LA MORTE DEL PADRE

LA MORTE DEL PADRE

Versione alternativa

Iannozzi Giuseppe

Mussolini - Piazzale Loreto

Sul far del mattino ancora la testa gli portava l’eco delle rabbiose parole che lui, Mattia, aveva pronunciato per ultime: “Padre, sei un nero bastardo.”

* * *

“Tu vorresti essere un poeta?”. Non attese risposta. Subito abbatté sul volto scavato di Mattia un violento colpo di frustino; la guancia gli si tagliò subito, lasciando scoperta una profonda viva ferita sanguinante rosso sangue. Mattia sentì un conato di vomito scavargli lo stomaco. Il Padre gli stava di fronte, inflessibile, scuro e terribile, diavolo immortale e impietoso, sentina di vizi nascosti. Lo congedò, furente, ma non prima d’avergli sputato in faccia, mentre Mattia, fra i denti, l’accusava d’esser un nero bastardo. Il Padre fece finta di non sentire: entrambi credevano che, con tutta probabilità, non si sarebbero incontrati mai più. Mattia si chiuse la porta del bureau dietro le spalle, mentre il Padre lappava con la punta della lingua il frustino ancora fresco di sangue; aveva già deciso che Mattia sarebbe morto in un incidente.

* * *

Entrambi avevano sbagliato a credere che non si sarebbero incrociati un’ultima volta, l’uno di fronte all’altro. Le vie dell’Uomo sono infinite! Mattia era davanti al Padre morente: sarebbe stato lui a sparare il colpo definitivo. Prima di trapanargli il cranio con una pallottola pazza, con la stessa pistola che il Padre aveva utilizzato per far fuori i suoi oppositori, Mattia gli sussurrò in un orecchio: “Padre, adesso sei un bastardo rosso di sangue. Forse io non sono un poeta, ma la poesia migliore rimane sempre la giustizia: un umano incidente.” Il Padre ebbe soltanto la forza di guardare la cicatrice sulla guancia sinistra di Mattia, distrattamente, con disprezzo; non disse alcunché, e attese col sorriso sulle labbra che la sua vita venisse consegnata all’Averno. Premette il grilletto: la pallottola fece il suo dovere.

* * *

“E quand’è che avresti sognato d’uccidere il Duce?”
“Te l’ho detto: è un sogno ricorrente. Ogni notte.”
“E’ da quando hai avuto quell’incidente automobilistico che me lo racconti.”
“Già. Ne sono uscito vivo per miracolo. La macchina era tutta accartocciata su sé stessa. Una settimana in coma, e tre mesi di riabilitazione dopo. Ma lo sfregio sulla guancia, per quello non c’è stato niente da fare, nessuna plastica.”
“Non è troppo evidente”, cercò di consolarlo l’amico: “ti fa più maschio, più duro.”
Mattia si strinse nelle spalle, poi guardò l’amico dritto negli occhi: “Stai mentendo. Ma non è importante.”
“Non pensarci più. E’ passato.”
“L’incidente forse sì, il sogno no. Quello si ripete sempre. E non cambia mai.”
L’amico tentò l’abbozzo d’un sorriso, ma gli venne solo una smorfia che Mattia notò con un certo disgusto: “Tu credi che io sia paranoico, non è forse così?”
”Io penso che hai bisogno d’una donna.”
“Una donna?! No.”
“Perché no? Ti ci vuole una compagna.”
”La spaventerei a morte.” Singhiozzò debolmente, poi aggiunse tutto rattristato: “Quando… quando mi sveglio, dopo l’incubo, ho solo voglia d’uccidere. Questo lo capisci?”
“Non hai mai ucciso nessuno. Hai solo paura del vuoto. Ti ci vuole una donna, credimi.”
“Forse.”
“Dimmi una cosa… perché il Duce, nel tuo sogno, lo dici Il Padre?”
Mattia sorrise suo malgrado, gravemente: “Perché è il mio genitore. Nel sogno è così.”
L’amico tirò fuori un pacchetto di Nazionali: si accese una sigaretta e ne passò una a Mattia, che l’accettò senza complimenti.
“Che cos’hai intenzione di fare ora?”
“Niente. Continuerò così, a sognare per il resto dei miei giorni.”
“Una vita di solitudine.”
“O una di sangue e morte sarebbe l’alternativa.”
“Forse è meglio che usciamo dal cimitero.”
Mattia gettò un’occhiata alla tomba del padre: “Era un partigiano, mio padre. E’ morto preso alle spalle. Neanche l’ha visto il crucco che gli ha sparato.”
“Sì, la so la storia.”
“Nessuno si ricorda più di lui. Nessuno sa più il suo nome. Gli sono rimasto solo io.”
“Tua madre si è risposata dopo la Guerra…”.
“Era una donna di facili costumi. Dopo la Liberazione, ha pensato bene di rifarsi una vita.”
“E tu non l’hai mai accettato.”
Mattia buttò il mozzicone per terra e lo spense subito con la punta del mocassino nero: “Non ho mai accettato niente: è questa la verità.”
“Andiamo!”. Era un ordine. Mattia non replicò: si lasciò condurre docilmente al di là del cimitero.

* * *

“Certo che sei uno strano tipo tu.”
La ragazza non era un granché: Mattia non le confermò che era proprio così, che lui era proprio un tipo strano.
La guardò distrattamente: era semplicemente insignificante.
“Non ti piaccio?”
In tutta tranquillità, Mattia finì di scolare il suo bicchiere di whisky.
“Mi piaci, sì. Sei carina.”
Mentì.
Uscirono dal bar insieme, abbracciati. Mattia la teneva a sé, ma solo per pura formalità.
Quando furono a letto, lui la cavalcò, ma non venne. La ragazza si limitò a dargli le spalle, e dopo un paio di sospiri ingoiati in silenzio si addormentò…
Non era ancora l’alba, le strade erano vuote di gente. Il cadavere della donna l’aveva stipato nel bagagliaio posteriore dell’auto. Rientrò quando era già il crepuscolo. Alla frontiera francese nessun controllo, né all’andata né al ritorno, tutto liscio come l’olio. Quella notte, per la prima volta, non ebbe incubi.

* * *

“Mi sembri più rilassato oggi. Sei stato con una donna, così mi hanno detto.”
“Me l’hai consigliato tu.”
“Sì. Era ora.”
Silenzio.
“La rivedrai?”
“Non penso”, sbottò annoiato Mattia: “non è il mio tipo.”
“Capisco.” Sospirò. “Me l’ha detto la portinaia che sei stato con una donna.”
“Davvero?”. Mattia si finse sorpreso.
“Ha detto che non l’ha più vista…”. E lasciò la frase in sospeso.
“Te l’ho già detto: non era il mio tipo. Troppo frigida.” E scoppiò subito in una risata cavernosa.
“Uhm… Peccato.” E così dicendo gli mise sotto il naso il giornale. Mattia lo raccolse: lesse l’articolo, tranquillamente, poi sorrise all’amico.
Il barista li osservava, con severa distrazione: erano solo due uomini per lui, dei clienti.
“Che intendi fare?”
“Che intendi insinuare?”, sbottò rabbiosamente Mattia.
“Niente.”
“Niente. Bene. Allora offrimi una delle tue Nazionali.”
L’amico gli allungò una sigaretta. L’accese e in silenzio prese a fumare, mentre l’amico l’osservava.
“E’ filato tutto liscio come l’olio”, ammise alla fine Mattia, spegnendo il mozzicone nel posacenere.
“Tutto?”
“Sì, tutto.”
L’amico si fece serio e si oscurò in volto: “Ne sei sicuro?”
“Tu non lo dirai in giro.”
“Io non lo dirò in giro, non ce n’è bisogno…”.
Il cuore di Mattia mancò mezzo colpo: “Vorresti forse darmi a intendere che… Che cosa?”
L’amico lo fissò. Mattia li guardò bene quegli occhi e subito comprese che per lui era finita. Prima che potesse dire un solo ma, si trovò incollato al bancone del bar con il volto schiacciato sulla sua superficie. Si agitò, ma le mani che lo tenevano fermo erano troppo forti perché potesse liberarsi dalla loro stretta.

Fu condotto all’aria aperta, ammanettato.
‘Maledetta puttana! Ha fatto la spia, la stronza’, pensò. Il sangue gli obnubilò la mente. Si strappò dalla presa dei due poliziotti che lo tenevano. Solo il tempo di fare due passi, poi un dolore lancinante gli trapanò il petto e si scoprì in fin di vita, sanguinante, disteso sull’asfalto.
Mentre moriva, l’eco delle sue parole, quelle del sogno, quelle che aveva sparato nel cervello del Padre: “Padre, adesso sei un bastardo rosso di sangue. Forse io non sono un poeta, ma la poesia migliore rimane sempre la giustizia: un umano incidente.”
Spirò.
Piangendo, in silenzio, l’amico gli chiuse gl’occhi. Seguì con l’indice tutta la lunghezza della cicatrice che era sulla guancia sinistra di Mattia: sì, era davvero brutta, tanto brutta, indelebile. Poi, tristemente, si allontanò dal corpo dell’amico. E lui lo sapeva che Mattia aveva sempre scritto della pessima poesia quand’era in vita, quando non gli era ancora capitato quel maledetto incidente automobilistico.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
Questa voce è stata pubblicata in arte e cultura, attualità, cultura, fiction, gialli noir thriller, Iannozzi Giuseppe, letteratura, narrativa, racconti, società e costume e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a LA MORTE DEL PADRE

  1. annamaria49 ha detto:

    Macabro al punto giusto, a volte un’ossessione conduce alla pazzia e la mente umana dopo uno choc può indurre al crimine.
    Bella scrittura dallo stile coinvolgente.
    Buona giornata
    affettuosità
    annamaria

    Mi piace

  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Sì, forse un po’ macabro, in un certo qual modo realista, forse fin troppo per i tempi bui che stiamo attraversando.
    Alcune ossessioni, non tutte per fortuna, rischiano di creare dei mostri.

    Grazie.

    Beppe

    Mi piace

I commenti sono chiusi.