Perdere la Fede

Perdere la Fede

Iannozzi Giuseppe

nichilismo

Il pretonzolo abbassò lo sguardo, di occhi quasi severi, a terra.
Non guardava più in faccia l’uomo, pareva invece che volesse tenerlo lontano: solo si preoccupava di biasciare in latino l’incomprensibile per l’umile, che, ancora, pedissequamente seguiva i passi del prevosto. Il sospetto che lo stesse prendendo per i fondelli gli era lontano dalla mente.
Fra le mani del prete un rosario veniva sgranato con insistenza esagerata; erano le sue mani callose e volgari, come spesso ce l’hanno i contadini abituati a spendere sudore nei campi per dar vita a un arido fazzoletto di terra.
Gli occhi dell’uomo di chiesa erano immersi in un giallognolo cisposo, che sapeva di malato: anche nella preghiera lo sguardo rimaneva mellifluo, quasi non credesse. O che avesse smesso da tempo. Intanto l’uomo gli rimaneva dappresso, interrogandosi sul perché tacesse dopo la confessione che gli aveva fatto.
“Padre, qualcosa la preoccupa?”
Il pretonzolo lo fissò per un attimo, poi tornò a occuparsi dei suoi pensieri. Pareva che una mosca gli si fosse posata sul naso, lungo e straordinariamente affilato. Dalle vetrate filtrava una debole luce, che solo in parte illuminava scabre panche e confessionali.
Un pesante silenzio si era depositato sulle loro anime dopo che l’uomo aveva fatto la sua confessione.
“No, niente.”
Non aggiunse altro. In ogni caso l’uomo intuì che c’era qualcosa che gli veniva taciuto.
“Allora… Posso andare?”
Il prete gli dava le spalle ostinando un muto silenzio, che significava più di mille parole.
L’uomo, un povero contadino al pari di tanti altri, fece un cenno col capo. Nessuno lo vide, solo il Cristo crocifisso, che però rimaneva nell’ombra mezzo nascosto dall’altare, mezzo obnubilato dal buio che devastava l’interno della piccola chiesa. Trascinando piano i passi, oltrepassò la pesante porta di legno per andare incontro alla smorta luce di fuori: il sole picchiava forte, ciononostante  pareva non riscaldasse la terra né creatura alcuna. Trasse di tasca una sigaretta, una Nazionale: l’accese e cominciò ad aspirare generose boccate. Delle lacrime gli rigavano il volto scavato: non erano né di dolore né di pentimento. Osservò l’intorno gettando sguardo animale su ogni particolare del magro paesaggio di aride culture, di fiori spenti seppur legati ai margini della sterrata. Gli si leggeva in volto che al macello della vita scampo non c’è. Non era preoccupato per sé. Tuttavia temeva per gli affetti che avrebbe presto lasciato.

“Niente pentimento.”
“No. Niente.”

Il prete si aggiustò il paramento nero che lo avvolgeva: era sporco e vecchio, tuttavia, a occhio nudo, non si capiva, perché troppo era il buio che dominava incontrastato nella chiesa. Con un gesto teatrale scostò alcune tende, un tempo d’un velluto rosso e consunto: il colore era oggi mortificato, per intero, in un quasi grigio. Accusò una forte vertigine e suo malgrado fu costretto a reggersi aggrappandosi alle pesanti tende. Il peso produsse uno strappo mica da poco! In ogni caso le tende ressero il peso del corpo scimmiesco, di quel prete prigioniero di un’anima stanca.
Ripresosi un poco, la vista tornò a occupare lo spazio ristretto e buio della chiesa: le tende, che aveva tirato, erano quelle d’un confessionale, del primo sulla destra che stava quasi di fronte al Crocefisso.
Con teatralità si inginocchiò per impetrare il Cristo. Già da una lunga pezza aveva smesso di credere. Però l’abitudine era dura a morire, quella d’inginocchiarsi. Biasciò un’avemaria e un paternostro senza portare troppo rispetto né al tono di voce né alle parole in bocca masticate. Dopodiché, in silenzio, rimase in ascolto d’una risposta che sapeva mai sarebbe venuta. Restò così per qualche minuto, immobile, sepolto nel suo corpo con l’anima ostaggio della stanchezza, stanchezza che ormai da troppo tempo covava dentro come suo unico e solo Credo.
Aveva ascoltato la confessione con svogliatezza, quasi facendosi beffe dell’umile fede che il contadino gli aveva dimostrato con selvatichezza animale, genuina, forse stupida e ignorante. Gli aveva detto che presto la terra lo avrebbe accolto; che era malato e che non aveva avuto cuore di dire la verità alla moglie e alla figliolanza; che si vergognava della sua vigliaccheria pur provandone orrore, un orrore non votato al pentimento però. Il prete fece una smorfia di disgusto: il camposanto riposava poco lontano dalla chiesa, e più non ricordava quanti corpi amici e nemici erano stati da lui accompagnati nell’algida terra blaterando parole raccolte a casaccio dalle Sacre Scritture. Anche il contadino malato di cuore sarebbe stato seppellito e lui avrebbe recitato a memoria parole e ancora parole.

Il pretaccio era stanco della morte e soprattutto era stufo della resurrezione che mai veniva. Non credeva più che i giusti sarebbero stati accolti nell’abbraccio d’un Padre misericordioso di Pietà. Se continuava nel suo ufficio era solo per trascinare avanti la stanchezza e concedersi ancora travaglio su questa terra impastata di sangue, di Partigiani andati su per i monti a morire, di contadini morti di fame e malattie. Sapeva troppo della morte per crogiolarsi nell’illusione di una fede che mentendo gli assicurava che l’anima agli occhi di Dio non può che essere immortale. Quale Dio? Non lo sapeva. Lui lo sapeva che Dio era uguale a lui, profondamente umano, incapace di credere in sé stesso. Pensò: “Ciò che ci divide non è il fatto che noi non troviamo nessun Dio, né nella storia, né nella natura, né dietro la natura, – ma che quello che è stato adorato come Dio noi non lo troviamo affatto ‘divino’, ma al contrario pietoso, assurdo, dannoso, non solo perché è un errore, ma perché è un crimine contro la vita…”. (*)
Ripensando alle parole del filosofo pazzo, ebbe un tuffo al cuore che gli provocò un’altra vertigine che lo costrinse a piegare la schiena profondamente, come in atto di contrizione: la fronte madida di sudore incontrò la fredda pietra che era poi la polverosa pavimentazione della chiesa. Con sforzo estremo portò le mani alla testa; e si tappò gli orecchi per non sentire l’ossessione munchiana che, sconvolta, si faceva strada nella scatola cranica.
Non provò né dolore né meraviglia quando la nera bara entrò attraverso la porta della chiesa: sapeva già tutto. La donna piangeva e i figli stavano a lei attaccati, vicini.
Il prete non fece una piega. Ufficiò come sempre.
Il funerale fu discreto, senza troppi schiamazzi, a parte quelli della moglie.
L’uomo venne seppellito e lui se ne tornò in chiesa. Si tolse di dosso la logora tonaca e tutto accaldato gettò la faccia dentro all’acquasantiera, bevendo con foga uguale a quella d’un animale. Ma più l’acqua gli scivolava nel gargarozzo più la sete aumentava.

“Padre!”
Era la moglie dell’uomo appena seppellito. Se ne stava discreta in disparte, lontana.
Il prete senza imbarazzo alcuno, col capo bagnato di acqua benedetta, si risolse a mostrarle un sorriso insipido.
“Sì”, sussurrò.
“Non volevo disturbarla…”.
Il sorriso non sparì dal volto del prete.
La donna si portò una mano al petto: “E’ così che finisce?”
“Bevendo.”
La donna non comprese cosa intendesse dire. Lo fissò stranita e solo dopo qualche istante realizzò che quell’uomo era febbricitante, forse pazzo. Ne ebbe paura.
“Mi perdoni se l’ho disturbata”. E fece per defilarsi.
“No, niente affatto!”, si affrettò a replicare quello.
Sospirò, con la solita cinica teatralità, che ora gli si affacciava sul volto senza più timore o vergogna: “Bevendo, sì. Così finisce la vita. Bevendo”.  Tuttavia quel pensiero era troppo contorto e astratto perché una popolana potesse berselo. E allora aggiunse: “Siamo assetati, sempre. Veniamo al mondo e il primo istinto è quello di suggere latte dal seno materno. La vita se ne va così, bevendo, nel bianco del primo latte bevuto. E’ la luce che ci attende, quella del latte, quella del latte…”.
La poverina non capiva, ma le sembrava una cosa bella.
“Capisco!”, si limitò a dire. “E’ bello, non è vero?”
Il prete si avvicinò a lei. Nonostante fosse vedova e madre, i suoi seni erano ancora prosperosi, belli turgidi. Prima che potesse dire un ‘ma’, la testa del prete fra i seni caldi di lei. La donna non disse nulla, arrossì però in maniera assai vivace. E dopo aver goduto, piena di vergogna fuggì via.

Quando i fedeli della domenica entrarono in chiesa, ad accoglierli trovarono uno spettacolo alquanto strano: il prete era adagiato a terra. Era una croce umana deposta sul crocifisso in legno.
Era a tutti evidente che era morto. Si era disteso sul Cristo e la morte gli aveva disegnato una strana smorfia sulla bocca, una bocca di labbra sottili che quasi toccavano quelle del Figlio di Dio. Pareva che lo baciasse. Non c’era traccia di pentimento nella smorfia che la morte aveva lasciato in eredità al cadavere.
Nessuno disse alcunché.
Lentamente i fedeli sciamarono via dalla chiesa seppellita nel nero.
Un corvo gracchiò in maniera oscena, grottesca, come una rana strozzata, poi prese il volo andando incontro a un pallido sole.
L’aria che si respirava era pesante. Di zolfo.
La vedova piangeva. Non sapeva perché. Aveva perso entrambi, troppo in fretta perché potesse far finta che la vita…
Non lo sapeva…
Lei era certa d’una sola cosa: la vita non sarebbe stata più la stessa d’ora in poi.

* F.W. Nietzsche, L’Anticristo, 1888, 47

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Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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2 risposte a Perdere la Fede

  1. Lady Nadia ha detto:

    Altro racconto denso di delusione.
    Altro racconto scevro da sentimentalismi e realista fino al midollo, fino alla fine.

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    A secondo dei personaggi con cui devo trattare scrivo la storia. I racconti sono legati fra di loro, ma ogni personaggio racconta la sua e guarda al mondo con occhi diversi. Questo sì, è un racconto che chiama in causa Nietzsche, che abbiamo già incontrato. Pian piano tutti i personaggi si incontreranno, più volte anche. Ed è già tornato Giacobbe, ma in una veste molto giovanile.

    Tornando a questo racconto è l’espressione di un nichilismo senza né se né ma. Un prete, proprio un prede cita l’Anticristo di F.W. Nietzsche. E poi muore in una maniera orrenda, in solitudine, ma oscena almeno per i benpensanti. 😉 Tutto molto simbolico in questa storia.

    Grazie, Nadia.

    A presto.

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