MORTO NEL SUO ADDIO

MORTO NEL SUO ADDIO

Iannozzi Giuseppe

ossessione d'amore

Ero giovane e arrogante, sicuro di me stesso. Lei era bella e non mi fu difficile amarla per la sua bellezza; poi la sua pazzia rapì la mia – la mia pazzia -, e in lei essa diventò necessità di tenerezza. Ero in trappola, troppo innamorato e tenero perché potessi rendermene conto. I giorni trascorrevano veloci e ogni dì era una primavera anche se fuori era la tempesta a imperversare.
Fra gli alti pioppi c’incontravamo, fra quelle fronde ci nascondevamo al mondo e mentre lo stormire del vento cantava per noi fra le foglie una melodia di magia, noi consumavamo ogni nostro ardore e lo mischiavamo subito all’eco delle foglie a tremolare sui rami. Si stava bene insieme ed erano tutti invidiosi di noi, proprio tutti, anche chi non ci conosceva e nulla sapeva di noi.
E poi tutto finì. Venne il giorno di Pasqua, e lei mi lasciò: solo come un cane rimasi a sedere sui gradini della Chiesa e bestemmiavo e piangevo e ridevo. Ero il più disgraziato degli uomini, almeno così mi pensavo a quel tempo. Ero giovane e l’abbandono non l’avevo proprio contemplato. Mi abbandonò e basta, senza una vera ragione, lo ammise lei stessa quando mi diede l’ultimo bacio. Solamente mi disse che ero un ragazzo dolcissimo, e addio; poi, quasi pentita di avermi detto così poco, in un sussurro specificò che non mi avrebbe dimenticato mai e che ero stato il suo amore, quello più grande. I fatti, non molto più tardi, tradirono quelle poche parole che mi lasciò in eredità nell’addio, perché la vidi abbracciata a un altro e nel giro di tre mesi sposata con l’abito bianco. La mia Cristina non era più mia, neanche nel sogno, nella fantasia, o nella tortura dei miei pensieri di pensarla ancora mia, ancora mia nonostante tutto. Mi lasciò a me e cadeva proprio il giorno di Pasqua: osservai uomini e donne felici uscire dalla chiesa passandomi accanto, senza degnarmi d’un solo sguardo. Le mie lacrime non commuovevano proprio nessuno, e neppure le mie bestemmie: era come se a tutti fossi invisibile, per tutti non avevo neanche la consistenza di un’ombra. Rimasi seduto sui gradini della Chiesa. Poi scese il crepuscolo, e a quel punto ogni mia residua – vana – speranza si era del tutto dissanguata; non avevo neanche più la forza di piangere o bestemmiare contro la crudeltà di Dio, che per me aveva preparato un così triste giorno.

Per distrarmi da me stesso mi gettai in politica: fui anarchico, socialista, comunista, nazionalista, e, poi, fui di nuovo anarchico e comunista, e con ogni partito ebbi a menar le mani. Fece presto il mio furore politico a stemperarsi, e, alla fine, la mia bandiera fu la più totale indifferenza per ogni cosa che mi invitava a stare a destra o a sinistra, o al centro o nel niente. Tornai a guardarmi intorno per un nuovo amore. E lo trovai e lo modellai su Cristina: la mia nuova compagna era forse la più bella del Paese, però io sempre avevo in testa lei e solo lei, Cristina. La trattai coi guanti bianchi Maddalena, e dopo un anno che restammo insieme, Maddalena mi allungò un ceffone con le lacrime agli occhi. Ci lasciammo, ma non provai alcun dolore. Ero tremendamente felice d’averla fatta soffrire. Seguirono molte altre ragazze nel mio letto, e una divenne mia moglie: due anni insieme e divenne la mia ex. E anche questa volta non provai alcun dolore. Mi risposai subito, con un bionda mozzafiato: la incontrai e l’amai per la sua bellezza e solo per quella la volli tutta per me. Mi amò profondamente, visceralmente, mentre tentava d’imparare l’italiano, una lingua assurda per lei che era norvegese. Quando mi accorsi che di me non poteva più fare a meno, così, su due piedi, con premeditata crudeltà, le dissi che non l’amavo più. E lei capì. Si tagliò le vene. Andai al suo funerale e nei miei occhi neanche l’ombra d’una lacrima.

Gli anni Sessanta furono assai turbolenti ed ebbi donne o profondamente ricche o squattrinate, ma per una notte o due, non una di più.
Durante gli anni Settanta incontrai Cristina: era più vecchia di quando mi disse addio, ma io vedevo in lei sempre la mia Cristina. Per me era bellissima e di più. Non mi accorsi che sul suo volto c’era già l’ombra della grande falciatrice. A metà degli anni Settanta, un amico mi comunicò, non senza un certo imbarazzo, che Cristina era morta lasciando al mondo due figlie e un marito disperato. Non piansi. Ringraziai l’amico, gli strinsi la mano, e tornai ai miei affari: raccolsi da terra una cartella con delle carte e in quel preciso momento compresi che ero morto, che io ero morto, completamente, più di Cristina che ormai giaceva in decomposizione nel ventre della fredda terra. E piansi, cadendo in ginocchio. Piansi fino a consumarmi. Fu terribile. Lasciai morire ogni mio affare, e per mesi e mesi non uscii di casa. Tornai poi a vivere, ma non ero più io. E tornai anche a incontrare donne e ad andarci a letto. Mi sposai un’altra volta: due giorni dopo le nozze eravamo già ai ferri corti. Passata che fu una settimana, ecco il divorzio.

E la incontro. Camminavo ed eccola di fronte a me. Era lei. Non avevo alcun dubbio in merito. Era Cristina, la mia Cristina! Ed era giovane, giovane proprio come in quel lontano giorno che mi disse addio. Il cuore, tanta fu l’emozione, mi si fermò in petto per almeno due battiti. L’avvicinai. Non c’era dubbio alcuno che fosse Cristina, doveva essere lei, e chi altri sennò! Le sorrisi, levandomi il cappello, lasciando libera la folta brizzolata zazzera di spettinarsi al vento. E lei scoppiò a ridermi in faccia. Rideva di me. Non ebbi il coraggio di dirle niente: rimasi semplicemente imbambolato davanti a lei che rideva e rideva. Ero felice: la sua risata, anche se in segno di profondo scherno, mi fece comunque felice, folle, folle come quand’ero giovane. Poi si allontanò e io rimasi a guardarla in lontananza.
Mi informai sul suo conto e scoprii che era la figlia, la prima e la più grande, della mia Cristina. E pure lei si chiamava Cristina. La volevo. Avrei dannato l’anima all’inferno pur di averla. Cominciai a frequentare tutti quei posti dove lei amava recarsi, e dopo due anni di inutile corteggiamento, finalmente si accorse di me e mi rivolse la parola: “Io so chi è Lei. So tutto di Lei. Se ne vada via per sempre, per sempre dalla mia vita. Addio.”
Morii un’altra volta.

Oggi sono qui: Cristina, la figlia della mia Cristina, ha una sua famiglia, è felice e in buona salute. E io sono vecchio e solo. La domestica mi disprezza, ma non può fare a meno dei miei soldi e non può permettersi un lavoro diverso non avendo né istruzione né intelligenza dalla sua.
Oggi è Pasqua e spero solamente che Dio abbia un minimo di misericordia, spero che mi sbatta all’Inferno o in Paradiso: per me non farà alcuna differenza. Dovunque andrò a finire, per me non ci sarà mai pace. Anche se so che Paradiso e Inferno non esistono, dovunque andrò, io non avrò mai pace. Finirò sotto due metri di terra e basta? Sarò senza più né un’anima né un cuore in petto né un cervello pensante? Bene, io non avrò pace, non ce l’avrò mai, perché sono già morto… sono morto nel suo addio. Questo lo potete capire anche voi, adesso. Sono il più disgraziato degli uomini, così mi penso ancor oggi; e almeno in questo sono stato onesto con me stesso.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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4 risposte a MORTO NEL SUO ADDIO

  1. furbylla ha detto:

    ho messo mi piace al racconto, a come è scritto a come sei riuscito a render “vero” questo misero uomo.
    buona domenica
    Cinzia

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Grazie, Cinzia.
    E’ un racconto, per certi versi, distopico, nel senso che potrebbe anticipare una verità, per quanto cruda. O forse è solo un racconto su un uomo disturbato, vittima di sé stesso e che però, almeno da ragazzo, ha amato più di quanto sia poi stato in realtà ricambiato. Alla fin dei conti però rimane sempre un uomo misero, nonostante tutte le scusanti che gli si possono affibbiare.

    Buona domenica a te, Cinzia. E grazie.

    Beppe

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  3. Lady Nadia ha detto:

    Amore non corrisposto. Tema caro alla letteratura. Racconto scritto tanto bene da portarci alla fine con la speranza che il tuo protagonista possa farcela.
    Invece diventa solo vecchio, “sprecando” i suoi anni migliori e rincorrendo quella donna impossibile, poi sua figlia.
    Triste ma bello.

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  4. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    E’ questo un capitolo (un racconto) ambiguo. Nel protagonista puoi vederci un uomo meschino, ma anche un disperato. Insegue per tutta la vita un sogno, un sogno che non si realizzerà mai. E alla fine gli resterà meno di niente. Vive la sua esistenza, ogni giorno, ma il suo vivere è peggio di un morire ogni giorno. E lui lo sa che muore sempre ogni giorno nella sua solitudine nonostante le donne di cui si circonda nel tentativo vano di allontanare il ricordo di quel primo amore, l’unico reale, l’unico a esser stato visceralmente vero, almeno per lui.
    La vita, quella reale è triste, lo è nella maggior parte dei casi, val dunque la pena che venga raccontata perché sia un giorno forse utile a qualcuno. 😉

    Grazie.

    Beppe

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