Il fantasma malato di Che Guevara

Il fantasma malato di Che Guevara

Iannozzi Giuseppe

Ernesto Che Guevara

Una costola rotta, due denti andati, un occhio pesto: c’erano andati giù pesante, ma se non altro non ci aveva rimesso la pelle, perché quelli lì avrebbero potuto farlo fuori su due piedi, e invece, all’ultimo momento, si erano squagliati.
Sputando e bestemmiando, tirando gli ultimi calci addosso al suo corpo a terra, lividi di rabbia e disprezzo, a un certo punto, si erano fatti bianchi come cenci.
“Squagliarsi… Subito!”, aveva urlato quello che doveva essere il capo; e tutti si erano dati alla fuga manco fosse sceso Dio in terra armato di strali e di promesse d’inferno per l’eternità.

Laura dormiva: pareva una bambina innocente. Ernesto sapeva che era una puttana che la dava a destra e a sinistra, a ogni partito, persino agli anarchici, pur d’avere il suo ritorno, un pezzo di pane o una bottiglia di vino, o anche un paio di orecchini se gli diceva bene con lo stronzo di turno. E a volte le riusciva pure di farsi d’eroina. L’aveva presa a ceffoni così tante volte che aveva perso il conto: a un certo punto aveva smesso di picchiarla, punto e basta. ‘Che si scopi pure tutto il paese: non sono più affari miei”, aveva pensato con cinismo, senza rabbia. E aveva continuato a tenerla con sé, anche se era solo una puttana: era lì, come un oggetto, faceva parte della casa e del suo marciume, ché lasciarla andare via avrebbe solo significato privarsi di un’inutilità per sostituirla con la presenza d’un’assenza. Tanto valeva che restasse.
Si guardò allo specchio: era tutto un dolore, e le palle gli facevano un male boia. Se solo avesse ricevuto un altro calcio nei coglioni, Ernesto era certo che mai più gli sarebbe diventato duro. A ogni modo non era poi troppo importante: Laura non se la sbatteva più, né la desiderava, e le donne non gli servivano più per arginare momentaneamente il dilagante vuoto che da troppo tempo si era aperto nella sua anima.
Si accomodò come meglio gli riuscì, ma in realtà solo si spruzzò addosso un po’ d’acqua gelata per mortificare il dolore che gli scavava le ossa tutte. Lo specchio era sporco, graffiato, incrinato in più punti: sorrise, si passò una mano fra i capelli mettendo a nudo una evidente stempiatura e il primo argento. Poi si fasciò il petto con un asciugamano, e, sputando sangue catarro e saliva nel buco del lavandino, bestemmiò quasi felice d’essere un disgraziato, uno che veniva additato come un sovversivo.
In cucina era una babele di piatti sporchi e scarafaggi: alcuni erano morti e le loro pance nere, capovolte, erano gonfie come pustole, altri camminavano sulle loro zampette e non si curavano di nulla. La situazione non sarebbe migliorata col tempo, Ernesto questo lo sapeva bene.
Laura doveva essersi svegliata; il rumore dei suoi passi era inconfondibile: ogni suo passo pesava d’una leggiadria animale e feroce. E subito sentì sul collo il fiato alcolizzato della donna.
“Ti hanno pestato un’altra volta”, gracchiò divertita, con voce scassata come quella d’un vecchio disco troppo rigato.
Ernesto le sorrise. Non si voltò a guardarla in faccia: “E tu, quanti punti, quanti a letto?”
“Stronzo”, gridò Laura graffiandogli il collo. L’uomo non reagì. Solo si girò verso la donna, finse di voler provare ad accarezzarla, e subito lasciò cadere le braccia lungo i fianchi. Poi ruttò, scoreggiò, e alla fine tirò fuori il suo miglior sorriso: “Puoi dirlo forte: sono uno stronzo. E tu non puoi farci proprio niente.” La scansò con uno sguardo che fece arretrare la donna di due passi almeno: “Neanche un caffè in questa casa. O una donna.”
Laura fissò l’uomo che già le dava le spalle: “Sei uno stronzo. Uno scarafaggio.”
“Vero. Come vuoi tu. E’ la verità!”. E così dicendo, si lasciò cadere sulla poltrona scassata reggendosi il petto sconvolto dal dolore. “Uno scarafaggio!”, ripeté.
“Potresti pure piantarla con ‘sta scenata della vittima.”
“Nessuna vittima. A te piace prenderlo fra le gambe per un niente. A me piace farmi pestare.”
”Sei ridicolo!”, inveì la donna. “Patetico e ridicolo. Per colpa tua mi sono rotta un’unghia”, aggiunse dopo un istante.
Ma Ernesto già russava. Laura guardò nel lavandino: incontrò gli scarafaggi morti e pensò a Ernesto tale e quale a un cadavere rivoltante.

Si svegliò madido di sudore: aveva sognato che la Russia si era alleata con i Capitalisti e che Cuba era caduta sotto i colpi dei Maccartisti. Respirò a lungo prima d’alzarsi dalla poltrona. In casa non c’era nessuno: Laura doveva essere fuori, sicuramente nel letto di qualcuno che le aveva promesso solo dio sa cosa. Meglio così.
Si affacciò alla finestra: in strada non era meglio che nel suo lavandino, tanti omini sciamavano da un punto all’altro delle strade, si fermavano ai semafori, poi riprendevano a camminare e a urlare. Ebbe una mezza vertigine di disgusto che quasi lo fece precipitare giù. “’Fanculo”, sibilò fra i denti. Frugò nelle tasche in cerca d’una sigaretta; solo gli riuscì di recuperare una mezza cicca da un pacchetto completamente sfatto. Se la mise fra le labbra, raccolse poi da terra un fiammifero e lo raschiò sul muro, diede fuoco alla mezza cicca e cominciò a fumare piegandosi in due a ogni boccata: la costola rotta gli faceva un male boia e il resto del corpo non è che fosse più sano. Era tutto un livido di dolore; anche il peso della cicca fra le labbra gli faceva male.

Quando Laura tornò aveva un occhio nero e gonfio: lui non le disse niente. E lei si infilò in camera da letto passandogli accanto: pareva un automa. Era vecchia, lo era diventata: troppi uomini per avere indietro un niente o botte. Ma, se doveva essere sincero, a passarsela male sul serio era soltanto lui, perché lei poteva allargare le gambe e rimediare almeno un tozzo di pane, o qualche moneta; e se proprio le buttava male, avrebbe comunque avuto la soddisfazione di buttare nello stomaco un po’ di seme. Una volta aveva provato a schiarirsi le idee, facendo solo un buco nell’acqua: non lo sapeva davvero com’era stato possibile che arrivassero così tanto in basso. E, oramai, non gli interessava più saperlo: in ogni caso, anche se avesse trovato una risposta soddisfacente, sarebbe stato impossibile tornare indietro e tingere la vita di rosa anziché di rosso, quello del sangue d’ogni giorno.

Col passare dei giorni, il petto continuò a fargli male: evidentemente la costola non si era ancora saldata.
In strada non era cambiato niente: a ogni angolo c’era un Maccartista appostato. Ernesto li riconosceva subito: ce l’avevano scritto in faccia che erano lì per reprimere chiunque si fosse detto contro i Capitalisti.
Uno lo bloccò: era uguale a tutti gli altri, vestito impeccabile, cravatta nera, cappello calcato in testa, volto rasato alla perfezione uguale al culetto d’un bambino. E un sorriso a trentadue denti, affilato come la lama d’un rasoio.
“Tu, mica sarai ebreo?!”
“Non credo.”
Il Maccartista l’aveva già preso per il pomo d’Adamo: “Quando faccio una domanda, pretendo una risposta. Ci siamo capiti?”
Ernesto gli avrebbe sputato in faccia, ma prima che potesse farlo, quello l’aveva lasciato andare.
“Perché sei da queste parti?”
“Ci abito…”, biascicò Ernesto stringendo i pugni, lottando contro il dolore al petto: maledetta costola!
“Fossi in te, non lo farei”, lo minacciò il Maccartista. E ancora: “Che tu ci creda o no, non mi piace far fuori la gente.”
”Raccontalo a tua madre!”. E a dimostrazione che Ernesto non si sbagliava, subito la canna della pistola l’ebbe sulla fronte, in mezzo alle palle degli occhi.
“Alla prossima che la dici sbagliata, ti faccio saltare quella testa vuota che ti ritrovi.”
Ernesto non deglutì né sorrise, solo rimase impassibile.
“Sei o non sei ebreo?”
“Non lo sono.”
“Sposato?”
“Sto con una puttana. Non è come essere sposati. O forse sì. Non lo so.”
Il Maccartista, suo malgrado, sorrise: “Per essere uno stronzo, sei quasi divertente.”
“Lo dice anche lei che sono uno stronzo, però non mi trova divertente. Non più.”
“E lei, dov’è adesso?”
”Con qualcuno. Non lo so.”
“E’ una Comunista del cazzo?”
”E’ una puttana: la dà a destra, a sinistra, agli anarchici pure.”
“E’ anarchica, allora.”
”No, non lo è. E’ solo una puttana. E’ diverso: una puttana è solo una puttana, mentre un’anarchica è una con le palle.”
“Sei divertente!”
Premette la canna della pistola sulla fronte di Ernesto, con forza: “Potrei accopparti, lo sai.”
“Sì.”
”E vuoi che lo faccia?”
“Non ho famiglia.”
“Quand’è così!”. E premette il grilletto.

Il bar era in culo ai lupi, era più sporco del suo lavandino e gli uomini che lo frequentavano erano peggio degli scarafaggi. La costola gli faceva male: si impose di non farci troppo caso.
“Ti sei mai chiesto perché sei ancora vivo?”
Stavano sorseggiando una birra, schiumosa, acida.
“Tante volte.”
“E che risposta ti sei dato?”
”Non ho risposte. Solo domande.”
”E’ buona la birra?”
“Acida.”
”Anche le risposte che potrei darti sono acide. Sicuro di volerle sentire?”
”No.”
“A quanto vedo il ruolo della vittima non ti piace. E, in fondo in fondo, non sei troppo felice d’essere un disgraziato, o un sovversivo.”
Ernesto abbozzò un sorriso, continuando a centellinare la birra: “Non c’è altro?”
“Sei vivo perché noi vogliamo che tu resti in vita.”
”Mi è sufficiente. Non mi serve sapere di più.”
”Tu sai chi siamo.”
”Lo mettete in culo ai Comunisti.”
“Linguaggio colorito, ma è così.”
“Quella volta che mi avete quasi ammazzato, poi siete fuggiti. Perché?”
“Avevi detto che non ti serviva sapere.”
“Giusto. Allora? Intendo dire… che volete da me?”
Il volume del baccano si alzò di colpo. Qualcuno aveva spaccato una bottiglia in testa a un avventore, e quello c’era rimasto secco e subito si era alzato un polverone e tutti se le davano di santa ragione.
“Sta diventando pesante qui.”
“Non sono affari che ci riguardano. Una testa spaccata non fa la differenza.”
Ernesto non capì cosa intendesse dire quello, ma non si interrogò più di tanto.
“Be’, allora…”.
“Un discepolo.”
“Cosa?”
“Non c’è bisogno di sgranare gli occhi a quel modo. Un discepolo. O sì o no.”
“Perché io?”
Il Maccartista ignorò la domanda. Con voce profonda, quasi tragica e divertita, solo disse: “La Russia, Cuba, ormai sono errori sulla cartina politica.”
“Che significa?”
”Non fare lo stupido. Lo sai da te.”
Era vero: Ernesto sapeva.
“E dovrei diventare un discepolo.”
“O soccombere.” Intanto il baccano attorno a loro aumentava. “E’ una questione semplice, stupida, banale: è come in una rissa, due o più parti che si affrontano. Ma noi siamo i più forti, sempre e comunque.”
“Io non posso.” Ma la voce gli tremava. E questo particolare non sfuggì al Maccartista.
“Basta che tu dica: sì, lo voglio. E la vita per te cambierà.”
“Che cosa deve fare un discepolo?”
”Diventare un buon Maccartista.”
“Io non credo nel Maccartismo.”
“Non credi in nulla: è più giusto dire così, perché questa è la verità. Forse un tempo credevi di poter resistere. Non è stato così. Non sei un duro. Non lo sei mai stato. Se sei ancora vivo, e tanti altri più duri di te sono sottoterra già da un pezzo, è perché così è stato deciso per te. Te ne rendi conto o no?”
Ernesto sprofondò la testa nelle spalle.

Laura era nuda, una menade coi capelli arruffati e gli occhi iniettati di sangue: l’aveva già vista fatta, ma questa volta era proprio fuori di sé.
“Ti sei fatta un’altra volta con quella merda!”. Era una constatazione, perché non gliene fregava niente né della merda né di Laura.
“Tu, tu non sei meglio. Stronzo!”, berciò la donna.
“E’ tutto quello che hai da dire? Immagino di sì.”, tagliò corto Ernesto.
Laura lo seguì con lo sguardo: stava mettendo le sue carabattole in una valigia, la loro valigia.
“Che fai?”
“Me ne vado.”
“E’ anche la mia valigiaaa…”, urlò la donna saltandogli addosso.

Alla parete stava appiccicata l’icona della Madonna, accanto una gigantografia di McCarthy. Una debole lama di luce filtrava attraverso la finestra: Ernesto se ne stava con le gambe allungate sulla scrivania facendo finta di sonnecchiare. Ricordava Laura e com’era stato facile abbatterla: un pugno secco alla tempia e quella era caduta a terra per non rialzarsi mai più. La scena ce l’aveva ancora davanti agli occhi: lei gridava come un ossesso, gli si scagliava contro, lui lasciava cadere la valigia dalle mani… Era bastato un pugno, uno solo, perché la vita della donna scivolasse via per sempre. Non si era sentito male allora, e neanche adesso il ricordo della morte riusciva a fargli esplodere nel cuore un solo vago senso di repulsione.
La Madonna gli sorrideva. Non era mai stato un credente: dal canto suo, avrebbe fatto volentieri a meno sia della Madonna che di McCarthy, ma le regole del Maccartismo imponevano che ci fossero.
Qualcuno bussò alla porta ed entrò senza aspettare risposta. Ernesto si ricompose.
“Belle scarpe.”
“Sì, non sono male.”
“Stasera a messa.” E così dicendo, l’uomo girò sui tacchi senza più degnare d’uno sguardo Ernesto.
Quando l’uomo se ne fu andato, Ernesto mise su una smorfia: odiava andare a messa, adorare McCarthy come Cristo sceso in terra, ma non poteva fare altrimenti.

Uscendo dal bureau, lasciò detto alla segretaria che sarebbe stato fuori ma senza dettarle particolari istruzioni. In strada era la solita confusione: si appostò a un angolo. Attendeva, solo attendeva di lavare le punte delle scarpe nel sangue di qualche malcapitato sospetto in odor di Comunismo.

Se la stava battendo a gambe levate.
Era successo di nuovo.
Non aveva capito allora che cosa fosse accaduto e neanche adesso che era dalla parte dei Maccartisti. A un certo punto, con tutto il fiato che aveva nei polmoni, si era costretto a gridare: “Tagliare la corda! Subito!”
Mentre scappava, avvertì una potente fitta al petto là dove, qualche anno prima, una costola gli era stata spezzata a forza di calci. Poi una luce rossa l’abbagliò completamente: davanti a sé vide solo un mare rosso di fuoco, sconfinato.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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2 risposte a Il fantasma malato di Che Guevara

  1. Lady Nadia ha detto:

    L’hai scritto talmente bene che, per me, potrebbe essere tutto oro colato.
    Sei iper-produttivo eh! Ne ho da leggere…
    Complimenti!

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Questo è in parte nuovo e in parte vecchio, ovvero è stato riscritto aggiungendo alcuni elementi. Un omaggio a Che Guevara e alla sua coerenza senza perdere mai la tenerezza. Qui è chiaro che il mio personaggio è proprio l’esatto contrario di Ernesto pur portando il suo nome, da qui il motivo per cui l’ho indicato come “fantasma malato”.

    Grazie infinite.

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