Nascita e morte di una Venere

Nascita e morte di una Venere

Iannozzi Giuseppe

Tornai che era già inverno: le strade di Firenze erano grigie come i volti dei passanti avvolti in cappotti di silenziosa tristezza.

Centellinavo un caffè che non mi piaceva: amaro. Ho sempre amato il caffè amaro, ma quello che mi avevano servito era veleno. Accesi una N80: dopo due boccate ero già disgustato. Il cameriere apparve alle mie spalle senza che io me ne accorgessi: era un tipo segaligno, pallido, un volto spettrale tale e quale a un’anima morta di Gogol’.

In strada faceva freddo: provai un paio di volte a chiedere delle indicazioni. Nessuno mi prestò attenzione. L’albergo l’avevo prenotato da un po’ di tempo. Doveva essere un quattro stelle vicino al mercato di San Lorenzo. Decisi che era il caso che andassi a occupare la mia camera. Nella hall non c’era nessuno. Prima che potessi rendermene conto, ero già disteso sul letto: la vista annebbiata, prossimo a sprofondare in un deliquio. Pregai perché non sognassi.

 “La Venere di Botticelli, ricordi come nacque?”
“No.”
“Nasce dal mare, portata da una grande conchiglia che viene sospinta a riva dal soffio intrecciato di Zefiro e Clori, mentre Ora, personificazione della primavera, si avvicina per avvolgerla in un mantello fiorito.”
“E allora?”
“La nudità di Venere non è solo esaltazione della bellezza, ma anche affermazione della pura bellezza, della semplicità dell’Anima. Giacobbe, possibile tu non abbia più memoria?”
“Non ricordo nulla.”
“E’ terribile, terribile, Giacobbe!”
“No, è naturale e normale. Perché mai dovrei ricordare?”
“E Anima?”
”Chi è… Anima?”
“Venere.”
“Venere! Non credo d’averla mai conosciuta.”
“Invece l’hai conosciuta.”
”Forse in sogno. Non ricordo.”
“Questo è un sogno!”
“Sia quel che sia, non fa differenza.”
“Tu eri un poeta. Un tempo non lontano eri un poeta dell’anima.”
“Mai scritte poesie in vita mia.”
“Tu non ricordi nulla. Non è possibile.”
“E’ reale.”
“Cosa?”
“E’ un pasticcio questo discorso. Un gran pasticciaccio.”
“Eri un poeta, eri un poeta, Giacobbe.”
“Sì, come no!”
“Perché sei qui?”
“Dove?”
“A Firenze.”
“Ah!”
“Perché sei qui? Ci sarà pure un motivo se sei tornato.”
“Immagino che debba concludere degli affari. O uno solo. Sono un giornalista che scrive per soldi.”
“Forse. Ma le poesie?”
“Le poesie, quelle le scrivono i poeti. E se fossero furbi le scriverebbero sull’acqua.”
“Quanto cinismo.”

Mi svegliai d’ottimo umore. Forse avevo sognato, forse no. Non ricordavo assolutamente nulla. L’importante era che non ricordassi.
A quel tempo fumavo come un ossesso: accesi la prima sigaretta. Fumai in silenzio, poi scesi a fare colazione. La sala era vuota: non un’anima, neanche una che si potesse dire persa o capitata lì per puro caso. Feci colazione da solo: il mio corpo occupava uno spazio, una sedia, e consumava latte caffè e fette biscottate. Ero più reale di un’anima, qualunque possa essere il significato che l’uomo le attribuisce.

Non so come, arrivai davanti alla Chiesa di San Giuseppe in via delle Casine.
“E’ su progetto di Baccio d’Agnolo. Così attesta il Vasari.”
Chi aveva parlato era un ometto sdentato, forse un religioso, con due occhietti da jinn che facevano pensare a un demone: “Nel 1405 si costituì a Firenze una confraternita dedicata a San Giuseppe: si riuniva in un oratorio vicino all’Ospedale del Tempio. La Vergine col Bambino è in un angolo di via San Giuseppe: si diceva che compisse miracoli. La devozione per questa immagine fu tale che permise alla Confraternita, per mezzo di offerte ed elemosine, di costruire la chiesa che vede.”
Ringraziai con un cenno del capo l’improvvisato cicerone, poi volsi lo sguardo altrove senza più curarmi di lui. Mi lasciai la Chiesa alle spalle: non mi interessava, avevo altro a cui pensare. Ero tornato per raccogliere informazioni utili per scrivere un articolo che mi era stato commissionato. Sapevo solo che dovevo andare in un ostello della gioventù: il motivo mi era oscuro! Sentivo però che quella era la strada da seguire. Mi sbattei in tutti gli ostelli, e alla fine, grazie all’istinto, trovai quello che mi interessava. Entrai.
Il ragazzo alla reception non aveva dimenticato il mio viso: mi aveva riconosciuto. Da una sua smorfia capii che doveva esser così.
“Sei tornato. Ne ero certo.”
“Tornato? Sono qui per scrivere un articolo. Una questione di affari.”
“Anche l’altra volta dicesti le stesse precise identiche parole.”
“I giornalisti come me non hanno un vocabolario molto assortito.”
Quello fece un’altra smorfia, di disgusto: “Me ne sono accorto, ebreo.” Tirò su col naso, poi aggiunse: “In cosa posso esserti utile, questa volta?”
“Ho bisogno di alcune informazioni.”
Non sembrava sorpreso.
“Potresti aiutarmi?”
”Spara!”
“Sto cercando una donna.”
Rise.
“Sì, tutti noi. Che tipo di donna?”
Mi schiarii la gola che era secca a causa del troppo fumo.
“Non è che la cerco veramente. Voglio solo sapere.”
“Capisco… qualcosa su di lei.”
“Esatto.”
Gli passai un biglietto di grosso taglio. Quello lo prese senza fare una piega e lo intascò subito.
“Chi è?”
“Chi era!”, lo corressi.
“Come vuoi tu. Il nome?”
“Non lo so.”
Prese a ridere, ma il mio sguardo severo lo fece presto tacere.
“D’accordo! Non sai il nome. E io come potrei mai esserti d’aiuto?”
“La conosci.”
“Ah! Ti riferisci a quella donna…”.
“Esatto.”
“Quella che ti accompagnò qui.”
“Immagino che si possa dire così.”
”Non eri cosciente. Non del tutto in ogni caso. Diciamo pure che eri più di là che di qua.”
“Tu sai perché ero mezzo andato?”
“Ubriaco forse.”
Sospirai.
“No, non credo. A ogni modo, tu l’hai vista. Sai dirmi chi fosse?”
“Te l’avrò detto un migliaio di volte. Il rito è sempre lo stesso… ti presenti qui, e il dialogo è lo stesso, e la conclusione…”.
“E la conclusione?”
”Non c’era nessuno con te!”
Bestemmiai.
“Ma se avevi detto quella!”
“Vero. Quella!”
“Vuoi parlare o te le devo cavar con le pinze ‘ste dannate parole dalla bocca?”
“Era semplicemente QUELLA. Non era una persona. O meglio, lo era. Ma era come se non esistesse.”
Accesi una sigaretta. Il ragazzo alla reception non disse nulla: l’avevo oliato per bene, sapeva che non poteva dirmi un cazzo.
“Hai un affare con QUELLA?”

Accesi il televisore: solo nevischio. Misi una sigaretta fra le labbra: le spire di fumo si fecero spesse. Mi sentivo stanco. Spenta la cicca, mi lasciai cadere sul letto: e mi addormentai subito.

“Allora, l’hai trovata?”
“Chi?”
“QUELLA.”
“No.”
“E ci tieni a trovarla, non è vero?”
”E’ una questione…”.
“Non dire di affari. Non ti credo.”
“Non mi credere. Per me fa lo stesso.”
“Sai darmi una definizione di ‘gioco’?”
“Attività svolta da una o più persone per divertimento.”
“Esatto. E’ stato divertente?”
“Forse che sì, forse che no!”
“Falla finita col dannunzianesimo spicciolo.”
“Non ho altro. E non so di che stai parlando.”
“Lo sanno tutti che QUELLA ti giocava.”
“E allora? Dovrei essere scandalizzato?”
“Era una signora delle camelie. Una delle tante. Voleva esser solo questo per te.”
“Che intendi dire?”
“Solo quello che ho detto.”
“Fottiti. Non mi dici niente anche se parli tanto.”
“E’ un computo ermetico. Ermetico. Non c’è niente da capire.”

La stazione era gremita di persone: un gran vociare, inintelligibile. Ero circondato da alieni e il mio treno non sarebbe partito prima di un’ora: avevo tutto il tempo per perdermi in quella babele di corpi, per cercare di capirli, ma ero stanco, troppo perché potessi tentare una simile impresa. Mi risolsi d’andare in sala d’attesa: faceva freddo nonostante il riscaldamento. Avevo una copia economica de La Divina Commedia: cercai di leggere qualche endecasillabo di Dante, ma la poesia non faceva proprio per me. Per me, la poesia era solo una insulsa commedia: gettai il libro in un cestino gridando “canestro!”. Mai spesi soldi in maniera peggiore: per fortuna avevo preso un’edizione di quelle economiche, da stazione ferroviaria, in un’edicola. Chissà perché mi era preso l’uzzolo di provarmi a leggere della poesia!
Il capo mi prese a ciondolare…

“Alla fine non l’hai trovata, come sempre. Ed è come se l’avessi raggiunta.”
“Immagino di sì. Non c’è più niente che mi trattenga qui.”
“Lo sai che tornerai, nonostante tutto.”
“Sì.”
“Allora è un addio!”
“Diremo sempre le stesse cose per quante vite un uomo possa vivere.”
“Così è l’Eterno ritorno nicciano.”
“Sbrigheremo sempre gli stessi affari… sempre. All’infinito. E non arriveremo mai a concludere veramente.”
“E la poesia?”
”Una commedia ma non divina.”
“Peccato.”
“Solo una questione di punti di vista.”
“Forse un giorno la ricorderai la poesia, Giacobbe.”
“Ho i miei dubbi. Se un dio c’è, pregherò perché mai accada che di me si possa dir poeta.”
“Umiltà?”
“No, assolutamente no. Sono contro l’umiltà. Arroganza. Solo l’arroganza nasconde un seme di onestà.”
“E ora che farai?”
“Immagino che prenderò il treno che mi porterà a casa.”
“E poi?”
“Poi nulla, almeno fino alla prossima vita… se ci sarà. Ma ne dubito.”
“E Anima?”
“Intendi QUELLA? Be’, non è terrestre. Non c’è niente da capire.”
“E Venere?”
“Si vivrà per un’altra Venere, più umana. O reale.”
“Ricordi… qualcosa?”
“No. Neanche quello che abbiamo detto sino a ora.”

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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3 risposte a Nascita e morte di una Venere

  1. Lady Nadia ha detto:

    Una conversazione reale o immaginaria? Non saprei. Un introspezione, forse, relativa a un amore mai corrisposto, alla fine, tema caro ai poeti. No?

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  2. Lady Nadia ha detto:

    Un’introspezione. Problema di tasto, ovviamente. 😊

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  3. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Mette in difficoltà persino me spiegare questo racconto, che non è frutto della sola immaginazione. I dialoghi, sì, sono invenzione, potremmo dire così, perché – per quanto posso ricordare – li ho presi di peso da un sogno. Quanto qui narrato fa riferimento a qualcosa che mi accadde oramai più di una decade or sono. Sì, ci hai preso, fa riferimento a un amore – che parola grossa però! E’ più giusto dire che fa riferimento a un amore che non fu un amore, che fu soltanto quello che fu, un conoscersi in fretta, troppo in fretta; e difatti tutto naufragò nel peggiore dei modi. 😉 C’èst la vie!

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