repubblichini azzardava d’alzare un poco il capo: il fascismo resisteva, nonostante fosse oramai chiaro che era sol più una nostalgia e un errore di molti. Hans lo sapeva che la storia non li avrebbe mai assolti, che gli avrebbe caricato addosso tutte le colpe. I partigiani, coi loro fazzoletti rossi al collo, erano in forte numero: quando li vedeva, subito abbassava il capo, ma la rabbia gli infiammava il volto. Era questione di poco, presto le SS, i repubblichini, i seguaci della Golden Dawn, gli ultimi fedeli a Hitler, sarebbero stati giudicati colpevoli per l’eternità.
Mentre pensava e camminava di buona lena, un ragazzetto gli andò addosso: Hans l’avrebbe stampato contro il muro se non si fosse accorto che pure quello teneva il fazzoletto rosso. Si limitò a digrignare i denti, allungò poi il passo, entrò in un vicolo e lì stette con l’anima fra i denti a sbollire la rabbia e la ferocia. Quando si fu calmato un poco, decise che era proprio il caso di lasciare la città, tanto ormai era sicuro che un posto per lui non c’era; che fosse tra i campi all’aperto o in una grande città, prima o poi l’avrebbero preso e fucilato, o peggio. Sino ad allora era stato fortunato, solo questo.
Dei bardassi sparavano pietre addosso a un prete nero: Hans li osservò brevemente, e subito tirò dritto. Del prete non gliene fregava, ma a quelli lì se solo avesse potuto gliela avrebbe fatta pagare con la vita.

In mezzo ai campi ci passò alcuni giorni.
Una mattina incontrò una contadina, non era bella né brutta: doveva esser ormai prossima ai quaranta e aveva il culo un po’ flaccido, in compenso i seni sembravano sodi, e i capelli lunghi e biondi le scivolano lungo la schiena come una cascata d’oro. Camminava scalza. Hans fece finta di non averla notata, ma lei notò lui e gli si fece dappresso: “Tu non sei di qui!”
Hans non rispose.
“Sei di fuori. La tieni troppo bassa la testa.”
Hans pensò che era stato scoperto: poco male, l’avrebbe strangolata.
La contadina, con impudenza, gli tirò su il mento con l’indice: “Tedesco, un nazista.” L’uomo, costretto a guardarla dritto negli occhi, grugnì.

Quando furono in casa, Hans finalmente alzò di sua spontanea volontà lo sguardo sulla donna per incontrarne gli occhi verdi: “Perché?”
La donna gli accarezzò il capo, quei capelli corti e pungenti, con tenerezza quasi: “Perché sono morti tutti.”
“Eri con il Duce?”
“Non ero con nessuno. Ci sono solo gli americani adesso, e i vecchi. E tombe senza nome sopra, che non le puoi contare.”
“E i partigiani…”, puntualizzò Hans: “non ti piacciono?”
“Dovrebbero piacermi?”, buttò lì, con malizia. Non glielo disse un ‘sì’ o un ‘no’. E continuò a infilare le dita della mano fra i capelli del tedesco.
Rimasero in silenzio a guardarsi.
“Roberta”, disse all’improvviso.
“Hans”, disse il tedesco.
“Che hai intenzione di fare, Hans?”
Il tedesco le prese la mano, le strinse il polso. Roberta non diede segno d’allarme o fastidio: “Continuare.”
Lei fece forza e l’uomo le lasciò andare la mano: “Puoi restare, o andare via. Non mi interessa. Però, se resti, si fa come dico io.”
“Continuare”, disse di nuovo il tedesco con poca convinzione.

Lui amava sbatterglielo in profondità prendendola alle spalle: “Il Duce lo faceva, gli piaceva anale… le ebree le portava nel suo ufficio e lì se le faceva, dopo le dava al Fuhrer per i campi di sterminio.” Roberta non replicava: lo prendeva e veniva, mentre Hans sfogava la rabbia dentro di lei, soprattutto.

“E’ una cicatrice.”
“E’ un buco. C’è passata una pallottola.”
”E’ stata la pallottola a fartelo allora.”
”Sei solo una donna, certe cose non le puoi capire.”
Dopo che lui si era sfogato, dopo che lei era venuta, si buttavano sul letto completamente nudi. Parlavano poco dopo averlo fatto, dicevano solo l’essenziale.

Gli anni seppero passare non troppo lentamente, e Roberta invecchiò e pure Hans. Dieci anni di connivenza e di convivenza. Hans rimase quasi uguale, ma profonde rughe gli solcavano la fronte; Roberta perse l’oro fra i capelli e il culo le si abbassò di parecchio. Da cinque anni Hans non la sfiorava più con un dito, solo qualche schiaffo ma leggero, delle carezze praticamente; nonostante fosse ormai al sicuro, non aveva voglia di rischiare. Era però felice di sapere che i comunisti in chiesa non ci potevano andare. Gli dava soddisfazione sapere che la caccia ai rossi era una cosa seria e non da ridere. Evitava d’entrare in Firenze: nonostante fossero passati parecchi anni la città non era un posto sicuro, non lo era per nessuno, e per lui lo era ancor meno.

Una volta al mese o anche due veniva un certo Cecco, uno col naso rosso e la faccia pustolosa, tarchiato, un villano e un gran chiacchierone; portava sempre notizie dalla città oltre a dei prodotti di bottega che Roberta puntualmente gli ordinava a ogni venuta. Hans per mezzo di Cecco sapeva tutto, incluso il superfluo.

Quando bussarono alla porta, Hans fece finta di niente. Quello non voleva che saperne di smettere, e allora Hans fu costretto ad aprire. Era Cecco, proprio come immaginava, solo che Hans non teneva voglia di stare insieme a lui mentre Roberta era fuori. Cecco era un’ottima fonte di notizie, ma a naso Hans diffidava di Cecco: era grottesco ai suoi occhi quell’omarino, e in un altro tempo l’avrebbe fatto fuori con un unico solo colpo. Gli bruciava sapere che il processo di Norimberga aveva elargito condanne pesanti, che l’impero germanico non c’era più.

“Allora?”
Cecco la guardò brevemente: “L’ho fatto.”
Roberta sospirò, si era tolta un peso, non dal cuore e neppure dallo stomaco, molto più semplicemente si era disfatta di Hans, d’un tedesco che non la interessava più.
“Gli hai sparato?”
”Sì, al cuore.”
“Com’è andata?”, volle sapere lei.
“Bene. Ha aperto. Non voleva aprire. Forse se lo sentiva… Insomma, alla fine ha aperto. Sono entrato. Ci siamo accomodati intorno al desco. Abbiamo cominciato a parlare, di niente in particolare. Poi ho tirato fuori la pistola. Lui non lo sapeva che ce l’avevo né poteva sospettarlo. E’ rimasto a fissare la canna della pistola con aria incredula. Sembrava che lo divertisse la cosa. Non mi è mai piaciuto il suo sorriso, o quel che era, non mi sono mai piaciute le sue labbra. Così ho sparato prima che potesse dire una parola. E’ morto sul colpo. La pallottola gli è penetrata ben bene in fondo al cuore. Non è uscita. Ho controllato. L’ho preso poco al di sotto della cicatrice. E’ tutto.”
Roberta rimase ad ascoltarlo, senza fare una piega.
“Perché l’hai voluto morto?”
La donna sospirò un’altra volta: “Era un tedesco.”
”Era anche il tuo uomo.”
“Era.”
Nella voce della donna c’era una punta di malizia frammista ad amarezza.
“Era il mio uomo, dici bene. E tu perché l’hai fatto per me?”
”Me l’hai chiesto.”
“E poi, per quale altro motivo?”
”Me l’hai chiesto.”
Roberta gli sorrise, stancamente però: “Non sono più giovane, né bella.”
“Non importa. Pure io sono vecchio e per giunta brutto dalla nascita.”
“L’hai seppellito?”
”No, è ancora lì, accasciato sul desco. Par che dorma.”
Uscirono insieme dalla locanda, e insieme andarono oltre Firenze.

Gli passò la mano fra i capelli cortissimi: non l’avrebbe più fatto. Sì, sembrava che dormisse.
“E’ bello grosso anche da morto”, le fece notare Cecco senza preoccuparsi di celare l’ironia che gli dipingeva il già brutto volto.
“Lo seppelliremo questa notte, nel campo di grano, dietro casa. Nessuno si accorgerà della sua scomparsa. L’hanno dato per morto già dieci anni fa.”
Silenzio.
Poi aggiunse con naturalezza: “Quello che ha vissuto qui è stato… è stato e basta. Lo seppelliremo questa notte, insieme alle Camel…”.
”Fumava?”
”Fumava sigarette americane, perché quelle italiane gli facevano schifo. E le sue non le trovava di certo qui.”
“E’ morto come un cane, ma sempre meglio del Duce.”
”Già, come un cane. Quando lo facevamo parlava sempre del Duce, quasi mai di Hitler.”
“Chissà perché!”
“Gli assomigliava, era come lui.” E così dicendo fece finta di cancellare una lacrima che non c’era sul viso: “Era come lui. Era un tedesco anche, un nazista soprattutto.”

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Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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2 risposte a COME MUORE UN NAZISTA

  1. Lady Nadia ha detto:

    Mi è quasi dispiaciuto per Hans. Avevo letto qualcosa del genere ma relativo all’accoglienza di partigiani, mai di tedeschi. Hai nel sangue il racconto storico, invidio questa tua capacità di rendere assolutamente credibile ogni tuo scritto, indipendentemente dalla collocazione temporale.
    Sempre interessante leggerti Beppe, c’è sempre da imparare.

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    A me non è spiaciuto proprio per niente, per Hans. Era pur sempre un nazista e al di là di questo un uomo cattivo, sempre e in ogni caso.
    Con la Liberazione ci fu un bel fuggi fuggi, repubblichini e non solo: non furono pochi i tedeschi che in piena IIa Guerra Mondiale erano dislocati in Italia, per questo il racconto si rende credibile.
    Anche come lo fa Hans con la donna non è per scandalizzare o altro: c’è invece un ben preciso motivo. Il Duce, Mussolini, riservava questo trattamento alle donne ebree che poi avrebbe consegnato a Hitler. Ecco perché Hans si comporta così, in pratica imita il Duce, si potrebbe dire così. E’ un uomo che disprezza le donne e che solo tiene alla sua pellaccia. Non è capace di amare.

    Questo non è nuovo, lo avevo già scritto da diversi anni, più di dieci se non vado errato. Però si presta bene per il lavoro che sto facendo. Adesso ho cominciato il lavoro di cucitura dei racconti.

    Grazie, Nadia.

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